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domenica 9 maggio 2010

Anche io dico la mia

Colgo l’invito di coloro che hanno scritto sul sito di CESAP, per raccontare la mia esperienza col movimento attualmente chiamato Arkeon, conosciuto anche come Sentiero sacro che viene fondato a meta’ degli anni ’90, di cui ho iniziato a fare parte alla fine del ’98. Il volantino che pubblicizzava questo incontro di due giornate, chiamato seminario di Reiki,oltre a descrivere brevemente il Reiki come disciplina nata in oriente ad opera del monaco Usui, pubblicizzava anche un percorso chiamato appunto Sentiero sacro, che lo stesso maestro di Reiki aveva ideato e che gia’ fin dalla presentazione garantiva risultati efficaci. Infatti se il Reiki aveva come obiettivo quello di trasformare l’energia, seguire il Sentiero sacro avrebbe addirittura portato l’adepto a liberarsi di traumi, di legami insani, ad acquisire quella consapevolezza necessaria che ci fa capire cio’ che siamo e cosa vogliamo, a sentirci insomma delle persone finalmente libere. In pieno boom new –age, tutto questo suona bene, fa sicuramente presa su di me , continuamente a caccia di medicine alternative , terapie alternative, guarigioni alternative e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. L’analisi l’avevo gia’ sperimentata, il training autogeno non aveva dato risultati considerevoli,lo yoga manco a parlarne, mentre lo facevo ridevo a crepapelle, per cui lanciarmi nell’avventura del sentiero sacro, tutto sommato poteva essere un ulteriore alibi- passatempo per non stare senza far niente per me stessa.
Una volta dentro, devo dire che mi sono sentita immediatamente a casa (si fa per dire) certo è che molto di quello che veniva presentato, mi suonava familiare. Il concetto dell’obbedienza per esempio, mi riportava al bellissimo libro della psicanalista junghiana americana C. Pinkola Estés e in particolare alla splendida fiaba giapponese L’orso della luna crescente; e così tanti altri concetti che andavano dal potere ancestrale femminile al suo potenziale autodistruttivo se non viene con equilibrio gestito e contenuto. La trasformazione della collera e di tutte le emozioni negative è, sempre per fare un esempio(se ne potrebbero fare a migliaia), un cavallo di battaglia della Psicosintesi del prof. R.Assagioli. Cosa dire delle bellissime parole spese dal leader sulla ricerca del compagno/a della propria vita? Le Elegie di Duino del formidabile R.M.Rilke ne costituiscono una ricca e inesauribile fonte. E poi tutte le citazioni per pubblicizzare gli “intensivi”, da H.Hesse a Krishnamurti a Lao-Tze. Ma non finisce qui, persino il Vangelo (forse Marco, ma non ne sono sicura) viene inserito nel calderone che l’infaticabile maestro Vito Carlo Moccia ,propina con dovizia ai suoi discepoli, in questo caso per convalidare il concetto di opposizione alla madre e di subordinazione alla logica familiare. Ce n’era per tutti i gusti.
Sapete bene che non si trattava comunque di tavole rotonde ne’ di conferenze,dove disquisire di concetti più o meno filosofici o letterari, dentro appunto, ci si prendeva per i capelli senza troppi complimenti, si assisteva implacabilmente e forse crudelmente a veder trattati gli uomini come poveri mentecatti al grido continuo e martellante espresso sia a gesti che a parole di “fallito”, si ascoltavano testimonianze ai limiti dell’immaginazione di uomini che facevano sesso con animali e di altri che lo facevano con le figlie. Per non parlare dell’interminabile casistica degli abusi subiti da
tutti noi che come per magia affioravano all’improvviso, non dormivo la notte per cercare un indizio, un qualcosa insomma (purchè scabroso e morboso) che potessi con orgoglio raccontare al gruppo! Ma soprattutto volevo sentirmi dire che “ l’energia stava lavorando”, che “i trattamenti funzionavano”, “stacci dentro!”( fondamentale quest’ultimo per progredire, dato che il “non starci” equivaleva a non volere andare avanti nel processo di crescita). Il “maestro” è stato sempre onesto sul fatto che era necessario “stare male”prima di…. ,ma che poi si sarebbe raggiunto un tale benessere che anche coloro che ci conoscevano da una vita avrebbero faticato a riconoscerci. Insomma la chiave della felicità era lì a due passi e io ci rinunciavo? In fondo, come molto chiaramente diceva il maestro: “tutto questo, costa solo tot.. più iva”. In un mondo pieno di ciarlatani,millantatori e pessimi venditori di fumo, questo invece è uno che parla chiaro,ti dice persino la cifra che devi spendere per vivere con potere, passione e integrità.Tutto ciò mi sembrava limpido e trasparente, ma qualcosa mi sfuggiva, riguardava in particolare lo “stare male”.Quanto male, poco? Tanto? C’era un limite? Quale? Buio assoluto, il termine era generico e tale restava. Rientrava nella logica dello “stare male” vedere qualcuno( in pieno seminario detto “intensivo”) finire in ospedale e credere che questo succedeva perché il tale rifiutava il processo di trasformazione che stava avvenendo in lui? D’altronde, spiegazioni sempre chiare e efficaci ( non bisogna dimenticare che il leader sbandierava tanto di laurea e di specializzazione), spiegavano che l’ energia lavora anche contro la nostra stessa volontà, quindi che problema c’è, va tutto bene! Qualcosa di vero in questo sicuramente c’è, nel mio caso infatti, la famosa energia agiva sicuramente, sull’offuscamento del sistema nervoso centrale, altrimenti non si spiega come mai vedere una persona quasi collassata mi sembrava una cosa del tutto normale e lecita. Sentir raccontare vissuti scabrosi,per non dire peggio, alla presenza di bambini (nello specifico una bambina di 6 o 7 anni) e accontentarmi della spiegazione che secondo maestro Vito “tutto questo a lei non la tocca minimamente”, significa solo aver fatto prevalere la mia superficialità, il punto non era se la bambina capiva o meno, proteggere i minori è un dovere di tutti gli adulti e maggiormente, in questo caso, dell’organizzatore di questo bel teatrino.
E che dire della mia impassibilità e freddezza nell’assistere a ciò che veniva detto sempre dal maestro a una giovane donna il cui bambino era nato morto, questa “ era la sua reale volontà”, di conseguenza, veniva invitato il compagno ad allontanarla. Potrei continuare ancora per molto, inoltre evito di descrivere episodi ai quali non ho assistito e che mi sono stati raccontati.
I cosiddetti “passaggi”, dal famoso “ritorno al padre”, “smascheramento della madre”, quindi il raggiungimento “dell’integrità”,fondamentali specie per diventare “master”,ho scoperto non essere poi così essenziali e tassativi per alcuni, qualora era necessario eguagliare il partner già master a sua volta.
Se ero al corrente che Vito Moccia non era iscritto in nessun albo nazionale e che per il nostro stato non ha i requisiti per fare lo psicologo? Forse si forse no, non me lo sono chiesta come non mi sono minimamente curata di indagare sul metodo (ma poi perché parlare di metodo, non mi risulta sia stato riconosciuto come tale).
Ho smesso di frequentare “il cerchio” nel 2002, più o meno quando la mia fase “politeista” volgeva alla fine, inoltre ero stufa di assistere alle solite tiritere, ai lamenti, stufa di ascoltare i fatti intimi della gente, insomma non mi divertiva più soddisfare il mio lato voyeuristico, anche se tutto sommato era la cosa più interessante,mi dite che gusto ci sarebbe stato ad assistere a noiose considerazioni su ciò che è bene o male o su ciò che si può o non si può fare? Quel cerchio era finito per diventare un’immagine del mondo, un catalogo di comportamenti umani, un po’ come stare al cinema, infatti non mancavano mai, a seconda dei casi e degli stati d’animo, le musiche a mo’ di colonne sonore, opportunamente scelte. Veniva sempre da chiedersi: e ora cosa succederà? Cosa racconteranno? E immancabilmente c’era sempre qualcosa che teneva desta l’attenzione. Purtroppo il più delle volte, si assisteva a molti episodi e racconti drammaticamente veri, ma non era come al cinema che alla fine ci si vuole tutti bene e si è quasi sempre certi del lieto fine; qualcuno e forse più di qualcuno, in tutta questa storia, ci ha rimesso le penne e in senso non tanto metaforico, ci sono delle persone realmente danneggiate nell’animo ai quali tutta questa roba ha nuociuto in modo grave.
Finzione, verità? Non credo si possa generalizzare, tuttavia non ho riconosciuto il consueto stile del leader Moccia nella richiesta di una cifra( e che cifra!) a titolo di risarcimento per diffamazione. Da quando il “maestro”ritiene che i tribunali siano la sede più adatta per accertare “quella verita’?” Perchè è di questo che si sta parlando no? Lui si ritiene diffamato perché il suo insegnamento ha fallito? Vorrebbe dimostrare, che non è così? E in che modo, con una controprova che in sede giudiziaria qualifichi e accerti che il suo insegnamento abbia validità erga omnes?
Io molto modestamente, consiglierei un bel seminario per riflettere su due principi: quello della Verità e quello della Carità,approfittando della presenza dell’amico sacerdote che sicuramente ne sarà ben felice e entusiasta, vista la solerzia con la quale si è esposto alle telecamere della tv nazionale per solidarietà con l’amico Vito, quale persona più qualificata per ricordare a Vito la sua missione, i suoi principi di “ integrità, umiltà , semplicità”…in fondo a cosa servono gli amici? Se si vacilla ci si sostiene e così anche se “ la rabbia e le frustrazioni ci allontanano dalla gioia e dall’equilibrio….” Che potrebbero non farci capire quando si sta perdendo una buona occasione per non fare pessime figure. Chissà se Vito con così tanti grattacapi e una “scuola” da mandare avanti avrà avuto il tempo per riflettere e meditare, magari al timone del suo veliero,senza macchia e senza paura mentre solca i flutti mediterranei con lo sguardo assorto e concentrato ,quale sarà la prossima missione alla quale si sentirà chiamato? C’è qualcuno da salvare da madre oppressiva o da pedofilo strappamutande?Tranquilli arriva superVito, in fondo basta solo pagare!
Concludendo, il mio pensiero ritorna all’amico sacerdote. Non dimenticate che io sono stata un’allieva del sentiero sacro e ovviamente “sento”l’energia. Bè posso garantirvi che il nostro amico era tentato di approfittare delle telecamere per rivolgersi a tutti gli arkeoniani presenti, passati e futuri e dire più o meno questo: cari chiacchieroni andate a confessarvi, da me, in parrocchia,nella basilica più bella, la chiesa sotto casa, insomma dove più vi aggrada,ricordate che c’è sicuramente qualche sacerdote che sarà ben felice di ascoltarvi, ma vi avverto, non causa traumi, potrebbe provocare un effetto benefico immediato e quindi causare dipendenza , certo ha un’inconveniente ulteriore, è GRATIS !!!
Ma proprio quando avrebbe dovuto pronunciare la parte finale del suo accorato appello, ha pensato (ma solo per una piccolissima frazione di secondi) che non poteva distanziarsi troppo dall’amico Vito pronto a reclamare milioni di eurii solo per amor di verità e giustizia, no, non poteva distanziarsi troppo. E quindi ha rinunciato.
Dal mio canto, non sono poi così certa di aver “sentito” l’energia e appreso le tecniche giuste, pazienza, sarò sicuramente annoverata tra gli allievi peggiori, ma non mi do’ per vinta, spero di trarre più benefici dal confessionale(ovviamente non quello dei reality). Ciao a tutti!

Elia

lunedì 19 aprile 2010

(8) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

Quarto giorno di intensivo
La mattina sveglia alla solita ora. Ki- training e poi colazione. Il lavoro comincia più tardi, nel pomeriggio verso le 16.30-17.
Uomini e donne rimangono rigorosamente separati sia durante il ki-training, che a colazione e a pranzo. Il maestro dice di non parlare troppo con gli altri prima dell'inizio dei lavori e di "ascoltare quello che si muove dentro" perchè ci sarà tutto il tempo di parlare durante i gruppi che verranno fatti nel corso della giornata.
Quando è il momento, verso le 17, il maestro decreta l'inizio dei "lavori". Le donne si ritirano nel tempio a fare il "gruppo delle donne" mentre gli uomini si riuniscono in un altro spazio ( che può essere la sala chiamata discoteca o il prato vicino al tempio o dove il maestro ritiene meglio, purchè sia lontano dalla vista delle donne).

Il "gruppo degli uomini" è condotto dal maestro mentre quello delle donne è condotto da sua moglie o da qualche assistente femmina "allineata", cioè completamente "affidata al maestro", il che significa, tradotto per chi non è arkeoniano, indottrinata per bene.
Assomiglia ad un gruppo di secondo livello quando si facevano i gruppi degli uomini durante quel tipo di seminari, non so se adesso si fanno ancora. I partecipanti si mettono in cerchio e si comincia un estenuante giro di condivisione durante il quale il maestro ricorda come la madre separa i figli dal padre impedendo loro di realizzarsi come uomini, di come li consegni al pedofilo per suggellare il patto di fedeltà con lei, perversa genitrice, di come ci sia bisogno dell'umiltà per riconoscere la grandezza del padre ed invocare la sua benedizione, di come il mondo abbia bisogno di veri guerrieri centrati nel loro potere personale perchè "lì fuori sono delle belve", di come la discesa del sacro spirito sia possibile solo se ci si stacca dalla madre e si ottiene la benedizione del padre, di come un uomo che è legato alla madre abbia una "falsa identità di uomo" perchè il vero riconoscimento come uomo deriva dal padre e non può venire dalla parte materna, di come la propria madre abbia distrutto, agli occhi di loro bambini la figura del loro padre, di come questo processo di distruzione del maschile sia portato avanti anche dalle proprie compagne, di come bisogna mettere in riga le compagne perchè se non si viene annientati... e via e via in un crescendo di pompamento di questa "valenza maschile" che ha connotati apertamente misogini.
Le condivisioni vanno fatte tenendo in mano il "bastone sacro" (un bastone intagliato dal maestro in persona") che rappresenta il "sacro lingam", in soldoni, è un simbolo fallico.
Processi indotti, urla di dolore, scuse tragicamente urlate al proprio padre per averlo tradito a favore della madre, invettive contro le mogli o fidanzate che cercano di schiacciare il potere maschile o di sottrarre i figli maschi... Le solite storie arkeoniane ma molto pompate per l'occasione.
Inoltre, è anche una sorta di operazione di marketing per il maestro che insiste sul fatto che i padri si prendono tutta la mer... mentre i nonni hanno un altro rapporto con i nipoti più disteso e dove prevale l'affetto e che al pre-master si fa proprio questo lavoro con i nonni dove si sente "scendere la loro energia"... ecc. Anche se uno ha ricordato di avere il nonno pedofilo, in questa occasione l'abuso può venire considerato come una forma d'amore, distorta, ma d'amore (... come si dice... rivoltare la frittata???) e questo è senz'altro un motivo di confusione che viene inserito nelle menti di certuni.
Si può assistere anche alla "benedizione" che il maestro fa con la sua vera catana originale giapponese di non so quale secolo la cui lama ha ucciso non si sa quanti nemici.... mi sembra che una scena simile si possa vedere anche su un video di arkeon.
Ad un certo punto, verso la fine, arrivava una delle assistenti che guidavano il gruppo delle donne e chiedeva al maestro se poteva mandare un uomo a impersonare il padre o il pedofilo nel gruppo delle donne e il maestro ne sceglieva uno e lo spediva di là.

Quando il maestro riteneva che tutti fossero ben indottrinati e centrati nel loro potere personale, ci si doveva preparare "spiritualmente" per affrontare l'esercizio chiamato "LA FOSSA DEI LEONI".
Veniva detto che se non si era centrati come si deve, "quelle" ci avrebbero sbranato e quindi dovevamo stare molto attenti, dire grazie dopo ogni risentimento che ci sarebbe arrivato dal gruppo delle donne e mettere tutto la nostra energia nei nostri risentimenti.
L'esercizio della fossa dei leoni veniva fatto nel tempio. Gli uomini da una parte e le donne dall'altra. A quel punto era notte fonda e spesso io provavo un senso di irrealtà di fronte a quello che stava succedendo. Ci si disponeva in 3 file: quelli in prima fila stavano in seizàn, di3etro c'erano quelli seduti e dietro di loro quelli in piedi. Le donne erano nella stessa posizione, su 3 file (secondo il numero di partecipanti, le file potevano essere anche 2). Tutti, maschi e femmine, avevano una faccia dura e incazzata. Al suono del gong si cominciava il primo round in cui cominciavano le donne, a turno, a urlare i loro risentimenti. Non si doveva assolutamente accavallarsi con i risentimenti all'interno del proprio gruppo perchè questo significava mancanza di centratura; mi spiego meglio: quando uno sentiva che era il momento per fare un risentimento doveva farlo senza urlare contemporaneamente con un altro. Se succedeva che 2 persone cominciassero un risentimento insieme, una delle due si doveva zittire immediatamente (chi, dipendeva dalla quantità di potere personale del singolo). I risentimenti si facevano rispettando solo l'ordine di gruppo: prima un gruppo, mettiamo le donne, facevano i loro risentimenti, poi, al suono del gong, cominciava il turno dell'altro gruppo, quello degli uomini in questo caso.
C'erano 6 round, se non ricordo male: donne - gong - uomini - gong - donne - gong - uomini - gong- donne - gong - uomini - gong finale. Se qualche donna si permetteva di fare un risentimento al maestro, lui diceva grazie durante l'esercizio ma poi, appena finito l'esercizio, quando ancora erano tutti in posizione, vomitava sulla poveretta una tale mole di rabbia e violenza verbale che veramente non so come quella riuscisse a sopravvivere alla vergogna.
Ricapitolando: gli uomini e le donne prendono posto nel tempio divisi in due gruppi posti uno davanti all'altro. Al suono del gong cominciano le donne con i risentimenti. I risentimenti devono seguire una formula precisa e possono essere o generali (tipo "Uomini io risento con voi perchè mi avete trattata come un oggetto" e il gruppo degli uomini, all'unisono, deve rispondere urlando "Grazie") oppure personali (tipo "Pinco pallino risento con te perchè... dove il tale Pinco pallino può essere o non essere uno degli uomini presenti nel gruppo. Se è presente nel gruppo, il "Grazie" lo deve urlare solo lui, se non è presente nel gruppo, il "Grazie" lo gridano gli uomini tutti insieme. Se qualcuno non grida un bel grazie centrato, poi se la vede brutta.).
Quando è il turno del gruppo degli uomini la regola è la stessa.

Dopo questo esercizio si è tutti veramente stanchi. Il gruppo degli uomini si ritira e sia i maschi che le femmine si vanno a preparare per l' ESERCIZIO DELLA RICONCILIAZIONE. Ci si sistema come si può in tutta fretta e, nel frattempo le donne preparano il tempio con fiori ecc. per accogliere il "gruppo dei guerrieri" che ritorna con intenzioni meno bellicose.
Gli uomini fanno sentire alle donne che si stanno avvicinando battendo colpi di tamburo. Si entra nel tempio e ci si trova di nuovo davanti al gruppo delle donne, tutte carine (quanto possibile dopo quella giornata).
Anche la disposizione dei gruppi sottolinea un cambiamento nell'atmosfera. Durante l'esercizio della fossa dei leoni il gruppo delle donne si posiziona entrando a sinistra e il gruppo degli uomini a destra, mentre adesso il gruppo delle donne è davanti alla parete opposta l'entrata del tempio e il gruppo degli uomini si accomoda davanti a questo, dando le spalle alla porta.
Al centro della scena, davanti al gruppo delle donne è solitamente posizionata una statuina di grande effetto: rappresenta una donna seduta che al posto della pancia ha un grande geodo di ametista e davanti a lei viene posto un piccolo cero che illumina con i guizzi della fiamma i cristalli di ametista creando un effetto suggestivo. Questa statuina rimarrà nel tempio nei giorni seguenti e farà fare dei bei "processi col femminile" sia alle donne che agli uomini (ma più alle donne).
A questo punto comincia un giro libero di condivisioni sul modello "botta e risposta" che però devono seguire una formula precisa. Chi ha qualcosa da condividere all'altro (in generale o in particolare come nell'esercizio precedente) deve dire: "Pinco pallino condivido con te che... (sono onorata/o di essere la tua compagna/o, le mie scuse per essere stata/o inadeguata o non essere stata capace di accoglierti o quant'altro) e sempre il grazie deve seguire o dalla bocca dell'interessato (se presente) o dalla bocca di tutto il gruppo (se assente). In questo caso non si fa prima un gruppo e poi l'altro, se non ricordo male, ma è misto.
Dopo tutte queste belle professioni di amore e riconciliazione, donne e uomini ormai riconciliati, si mettono a cantare una canzoncina, guardandosi profondamente negli occhi. La canzoncina dice: "Tu, tu chi sei? Tu che sei davanti a me, tu chi sei? Io sono te, sono te in un'altra forma, sono te." E si continua per un po' a cantarsela guardandosi con occhi pieni di lacrime d'amore....
Poi il maestro dice qualche buona parola sull'amore ecc. e tutti sono liberi di andare a passare il resto della notte come credono meglio. Si sono fatte circa le 3 di notte e ricordiamoci che, comunque, la mattina dopo la sveglia è alle 7.


La descrizione di cosa succede nel gruppo delle donne ve la farò avere non appena la mia amica me la manderà. Prego comunque chiunque voglia intervenire con il suo racconto di farlo senz'altro perchè le persone che hanno fatto questo tipo di seminario sono tantissime ed è un peccato sentire solo il mio modesto racconto che, per quanto cerchi di particolareggiare, dimentica sempre qualcosa. Mi riferisco, per esempio, alle musiche che accompagnano vari momenti dell'intensivo e che io non ho descritto e magari anche tante altre cose che ho mancato di descrivere ma che possono avere una loro importanza nel contesto....

- continua -

Tiresia

giovedì 15 aprile 2010

(6) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

- continua -
Secondo giorno di intensivo

Dopo cena ci si ritrova quindi di nuovo al tempio. Sono circa le ore 23.30-24. Il maestro chiede "come state" ma è un pro-forma perchè non c'è un giro di condivisione. Il maestro approfitta della condizione di spossamento fisico e psichico delle persone per "fare entrare" la spiegazione di quello che i partecipanti hanno vissuto.
Spiega, in sostanza, i danni di tenere dentro in forma repressa un'emozione così forte come può esserlo la rabbia (o la paura) e i danni che ne conseguono a livello fisico: la rabbia rimossa crea problemi al fegato, agli occhi, alla parte destra del corpo ecc.; e parla dei danni nella propria vita di tutti i giorni. Mi sembra di aver già toccato questo argomento in precedenza, quindi non mi dilungo più di tanto. Passa poi a sottolineare come le persone comincino a reprimere rabbia e paura a partire dall'infanzia e le reprimano perchè i genitori, soprattutto la madre, mettono in atto tecniche di manipolazione tipo senso di colpa (se non fai così muoio ecc.) che inibiscono nel bambino l' espressione di quello che provano.
Sottolinea che è meglio che la rabbia o qualsivoglia altra emozione o istanza psichica rimossa vengano fuori perchè in questo modo emergono alla coscienza e possono venire lasciate andare.
La rabbia repressa può diventare anche autolesionismo o ricerca di qualcuno da punire.
Sugli appunti presi durante uno di questi seminari residenziali, ho scoperto un appunto che avevo preso e che dice: - "Il farmaco è una forma di censura che i medici o gli psichiatri prescrivono ai pazienti perchè la malattia o il problema psichiatrico mettono il terapeuta di fronte alla "sua" verità (e, per non andarsela a guardare, si preferisce dare il farmaco piuttosto che permettere al paziente di esprimere l'emozione rimossa che potrebbe risuonare con la propria)" ciò che ho messo fra parentesi è come continuava la spiegazione, cosa che non ho scritto ma che mi sono ricordato. Vorrei sottolineare che è vero che non ho mai sentito il maestro consigliare direttamente a qualcuno di non prendere i medicinali, ma è anche vero che informazioni come queste venivano inserite nelle sue filippiche lasciando ai partecipanti la "libertà" di prendere le "opportune decisioni" in merito alla loro cura. Ecco allora come mai ex-maestro dice di avere visto gente con problemi psichiatrici o con sieropositività buttare nel sacro fuoco i farmaci. Sicuramente il maetro non ha detto loro di farlo direttamente, è molto furbo in questo senso, ma gli "inviti trasversali" a farlo, se uno voleva "capire" cosa stava esprimendo la malattia, non mancavano.
Questa spiegazione andava avanti per molto tempo, con esempi di comportamenti relativi alla vita dei partecipanti, individuazione dei loro "processi" ecc. atti a dimostrare la validità delle teorie presentate. Il tutto veniva propinato dal maestro con un tono di voce modulato e basso, con picchi improvvisi della voce quando arrivava ad esprimere "concetti chiave" e tale da indurre nella già provata audience uno stato di sonnolenza cui era una vera tortura resistere. Molti facevano fatica a rimanere svegli, ma stoicamente tenevano gli occhi aperti.
Di solito si finiva verso le 2 di notte. I partecipanti andavano a dormire e puntualmente, alle 7, venivano buttati giù dal letto per prepararsi al ki-training.

-continua-
Tiresia

(5) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

Secondo giorno di intensivo
Nel post precedente ho dimenticato di dire che il ki-training viene fatto tutti i giorni tranne il primo (giorno di arrivo) e l'ultimo (partenza).

Dopo il ki-trainig si fa colazione e rimane circa un'oretta e mezza di tempo libero. Quando il maestro chiama, i partecipanti si recano al tempio. Se la memoria non mi inganna, non mi sembra che ci sia un giro di condivisioni generale, ma il maestro passa subito a spiegare come la paura e la rabbia hanno condizionato la vita dei partecipanti e come la radice di queste due emozioni basilari sia da ricercarsi nell'infanzia e nel rapporto con i genitori.
I partecipanti sono disposti in cerchio nel piazzale antistante, tutti per mano. Il maestro fa un giro all'interno del cerchio e stabilisce chi sarà il conduttore dei piccoli gruppi che si dovranno formare di lì a poco. Fa posizionare i conduttori al centro del cerchio, a una certa distanza uno dall'altro, quindi invita i partecipanti a mettersi dietro al conduttore che preferiscono. Di solito il conduttore è un suo aiutante, ma è capitato che qualche gruppo venisse condotto anche da aspiranti maestri che ovviamente godevano della fiducia del leader.
Quando i partecipanti hanno formato i gruppetti, il maestro ne aggiusta il numero spostando qualcuno dai gruppi più numerosi in modo che il numero di partecipanti sia più o meno lo stesso per ogni gruppo. Una volta che tutti sono sistemati in uno dei gruppi, il maestro dice di andare nel campo di ulivi dietro al tempio e, in assoluto silenzio e centratura nel ki, cercare un albero che, per qualche motivo, il partecipante sente che rappresenta se stesso. Quello sarà il "proprio albero" e, per il tempo dell'intensivo, sarà il luogo dove si potrà andare se si vuole stare da soli con se stessi. Una volta individuato l'albero che lo rappresenta, il partecipante dovrà "prendersi un tempo" per stare con lui e guardarlo e capire perchè ha scelto proprio quell'albero.
Il campo di ulivi dove ci si reca è lo stesso dove arde, dall'inizio dell'intensivo, il "sacro fuoco" che viene sorvegliato e alimentato da alcuni volontari scelti durante la riunione della prima sera (quando si scelgono le persone addette alla sveglia e ai reclami. Insieme ai volontari addetti al "sacro fuoco" (un grande onore!) vengono scelti anche coloro che dovranno occuparsi di tenere pulito il tempio e lo spazio intorno al tempio, nonchè i servizi vicini allo stesso, durante i giorni dell'intensivo (altro grande onore!).
Al suono del gong, i partecipanti dovranno tornare al tempio e raggiungere il proprio gruppo.
Non appena i gruppi si sono riuniti, il conducente fa accomodare il suo gruppo in un posto sul prato che circonda il tempio, ad una certa distanza dagli altri gruppi, e si comincia un giro di condivisioni in cui ogni partecipante dovrà dire com'è l'albero che lo rappresenta e il motivo per cui lo ha scelto. Anche in questo caso, ci sono persone che si abbandonano a pianti e urla varie riconoscendo nell'albero questo o quel "blocco", questa o quella "contorsione" dei rami e via che si vola con le associazioni, il più delle volte spiacevoli e dolorose, riguardo agli aspetti della propria vita rispecchiati dall'albero. Vale la pena tenere presente che nessuna condivisione è stata ancora fatta dopo la forte esperienza vissuta durante il ki-training, e che molte persone sono già belle scosse dai contenuti emotivi emersi, o in loro, o negli altri.
Credo sia inutile ricordare che nessuno di quelli che conduce i vari gruppetti è psicoterapeuta ma, nonostante questo fatto accertato, non lesina indicazioni o pressioni affinchè chi sta condividendo riesca ad "entrare nel suo processo" e "vedersi qualcosa". Nel frattempo, il leader svolazza di gruppo in gruppo osservando i vari "movimenti" e probabilmente anche l'operato dei suoi aiutanti. Non interviene se non in caso di forti processi emotivi che, però, in questa fase non sono così forti come durante gli esercizi delle sedie che seguiranno.
Una volta che i partecipanti hanno fatto le loro condivisioni, il maestro riunisce tutti in cerchio davanti al tempio e introduce il tema della paura: di come ci abbia sempre bloccato, di come ci impedisce di gustare la nostra vita ecc ecc. e invita le persone ad andare in giro intorno al tempio o nell'uliveto (ma non troppo lontano) e cercare un oggetto che rappresenti la loro paura. Al solito suono del gong, solite condivisioni nei gruppetti sull'oggetto che si è scelto (o che ci ha trovati, come dice il maestro) e poi si va a cercare l'oggetto che rappresenta la nostra rabbia, non prima di aver sentito ciò che il maestro dice sulla rabbia e sugli effetti devastanti che quest'emozione, repressa o rimossa, ha nelle nostre vite.

Quando i gruppi finiscono i giri di condivisione sugli oggetti che rappresentano la rabbia, si forma un'altra volta il cerchio fuori dal tempio: in piedi e per mano. Dopo gli esercizi sopra descritti, i partecipanti sono tutti piuttosto stanchi perchè sono passate circa 4 o 5 ore da quando si è cominciato e non ci sono state soste. La tensione emotiva è costante. Soprattutto nel mese di luglio, il caldo è opprimente e tutti i gruppi si tengono all'aperto. D'inverno si tengono lo stesso all'aperto con un freddo boia. I partecipanti non hanno mangiato niente dalla colazione. Si può solo bere. Sono circa le 5 del pomeriggio.
A questo punto si va a mangiare. Il maestro dice di non parlare con gli altri partecipanti per non "scaricare" la tensione. Non è che ci sia l'obbligo al silenzio, ma si viene invitati a rimanere concentrati su quello che si è "mosso" dentro senza cercare di sfogarlo. Parole chiave del maestro: "Rimanete con questa cosa".
Dopo il pranzo si rimane una mezz'ora a gironzolare nell'agriturismo e poi si ricomincia.

Comincia la serie di "ESERCIZI DELLE SEDIE"

I partecipanti sono invitati a recarsi nuovamente al tempio. Solito cerchio esterno, il maestro chiede "come state" ma non c'è un giro di condivisione. Il maestro spiega brevemente che ora tutti potranno sperimentare DAVVERO che cosa sono la paura e le rabbia.

La porta del tempio viene aperta e i partecipanti scoprono che le sedie non sono più in cerchio ma sono disposte una di fronte all'altra, in piccoli gruppi da 2, molto vicini gli uni agli altri. Nel tempio c'è un odore molto forte di erbe bruciate sul braciere, quasi soffocante. Man mano che entrano, i partecipanti prendono posto sulle sedie e, in un silenzio carico di tensione, aspettano che tutti si siano seduti. Il maestro sposta questo o quello secondo una sua logica volta a favorire la proiezione della madre o del padre sull'altro. Se sono presenti figli e genitori, questi vengono messi uno davanti all'altro, anche se si sono seduti in posti diversi (i figli sempre davanti ad uno dei genitori, se presente). I partecipanti vengono invitati a mettere sotto le sedie gli oggetti che hanno trovato e che rappresentano la loro paura e la loro rabbia. Tutti devono avere in mano il quaderno e la penna che sono stati loro consegnati al momento della registrazione.
Gli assistenti, nel frattempo, hanno preso in mano ognuno uno strumento tipo tamburo, tamburello, maracas, triangoli, bastoncini e tutto quanto possa fare un casino pazzesco. Un aiutante, di solito uno dei preferiti dal maestro, viene incaricato di suonare un grosso tamburo, di quelli che non si possono sollevare e che è appoggiato in un angolo.
In chi fa questo lavoro per la prima volta, la tensione è altissima.
Quando tutti sono seduti e il maestro ha fatto gli spostamenti del caso, comincia a spiegare brevemente che l'esercizio si fa a turno e consiste nel ripetere all'altro la frase che lui indicherà. La frase va ripetuta "in modo che l'altro la senta bene" e a ciclo continuo, cioè senza pause fra la fine e l'inizio. Prima di cominciare, i partecipanti scriveranno la frase sul loro quaderno e lo consegneranno al partner che hanno davanti. Il partner dovrà scrivere le risposte dell'altro sotto la frase, ma senza guardare il quaderno perchè per tutto l'esercizio ci si deve fissare dritti negli occhi. Al suono del gong ci si scambieranno i quaderni e i ruoli.
Il maestro dice che non è permesso picchiare chi si ha davanti e che si devono tenere le mani ben attaccate al sedile della sedia.
Se qualcuno prova solo a fare l'atto di andarsene, viene ripreso e rimesso a sedere con fermezza e convinto a rimanere. Ah, nessuno è costretto a rimanere, davvero, ma non ho visto neanche nessuno che, dopo aver fatto l'atto di andarsene, sia poi riuscito a farlo davvero.

(Lettore, puoi immaginare come ci si può sentire in quella situazione? Amico psicologo, è lecito sottoporre le persone a questo tipo di violenze psicologiche senza prima, come minimo, avvertirle? Avvocato, cosa può denunciare e a chi la persona che si trova in una situazione come questa? Caro Ministro di Grazia e Giustizia, non le sembra che sia ora di rivedere la legge sul reato di plagio? E sulle violenze psicologiche all'interno di questi gruppi di "consapevolezza"?).

A questo punto, il maestro dice qual'è la domanda che i partecipanti devono scrivere sul quaderno: "MIO PADRE MI HA INSEGNATO CHE LA PAURA E' "
i partecipanti la scrivono sul quaderno e il maestro li invita a chiudere gli occhi, dicendo che dovranno riaprirli al suono del gong e cominciare subito l'esercizio. Quando hanno gli occhi chiusi, dice di visualizzarsi da bambini: "Tornate al tempo in cui eravate bambini e avevate paura... Mio padre mi ha insegnato che la paura è..."
Non si fa quasi in tempo a sentire la fine della frase che arriva il suono del gong seguito dal rumore più assordante che uno abbia mai sentito nella sua vita. Tutti gli assistenti cominciano a percuotere come forsennati gli strumenti che hanno in mano, i partecipanti cominciano ad urlare a quello davanti la domanda con tutto il fiato che hanno in gola (ricordiamoci che il maestro ha detto di "dirla in modo da farsi sentire chiaramente" da chi si ha davanti.
La scena in cui ci si ritrova non è possibile riuscire a descriverla in tutta la sua carica terrifica. Io stesso mi sono dovuto fermare un attimo perchè ho il cuore che batte forte e sono dovuto andare a farmi un giro per la casa prima di tornare a scrivere. Una bolgia dell'inferno dantesco non potrebbe essere altrettanto orrenda.
Le persone cominciano ad urlare, a contorcersi sulle sedie, ad avere delle vere e proprie esplosioni di terrore. Quando gli assistenti vedono che qualcuno è particolarmente agitato, gli si fanno intorno e suonano, se possibile, ancora più forte gli strumenti intorno a quel poveretto, chi grida la domanda cerca di scarabocchiare sul foglio le risposte di quello davanti ma riesce a fare solo segni incoerenti sul foglio, tutti cominciano a sudare e diventare rossi in viso, tutti gridano, chi urla la domanda, chi risponde con parolacce, chi grida "basta basta", chi "vattene vattene", chi no non, chi "Ah Dio, Dio".... in un frastuono che diventa totale. Dopo poco quasi tutti sono in iperventilazione a forza di urlare senza sosta ma l'esercizio continua, continua, continua. Se qualcuno si alza dalla sedia, lo rimettono la suo posto. Nessuno poteva uscire da lì. Eravamo tutti inchiodati alle sedie, proiettati in una scena che sembrava diventata un'allucinazione.
Ricordo che la mia mente, a quel punto, entrava in una sorta di regno ovattato e cominciavo a vedermi urlare come se fossi fuori dal mio corpo. Il frastuono era tale che le orecchie cominciavano a fischiare e avevo l'impressione di vedere la scena dall'alto.
Il cuore batteva all'impazzata e sentivo una pulsazione fortissima allo stomaco.
Dopo un tempo che mi era sembrato eterno, finalmente il suono del gong creava, di nuovo il silenzio. Silenzio si fa per dire perchè, anche se il frastuono degli strumenti e delle urla era cessato, rimanevano i singhiozzi disperati di quasi tutti i partecipanti. Il caldo, in quell'angusto spazio pieno di anime stravolte era soffocante.
Il maestro diceva di scambiarsi i quaderni e subito dopo il suono del gong decretava l'inizio di un nuovo incubo. Alcune persone fissavano chi urlava loro la domanda come se fossero inebetite, alcune cominciavano di nuovo ad urlare come se le stessero squartando, altre si buttavano a terra o contro le mura del tempio (e venivano recuperate e rimesse a sedere) e di nuovo ricominciava l'inferno e la sensazione di non essere io quello che stava là dentro, di nuovo la mente si staccava dal corpo e il corpo sembrava agisse e urlasse da solo, senza che io potessi esercitare alcun controllo su di lui....
Finalmente, il suono del gong tornava e con esso finiva il frastuono. Ma l'incubo era solo cominciato.
Calcolate che fra un suono di gong e un'altro passano circa 10-15 minuti. Per ogni domanda, circa 20-30 minuti.

Quando le persone si erano un po' calmate, il maestro diceva di scrivere la domanda successiva: MIA MADRE MI HA INSEGNATO CHE LA PAURA E'. Bisognava chiudere di nuovo gli occhi e seguire la voce del maestro che diceva: "Ritorno ai tempi in cui ero bambino e avevo paura... Mia madre mi ha insegnato che la paura è..."
Un colpo di gong, e tutto ricominciava, senza sosta.

La terza domanda, sempre seguita da una visualizzazione a tema prima del suono del gong: PER ME LA PAURA E'...

Quarta domanda: QUANDO HO PAURA IO...

Dopo circa 2 ore ininterrotte di questo trattamento, si aveva diritto a circa una ventina di minuti di intervallo per bere o andare ai servizi. Tutti dovevano uscire dal tempio e gli assistenti rimettevano a posto le sedie. Non vi dico in che stato ero io e come stavano gli altri. E io, per fortuna, sono una persona piuttosto equilibrata. Ma, nonostante la mia forza d'animo, posso assicurare che ero molto, molto scosso da quell'esperienza.

Alla fine dell'intervallo, si ritornava dentro al tempio. Il maestro diceva qualche altra cosa sulla paura e sul fatto che così eravamo andati a toccare quello che avevamo rimosso ma che era ancora dentro, evidentemente, se avevamo vissuto quello che avevamo vissuto e che era meglio che fosse fuori, riconoscibile, che non dentro a fare danni senza che lo sapessimo.

"Ora andremo profondamente a toccare la nostra rabbia...." Le sento risuonare ancora nella testa, quelle parole.

Il maestro ci fece riaccomodare sulle sedie. Il partner poteva essere diverso dal precedente. Dopo gli spostamenti di questo e quello, il maestro diceva di scrivere la prossima domanda: PER ME LA RABBIA E'. Il suono del gong arrivava improvviso, questa volta. Non ricordo la visulizzazione. Se pensavo di avere visto tutto, durante l'esercizio precedente, avrei dovuto ricredermi di lì a pochi secondi. Quello che si scatenò con quella domanda non è possibile riprodurlo a parole. La gente urlava, urlava, urlava. Chi si gettava contro l'altro e veniva ripreso e rimesso a sedere a forza e a forza tenuto fermo mentre si divincolava urlando come un ossesso, chi si copriva la testa con le mani rannicchiandosi su se stessa nel terrore più assoluto davanti al partner che urlava "Ti ammazzo, ti in..., puttana, bastardo ecc ecc", Chi si alzava e cercava di fracassare le sedia su chi aveva vicino e veniva preso e trattenuto a forza dagli aiutanti che lo tenevano fermo a terra mentre altri aiutanti si avvicinavano facendo ancora più rumore possibile con gli strumenti per "fargli fare per bene il suo processo". Alcuni, si sbattevano i quaderni in grembo, altri fissavano il vuoto come se fossero improvvisamente inebetiti.....

Lo so che è difficile credere che possano esistere cose come queste e che uno ci si vada a ficcare volontariamente e pagando pure delle cifre piuttosto alte, ma chi ci va per la prima volta non sa, non può neanche lontanamente immaginare a cosa va incontro e, comunque, la maggior parte delle persone esce da lì indottrinata a dovere, pensando di avere avuto "L'onore" di fare chissà quale fondamentale esperienza di consapevolezza mentre invece è stata vittima di pure e semplici violenze psicologiche che hanno come unico scopo quello di manipolare la sua mente a fini meramente economici. Ciò che spinge questi individui ad applicare queste... non saprei come chiamarle... tecniche psicologiche, non è altro che la quantità di soldi che il plagiato gli porta e continuerà a portargli in seguito. Più uno è indottrinato, più tutti i soldi di cui può disporre finiscono nelle tasche del leader che, secondo la vittima "gli ha mostrato la via (o il sentiero sacro)".


La bolgia infernale continuava ancora per ore con le seguenti domande, fatte in quest'ordine:
MIO PADRE MI HA INSEGNATO CHE LA RABBIA E'
MIA MADRE MI HA INSEGNATO CHE LA RABBIA E'
QUANDO SONO ARRABBIATO IO...


Fra una cosa e l'altra, siamo arrivati circa alle 22.30. Si va a mangiare senza quasi il tempo di lavarsi la faccia, poi si torna al tempio per la seduta di indottrinamento.
Il maestro invita a meditare su quale sia il sentimento profondo che emerge quando ci si permette di mostrare la rabbia.

-continua-

Tiresia

giovedì 1 aprile 2010

(1) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth” (Lo spirito della terra).

L’intensivo ha una durata di 6 giorni. Si svolge presso l’agriturismo masseria “Lo Spagnulo” situato nella campagna di Ostuni. Intorno allo Spagnulo ci sono solo coltivazioni di ulivi e lo si può raggiungere esclusivamente in macchina. Dista da Ostuni alcuni chilometri, quindi senza macchina non è praticamente possibile raggiungere il centro abitato, a meno di non essere disposti a camminare per qualche ora.
Chi arriva con il treno prende il taxi. Una volta veniva organizzato un pullmino per chi arrivava alla stazione di Ostuni, ora non so.
Il giorno dell'arrivo ci si reca al banchetto degli organizzatori per registrarsi e pagare il costo del seminario. Al momento della registrazione, viene consegnata al partecipante una cartellina che contiene: una penna, un quaderno (piccolo) e alcuni fogli su cui è stampato il programma del seminario (in realtà non c'è scritto un bel niente: i giorni sono suddivisi in quadratini e su ogni quadratino c'è scritto "Vision 1" "Vision 2" "Lunch" ecc. - forse il fatto che sia scritto in inglese vuol inserire il lavoro in un contesto internazionale... non so) e alcuni brani di autori vari.
Riporto il brano firmato dal maestro:

" Come esseri spirituali noi creiamo il mondo fisico come luogo per imparare. Siamo qui per guidare il processo della creazione e per imparare come canalizzare consapevolmente l'energia creativa dello spirito in una forma fisica. La gioia è l'armonia in cui spirito e forma si incontrano in noi.

Ciascuno di noi è il centro del proprio universo che è in continua trasformazione. La scelta che facciamo è utilizzare la realtà come specchio per evitare la cecità dell' auto-percezione. L'idea che ho di me corrisponde realmente a ciò che gli altri vedono di me?

Nella nostra vita da adulti abbiamo sperimentato solo una parte di noi stessi, con la sensazione che stavamo perdendo qualcosa, e ciò ci ha impedito di essere nella gioia e nell'equilibrio. Quello che abbiamo espresso nelle nostre azioni e nelle nostre relazioni è stato il tentativo di essere "interi" e "felici", cercando qualcosa che giungesse dall'esterno. Con tale aspettativa, inevitabilmente, siamo andati incontro a situazioni che hanno creato frustrazione, risentimento o rabbia. Da questo sono derivate le nostre dipendenze, le incertezze, le fughe, la sfiducia, l'insoddisfazione, ed è così che abbiamo creato solitudine e dolore nella nostra vita.

Esplorare la relazione fra corpo ed emozioni ci consente di scoprire le nostre potenzialità nascoste. La paura, la tristezza, il risentimento, la rabbia, la chiusura ci separano da ciò che realmente siamo. Esprimere tali emozioni ci permette di esplorare consapevolmente il nostro lato oscuro per ricreare quello spazio in noi in cui siamo liberi ed in grado di riconoscere l'amore attraverso il quale possiamo crescere integrando la forza, il coraggio e la vulnerabilità con il nostro potere personale.

La forza vitale è nelle nostre radici. Senza radici non vi è fioritura.
La nostra infanzia è determinante per ciò che siamo. Il trauma dell'infanzia ha prodotto molte nostre difese ed atteggiamenti nella vita.
Il bambino ha in sè un incredibile potere ed una grande bellezza; in esso possiamo scoprire creatività, gioco e meraviglia.

L'esperienza è strumento per la consapevolezza e ci consente di entrare in connessione con il Sè, con Dio e con il mondo in cui viviamo. Il linguaggio verbale, il linguaggio del corpo e la comunicazione psichica sono in stretta correlazione tra loro. Il modo in cui viviamo le nostre relazioni nella nostra vita adulta deriva direttamente dai modelli familiari della nostra infanzia. Lasciar andare il passato e perdonare ci consente di realizzare le nostre potenzialità sopite e di giungere a livelli di conoscenza e di consapevolezza più elevati.

L'intimità è una esperienza attraverso la quale possiamo condividere il nostro spazio personale con gli altri. Il livello di intimità è relazionato ai confini personali che a loro volta sono determinati dalla cultura e dalle esperienze di vita. L'intimità è quello spazio protetto in cui possiamo esplorare la polarità tra fiducia e paure.

L'apertura del cuore ci permette di approfondire la consapevolezza dell'unità dentro di noi. La connessione con il cuore è l'essenza dell'amore senza condizioni, per tutto il Creato.

Connessi alla terra, in questo mondo fisico in cui viviamo l'esperienza dell'essere uomini e donne, la nostra intenzione è chiarire e rendere più profondo il legame con le nostre origini spirituali, ed onorare l'integrità, la verità e la bellezza in noi. "

Firma del maestro.

Segue un brano di cui non è indicato l'autore:

"Il fuori e il dentro non sono due movimenti separati. Le acque del mare si ritirano dalla riva, poi le stesse acque tornano e si infrangono sulla riva, sulle scogliere. Dato che abbiamo separato l'esterno dall'interno, nasce la contraddizione, la contraddizione che genera conflitto e dolore. La divisione tra fuori e dentro è irreale e illusoria, ma noi teniamo l'esterno totalmente separato dall'interno forse questa potrebbe essere una delle principali cause di conflitto, eppure non sembriamo mai in grado di imparare - imparare non memorizzare, imparare, che è una forma di movimento continuo - imparare a vivere senza questa contraddizione.

Il fuori e il dentro sono una sola cosa, un movimento unitario, non separato, ma intero. Forse si può comprenderlo intellettualmente, accettarlo come affermazione teorica o concetto intellettuale ma, quando si vive di concetti, non si impara mai. I concetti diventano statici. Puoi cambiarli, ma la trasformazione stessa di un concetto in un'altro è a sua volta statica, fissa.

Ma sentire, avere la sensibilità di vedere che la vita non è un movimento di due attività separate, l'esterno e l'interno, vedere che sono una sola cosa, rendersi conto che il rapporto tra i due è il movimento, è il flusso e il riflusso della sofferenza e del piacere, della gioia e della depressione, della solitudine e della fuga, percepire non verbalmente la vita come un insieme, non frammentata, non frantumata, vuol dire imparare. Imparare questo, però, non è questione di tempo, non è un processo graduale, perchè allora il tempo diventerebbe ancora un qualcosa che divide. Il tempo agisce nella frammentazione dell'intero.

Ma quando ne percepiamo in un istante la verità, allora ecco davanti a noi l'azione e reazione, all'infinito, la luce e il buio, il bello e il brutto.
Ciò che è intero e totale è libero dal flusso e riflusso della vita, dell'azione e reazione. La bellezza non ha opposti. L'odio non è l' opposto dell'amore."

Seguono 2 brani firmati Krishnamurti che vale la pena riportare, a mio modesto parere

-continua-

Tiresia

venerdì 29 gennaio 2010

Strumenti psicologici di controllo delle persone

Voglio parlare adesso di quelli che considero strumenti di pressione psicologica sulle persone che ho visto applicati negli anni dal maestro in varie forme.

Il “fare il passaggio”.
Grande creazione di stress viene fatta ripetendo a una persona che “non ha fatto il passaggio” , questo misterioso “passaggio” che viene riconosciuto come fatto solo dal maestro. Le persone che vengono definite dal maestro come quelle che “hanno fatto il passaggio”, vivono all’interno del gruppo il loro momento di gloria. E’ una sorta di riconoscimento che si è lavorato bene e cambia il modo di relazionarsi con le altre persone.Ho spesso avuto modo di notare come gli uomini e le donne cui era stato dato questo riconoscimento assumessero un atteggiamento un po’ arrogante nei confronti degli altri, come se fossero persone realizzate, in qualche modo superiori alle altre che stavano “ancora in processo”. E anche in questo gruppo, come purtroppo in molti gruppi di qualsiasi genere, si crea una sorta di capannello di eletti che ruotano intorno al maestro, si siedono vicino a lui sulle sedie ai seminari, lottano per accaparrarsi i posti più vicini al maestro a tavola e tanti simili episodi che, secondo me, denotano una piccolezza di fondo. Tornando al nostro “passaggio”, esso non è mai definitivo perché in qualsiasi momento il maestro può dire che uno lo ha fatto solo apparentemente o che è “tornato indietro” quindi togliere il riconoscimento a quella persona, così torna ad essere una persona “in processo”. All’interno del gruppo, chi non viene riconosciuto come uno che ha fatto il passaggio viene isolato.Sull'isolamento all'interno del gruppo bisogna ricordare che vi incide molto il concetto, più volte ricordato dal maestro, delle energie simili che si attirano, che viene anch’esso usato in modo strumentale, per cui, all’interno del gruppo, devi sempre stare attento alla persona con cui ti relazioni (addirittura alla persona con cui parli o a cui ti siedi vicino) perché se essa è riconosciuta dal maestro come “in processo” o "sfigato", automaticamente è in processo o sfigato anche chi si relaziona con questa persona.Ma perché vengono create queste tristi situazioni, all’interno del gruppo? Forse perché servono all’evoluzione personale? Magari il maestro è anche abile a farlo credere, secondo me però il motivo è un altro, più semplice e più triste: se fai sentire qualcuno sbagliato, è molto più facile manipolarlo. Se porti qualcuno a credere che in un solo ambito, quello di Arkeon – chiamalo così o con qualsiasi altro nome – tu puoi trovare amore, comprensione e fratellanza perché il mondo là fuori è tutto cattivo e perverso, ecco che ti basta la velata minaccia di buttarti fuori per controllarti e condurti su strade che non percorreresti altrimenti. Oltre a questo, vi è una forte creazione di stress dovuta al fatto che è difficile capire cosa si debba fare o come si debba essere per “fare il passaggio”, quindi viene generato uno stato di confusione e paura nella persona che teme, se non ha fatto il passaggio e non sa come farlo, di poter essere buttata fuori dal gruppo e perdere così l’unico punto di riferimento affettivo che le è rimasto, dato che intorno le è stata fatta terra bruciata (ricordiamo che molti lasciano famiglia e amici perché perversi). Questo condizionamento è tanto più forte quanto più la/il propria/o partner è coinvolto e, invece, riconosciuto all’interno del gruppo. Perché se non sei come il gruppo vuole, rischi di perdere la tua compagna!Quando, per vari motivi, questa pressione psicologica non è sufficiente a “far fare il passaggio” al compagno/a, allora si viene incoraggiati a minacciare di lasciarlo/a. Di solito, a questo punto, molti capitolano. Perché a volte è meglio inghiottire che vedere il proprio matrimonio rovinato. E quanti ne ho visti, ai seminari, togliersi la fede e restituirla al compagno/a. O buttarla nel “sacro fuoco dell’intensivo” offrendo a Dio! la propria ritrovata libertà….

La “trasgressione creativa”.
Questa “meraviglia” l’ho vista applicare solo a donne che non avevano intenzione di “piegarsi”. Se la moglie oppone troppa resistenza al “passaggio”, salta fuori la mitica “trasgressione creativa”, agita o solo minacciata, che è una delle più brutte e cattive violenze psicologiche che si possano fare ad una persona: bisogna assistere al tradimento del proprio partner che rivolge le sue attenzioni a una del gruppo che “ha fatto il passaggio” o comunque è “più affidata” stando zitte e accogliendo quella “punizione” perché non si è fatto il passaggio. Allora, o diventi come vuole il maestro e di conseguenza come vuole il gruppo pilotato dal maestro, o vieni lasciata da tuo marito per un’altra donna più docile e “allineata”. E con quale soddisfazione ho sentito il maestro raccontare come queste donne abbandonate passavano le loro giornate a piangere o urlare la loro impotente rabbia al telefono, con lui che non perdeva occasione di girare il coltello nella piaga. Credo che qui si possa ben parlare di sadismo allo stato puro, che viene mascherato da strumento di evoluzione. Questa situazione porta molto spesso una persona a dover sottostare ad umiliazioni e a prostituirsi, in senso psicologico, per non perdere la persona amata e che spesso è rimasta l’unico riferimento affettivo che ha nella vita. Ho anche sentito dire, da chi l’ha vissuto, che questo spesso porta anche a meditare il suicidio.Col nome di “trasgressione creativa” vengono definite anche altre “pratiche” che ho sentito il maestro consigliare alle persone di mettere in atto per trasformare o risolvere varie situazioni. Si andava dal consigliare a comunisti convinti di votare il buon Silvio, al mangiare cose che si avevano in odio, e chi più ne ha più ne metta. La teoria che sta alla base di queste “trasgressioni creative” è che facendo qualcosa che non si sarebbe mai fatto o voluto fare, si va a rompere uno “schema mentale” della persona che le impedisce di fare scelte diverse. Un po’ astrusa la scusa, mi sembra, ma questa è una mia opinione.
Tiresia
- continua -

lunedì 25 gennaio 2010

La via della donna

Le donne, secondo il maestro, hanno una parte perversa molto più coriacea e resistente di quella degli uomini. Le donne che non appartengono al cerchio, così come quelle che non “fanno il lavoro” la agiscono costantemente e in modo automatico. Le donne, veniva detto e forse viene detto ancora, riescono ad avere tra loro relazioni prevalentemente perverse, dato che agiscono da uno spazio di attrazione lesbica non dichiarata (omosessualità latente), tranne alcune donne che si trovavano a stretto contatto col maestro e che vengono indicate da lui come esempio alle altre.La funzione più nobile della donna è, nell’opinione del maestro, quella di essere una”terra fertile che deve accogliere il seme del guerriero e farlo riposare nel suo seno”. Per raggiungere questa condizione ottimale, essa deve purificarsi, eliminare i lati perversi che le sono stati trasmessi dalla madre e diventare così una vera Donna, degna compagna del Guerriero.Cosa deve fare la donna per purificarsi? Il primo passo è riconoscere i suoi lati perversi. Questo avviene pubblicamente, durante quella sorta di “confessioni pubbliche” che sono i momenti di condivisione nei seminari e lavori affini. Dopo la condivisione, comincia l’azione di pulizia. Una delle prime cose da fare è chiarire la relazione con la propria madre impedendole di continuare a relazionarsi con loro dal lato perverso. Di volta in volta il maestro chiarisce quali sono i comportamenti che non vanno bene. Se la madre presenta troppe resistenze a capire, allora è meglio interrompere i rapporti, in quanto, rimanendo in contatto con persone che agiscono da quello spazio, è molto facile essere “riportate indietro” sui sentieri della perversione. Chiarita la relazione con la madre, bisogna chiarire quella con le amiche e interrompere i rapporti con eventuali amiche perverse che si avevano prima di cominciare il lavoro se no sono disposte a cambiare. Le donne devono mantenere sempre all’erta la loro attenzione per capire se, nelle relazioni con le altre donne, si attivano meccanismi riconducibili alla spinta dell’omosessualità latente. Sotto questo profilo, esse trovano un valido aiuto sia nei compagni, che vigilano sulle loro relazioni, alcuni anche in modo molto zelante, che nel maestro, sempre pronto ad offrire il suo contributo per individuare ciò che non va. Forse potrebbe non sembrare, dalla breve descrizione che faccio, ma questo, già di per sé, favorisce il nascere di tensioni piuttosto forti nei confronti delle altre donne, anche di quelle del gruppo. Ad alimentare la tensione contribuiscono tutta una serie di pressioni volte ad uniformare il comportamento delle donne all’idea che il maestro ha di “donna che ha fatto il passaggio”. Di questo Passaggio parlerò in modo più esteso tra breve.Mi ricordo che alcuni anni fa venne introdotto uno strano rituale cui venivano sottoposte le donne più resistenti a spogliarsi dei loro lati perversi. Lo chiamerò “rituale dello scatolone degli orrori”.Negli anni, il maestro aveva raccolto vari oggetti che alcune donne avevano portato ai seminari e che rappresentavano per loro gli agganci ai lati perversi delle loro madri. La maggior parte di quegli oggetti erano stati donati loro dalle proprie madri. Lo scatolone conteneva di tutto: da completini sexy, a bambolotti dal volto inquietante, a biberon dalla forma fallica e altre amenità del genere. Durante il seminario vi era il momento della consegna dello scatolone degli orrori. Solennemente, la donna che lo aveva tenuto (di solito per un mesetto durante il quale doveva mettersi i completini sexy davanti allo specchio e tenere in mano i vari oggetti, meglio che ci dormisse anche in mezzo, veniva detto dal maestro, per meglio entrare nella dimensione perversa che essi rappresentavano) lo consegnava ad un’altra donna che “aveva bisogno di starci dentro” per “aiutarla” in questo modo a capire e abbandonare i suoi lati perversi. Era uno spettacolo che stringeva il cuore osservare come quella che lo consegnava stava impettita e quasi pietrificata nell’espressione e quella che riceveva non sapeva come fare a trattenere le lacrime. Perché ricevere lo scatolone era come essere additata come la donna più perversa del gruppo, quella che stava attaccata alla sua “perversione” con le unghie e coi denti. Non era una bella figura da fare nel gruppo e non lo era neppure per il suo eventuale compagno che, velatamente, veniva considerato uno che non riusciva a tenere la mogie sulla retta via. Chi doveva consegnare lo scatolone, prima di consegnarlo si consultava col maestro su chi fosse più opportuno che lo ricevesse e lui era sempre pronto a dare l’indicazione giusta circa la destinataria.Attualmente, questo rituale non è più in uso nei seminari del grande maestro, non so se lo è ancora nei seminari degli altri maestri.La figura del compagno è determinante per l’evoluzione di una donna. Infatti, quelli/e che nel gruppo non sono accoppiati/e non possono trovarsi completamente a loro agio in un gruppo che presenta la famiglia come valore massimo e primo traguardo cui aspirare. E fin qui niente di male.Il problema è che è molto difficile riuscire ad avere una famiglia o una relazione con una persona al difuori del gruppo, con una persona che “non si fa il lavoro”. O la famiglia è tutta arkeoniana, o i bastoni fra le ruote sono tanti. Mi sembra che anche su questo forum vi siano diverse testimonianze al riguardo. Quasi superfluo dire che il maestro si prodiga per trovare a tutti una sistemazione, indicando questa o quell’altro come potenziali compagni/e a chi non ne ha, spesso interferendo anche in modo incisivo nelle relazioni fra le persone. Se qualcuno si domandasse a che scopo, suggerirei di considerare quanto sia difficile riuscire a non cambiare sotto la spinta di condizionamenti che non vengono solo dai seminari ma anche dal proprio partner, nella vita di tutti i giorni. Per non soccombere sotto tali pressioni psicologiche, o si cambia, o si molla. E se molli non c’è problema. Nel gruppo spesso c’è chi farà felicemente le tue veci come “uomo” o “donna della vita” al fianco della tua ex compagna/o.Tornando al discorso della donna, dicevo che la relazione col compagno è determinante per capire se una si è liberata o no dai perversi condizionamenti della madre. Di pari passo col pulire le relazioni con le donne, bisogna pulire la relazione col compagno da tutte le eventuali perversioni. Per far questo, viene richiesta la totale sottomissione della donna all’uomo. Ma più che sottomissione bisogna parlare di “obbedienza” perché, dice il maestro, se una è sottomessa non vi è vero affidamento in quanto nella sottomissione c’è una parte di rabbia, mentre nell’obbedienza c’è l’affidamento totale (stesso discorso dell’affidamento al maestro). E qui tocchiamo un punto spinoso per le signore. Per anni questa obbedienza ha significato stare zitte, non ribattere anche se il compagno diceva delle cavolate. Se il compagno aveva ancora un processo per cui “non riusciva ad uscire nel modo” da vincente, come un vero guerriero degno di questo appellativo doveva fare, la donna doveva tirarsi indietro per favorirne l’espressione nel mondo. Per molte donne questo ha significato lasciare il lavoro (non andava bene che una donna guadagnasse più del suo compagno, se questo succedeva con buona probabilità era responsabilità della donna che gli impediva di prendere il posto che gli competeva a capo della famiglia). Ma se questo poteva non avere serie ripercussioni sul menage famigliare dei benestanti e/o ricchi, certamente lo aveva sulle famiglie di chi, per arrivare alla fine del mese, doveva contare su 2 stipendi. E mi piacerebbe sapere come la pensa chi, per seguire queste splendide teorie, ha visto il suo tenore di vita abbassarsi drasticamente. In seguito, dato che se non ci sono soldi per vivere non ce ne sono neppure per fare i seminari, anche le donne hanno potuto ricominciare a lavorare senza per questo sentirsi in difetto. Nel frattempo, però, molte hanno visto le loro belle carriere rovinate da queste credenze. Contenti loro….

Tiresia

- continua -

martedì 12 gennaio 2010

Lavoro chiamato “no limits” all'intensivo / residenziale

Questo lavoro si svolge solitamente all’aperto, tempo permettendo, sul prato di fianco al tempio, altrimenti viene fatto all’interno del tempio. Lo scopo di questa “esperienza” è quello di portare a coscienza le proprie reazioni ed emozioni legate all’incontro fisico con l’altro. A nessuno viene descritto in anticipo il tipo di lavori che vengono fatti durante l’intensivo e quindi le persone si trovano a doverli affrontare quando ormai sono lì e, per quanto nessuno venga obbligato con la forza a prendere parte ad un lavoro (almeno, io non ho mai visto persone venire obbligate a partecipare con la forza) è anche vero che se una persona si rifiuta, viene sottoposta a pressioni psicologiche di vario tipo affinché vi partecipi. Queste pressioni vengono esercitate sia dal gruppo che dallo stesso maestro e consistono in frasi del tipo: “perdi una grande occasione per andarti a vedere un tuo “nodo” – “proprio perché senti queste resistenze dovresti fare il lavoro perché significa che c’è sotto un “processo” e hai l’opportunità di andartelo a guardare” – “fare questa esperienza è molto importante” ecc.Bisogna tenere presente, a questo proposito, che durante questi intensivi le persone vengono sottoposte a ritmi ed esperienze destabilizzanti dal punto di vista psicologico. Il gruppo è composto dalle 60 alle 120 persone che, durante i 5 giorni dell’intensivo non si muovono praticamente mai da un luogo circoscritto (l’agriturismo), dormono pochissime ore per notte in camere solitamente sovraffollate e con fastidiosi problemi per quanto riguarda l’utilizzazione dell’acqua calda che, essendo fornita da piccoli e scalcinati scaldabagno non permette di farsi 2 docce consecutive; spesso si assiste al mal funzionamento delle fognature che devono lavorare al disopra delle loro possibilità e non riescono a smaltire i rifiuti organici (tanto che spesso dai gabinetti escono liquidi ed esalazioni maleodoranti che vengono sempre interpretati come la “materializzazione” dei processi dei partecipanti; hanno ritmi completamente sballati rispetto ai soliti anche per quanto riguarda i pasti, spesso di qualità non soddisfacente, (il pranzo viene servito nel pomeriggio e la cena anche a notte fonda) e vengono sempre tenute in uno stato di tensione emotiva attraverso i vari esercizi che vengono proposti. E’ molto difficile, quindi, riuscire a rifiutarsi di prendere parte ad un lavoro. Bisogna esercitare una forte volontà ed essere disposti a sopportare la disapprovazione del gruppo e quella del maestro che non è mai esplicita ma arriva in modo velato, cosa non sempre facile per tutti in quelle circostanze. Durante il “no limits”, le persone vengono invitate a mettersi in cerchio e a chiudere gli occhi. Il maestro spiega che dovranno tenere gli occhi chiusi per tutta la durata dell’esperienza. Il maestro dice che lo spazio in cui si trovano rappresenta il mondo e le persone che vi si incontrano, sempre ad occhi chiusi, sono le persone che si incontrano nella propria vita (o che si sono incontrate in passato). Al primo suono del gong i partecipanti devono cominciare a camminare in quello spazio. Essendo uno spazio abbastanza ristretto, camminando le persone si urtano l’un l’altra cominciando ad avere fra loro contatti fisici casuali. I maestri che aiutano a condurre l’intensivo tengono gli occhi aperti e non partecipano all’esercizio, ma aiutano a tenere le persone all’interno dello spazio preposto, all’occorrenza indirizzando il loro percorso verso questa o quella persona, spesso seguendo le indicazioni del grande maestro.Al secondo suono del gong i partecipanti devono fermarsi dove si trovano e con le mani sentire chi è loro vicino e “scegliere” il partner con cui fare l’esperienza. Durante questa fase viene più volte ripetuto e sottolineato dal maestro che “non ci sono limiti” e uno deve sentirsi libero di esplorare il corpo dell’altro come meglio crede. Viene anche detto, in modo scherzoso, che non sono ammessi rapporti sessuali completi, ma che non ci sono limiti all’esplorazione. Si è liberi di fermare le mani del partner, se si vuole. Questa fase dura circa 5-10 minuti poi, al suono del gong il giro riprende e si ricomincia a camminare cercando il partner successivo. Gli incontri non sono ovviamente solo fra uomini e donne ma anche fra uomini e uomini e fra donne e donne. Quando l’incontro è con un partner dello stesso sesso, si ha la possibilità, viene detto dal maestro, di esplorare la propria omosessualità latente che è sempre originata dalla ricerca del contatto col corpo del genitore dello stesso sesso, contatto che, quando si era piccoli, è stato negato. Questo camminare/incontrarsi/camminare scandito dal suono del gong va avanti per 3 o 4 volte o comunque fino a quando il maestro ritiene che l’esercizio possa terminare.Probabilmente la mia descrizione, che ho cercato di fare in modo il più possibile oggettivo, non riesce a trasmettere appieno la capacità che ha questa esperienza di toccare profondamente molti dei partecipanti. Vero è che ho spesso visto e sentito persone urlare e piangere disperatamente durante questa esperienza e credo che dovrebbe essere doveroso, nei confronti delle persone che vi partecipano, essere messe al corrente PRIMA di quello che si fa durante l’esercizio perché per alcuni è un’esperienza molto dura e bisogna essere in grado di scegliere se farla o meno. Altrimenti, si può trasformare in una forma di violenza psicologica che viene fatta passare come “prezioso strumento di evoluzione e comprensione dei propri nodi psicologici”.Non mi dilungo oltre nella descrizione dei vari esercizi che si fanno durante questi intensivi perché, in questa sede, mi preme di più esporre le teorie su cui si basa il lavoro all’interno del gruppo. Sarebbe però, credo, molto interessante poter avere una descrizione dettagliata di come si svolge il “lavoro”, sia durante gli intensivi che durante i seminari e gli altri residenziali a tema che vengono organizzati dai vari maestri. Spero quindi che vi siano altre persone disposte a fornire ai “consumatori” del prodotto arkeon una descrizione del prodotto stesso, così che essi possano più serenamente valutare se questa esperienza sia adatta alla loro psiche. Spero anche che ciò che descrivo possa aiutare i parenti e gli amici dei partecipanti (che non hanno fatto e che non vogliono fare il “lavoro”) a capire il tipo di esperienza cui sono stati sottoposti i loro cari.Il fine di questo lavoro era quello (e dovrebbe esserlo ancora) di essere liberi, felici ed appagati nella famiglia e nel lavoro. Almeno, questo è quanto veniva detto. Nei primi anni, i “nodi” (che significa blocchi psicologici, emozioni represse, qualsiasi tipo di processo psicologico che “non fa scorrere l’energia” e impedisce la realizzazione personale ecc) erano causati esclusivamente dal comportamento non corretto dei genitori che, attraverso l’esempio che davano relativo al modo di relazionarsi alla vita e agli altri, avevano trasmesso i loro problemi (di vita e relazione) ai figli. Questi figli, per disfarsi delle nefaste influenze psicologiche della famiglia di origine, dovevano sia capire, individuare i modi sbagliati di comportarsi dei loro genitori sia, una volta individuati, riconoscerli in loro stessi e smettere di metterli in atto volgendosi a modi di relazionarsi e comportarsi più “sani”, indicati di volta in volta dal maestro.Non bisogna fare un grande sforzo immaginativo per capire il motivo per cui, in quegli anni, molti tornavano dai seminari e dai residenziali con un grande risentimento e rabbia nei confronti dei propri genitori: erano loro la causa del fallimento, dei problemi e del dolore della loro vita!
- continua -
Tiresia

domenica 10 gennaio 2010

Padre e Madre – teorie iniziali

Quando io ho cominciato a frequentare i seminari, il lavoro si concentrava molto sulle figure genitoriali e sulle emozioni represse (principalmente rabbia, ma anche paura e dolore emotivo) che si provavano nei confronti di queste due figure. Attraverso l’utilizzazione di varie tecniche, che sarebbe opportuno descrivere in modo più dettagliato in una sezione a parte, le persone venivano portate in uno stato di grande eccitabilità emotiva e a quel punto (solitamente il secondo giorno del seminario di primo livello) venivano formati dei cerchi composti solitamente da 20 a 60 o più partecipanti, in cui le persone, che dovevano tenere gli occhi chiusi durante l’esercizio, venivano invitate dalle parole del maestro a ritornare ai tempi della loro infanzia ed immaginarsi piccoli, fra i 3 e i 6 anni circa, davanti ai propri genitori. A quel punto il maestro chiedeva di “guardare” chi c’era vicino a loro e come si sentivano davanti a quella persona. Chi vedeva il padre, chi la madre, chi nessuno e, secondo la predisposizione e la storia personale di ognuno, le persone si mettevano a piangere di dolore o urlare di rabbia di fronte a quei genitori che avevano sentiti lontani, da cui si erano sentiti non protetti ecc ecc, secondo la direzione verso cui la voce e le direttive del maestro li portava. Era senz’altro uno spettacolo impressionante, sia per le persone che vivevano quell’esperienza per la prima volta che per quelle che ripetevano i seminari, vedere tutte quelle persone urlare con rabbia, rosse in viso, invettive contro i propri genitori o piangere disperate con singhiozzi irrefrenabili invocandoli spaventati, e questo spettacolo facilitava senz’altro l’espressione emotiva dei singoli partecipanti. Io sono convinto che non esistano genitori perfetti, come non esistono figli perfetti, e che ognuno di noi abbia vissuto nell’infanzia episodi frustranti o dolorosi nella relazione con i propri genitori. Sicuramente, trovarsi in una situazione come quella che ho descritto, e che come me hanno visto e vissuto in tanti durante i seminari, dà alle persone lo stimolo per esprimere emozioni che di solito si tende a reprimere nella vita quotidiana, ma che non sono necessariamente riconducibili al comportamento “cattivo” dei propri genitori durante l’infanzia. Però il livello di eccitabilità e credulità emotiva dei partecipanti diventa talmente alto, in una situazione del genere, che è molto facile pilotare le loro convinzioni circa l’origine delle forti emozioni che sentono emergere guardando quel tipo di spettacolo (credo che esistano anche diversi studi in campo psicologico su questo argomento e mi piacerebbe conoscere qualche titolo). Questi “sblocchi” emotivi venivano spesso e volentieri pilotati e indirizzati dal maestro verso la rabbia o il dolore emotivo (secondo quello che lui intuiva fosse più appropriato per la persona e sottolineo la parola “intuiva” perché non ha mai fornito spiegazioni riguardo ai criteri che lo portavano a propendere per un’emozione o per l’altra, se non un vago “collegamento e sintonia con lo spirito” che guidava le sue parole o azioni) attraverso varie tecniche. Per esempio, quando c’era una persona che presentava uno stato emotivo piuttosto eccitato, il maestro le diceva di chiudere gli occhi (a volte, prima le chiedeva se voleva andare a fondo nell’emozione che stava vivendo, a volte no) e metteva davanti a lei un’altra persona, maschio o femmina secondo i casi, e diceva alla persona con gli occhi chiusi “Hai davanti a te tua madre/tuo padre”. A queste parole, varie erano le reazioni di chi aveva gli occhi chiusi: a volte si metteva a singhiozzare più convulsamente, a volte urlava “No…NO…” a volte si immobilizzava ecc. A quel punto, il maestro cominciava a parlare nell’orecchio della persona che aveva messo davanti a quella con gli occhi chiusi e le suggeriva di fare o dire cose. A volte capitava che le dicesse di abbracciare forte e senza mollare la presa la persona con gli occhi chiusi sussurrandole all’orecchio le frasi che lui riteneva fossero più adatte a farla “andare profondamente nel suo processo”. Queste frasi erano abbastanza semplici e stereotipate: “Ti ho sempre voluto bene”, “Non ti ho mai amato”, “Scusami per esserti stata/o lontana/o”, “Ho sempre preferito Tizio o Caio a te”, “Scusami per non averti protetto”, per citare quelle che mi vengono in mente adesso.A volte il maestro evitava che vi fosse un contatto fisico fra le due persone e suggeriva a quella con gli occhi aperti quello che doveva dire o urlare a chi aveva davanti con gli occhi chiusi.Come si può facilmente intuire, si assisteva a scene molto forti, dal punto di vista emotivo. Le persone con gli occhi chiusi, la maggior parte delle volte urlavano e piangevano e sputavano, ma in alcuni casi si mettevano anche a tirare calci e pugni a chi avevano davanti ed era ammirevole vedere come quasi tutti i poveretti che ricoprivano il ruolo di genitore destinatario di quelle manifestazioni di rabbia fisica sopportavano stoicamente le percosse “per il bene dell’altro”.Certo, se la violenza fisica minacciava di diventare troppo incontrollabile, un gruppetto di volontari immobilizzavano la persona in preda a quel “processo di rabbia” e le permettevano solo di urlare finchè non si calmava. Spesso, durante questi exploit emotivi, ho visto il maestro premere la mano sulla bocca dello stomaco della persona con gli occhi chiusi per “aiutarla” ad andare più a fondo nell’emozione. Aggiungo, per chi non lo sapesse o non ne avesse avuto personalmente esperienza, che in quei momenti di grande eccitazione emotiva, la bocca dello stomaco si sente pulsare fortissimo e se qualcuno vi esercita sopra una pressione, come minimo viene da urlare. Lo so per certo perché anche a me è capitato di trovarmi in quella situazione, durante seminari o intensivi cui ho partecipato.Quando, dopo ore, le emozioni dei partecipanti si erano un po’ placate ed eravamo tutti più o meno stravolti dalla stanchezza e spossati da quell’esperienza emotiva intensissima, il maestro cominciava il lungo discorso di spiegazione di quanto era avvenuto, in cui esponeva la sua teoria (chiaramente non presentata come sua teoria ma come dato di fatto) circa le cause che avevano portato le persone a provare e reprimere, nel corso della loro vita, emozioni così intense:Alla nascita, il bambino è naturalmente giusto e retto, ma deve presto cominciare a confrontarsi con un mondo che tanto giusto e retto non è. Proprio dai genitori arrivano le prime delusioni in quanto è in famiglia che la maggior parte delle persone entra per la prima volta a contatto con:1) forme di comunicazione non sane: i cosiddetti “doppi messaggi” che hanno come scopo il creare confusione in chi ne è il destinatario e in questo modo renderlo facilmente manipolabile per piegarlo ai propri scopi. Durante i primi anni in cui ho frequentato questo gruppo, i primi esseri a propinare all’innocente creatura questi doppi messaggi erano entrambi i genitori; successivamente, è diventata prerogativa della madre. Verso la fine del 2000, infatti, l’uomo, nel suo ruolo di padre, cominciava a venir presentato come una specie di santo mentre la donna, e in particolare la donna nel suo ruolo di madre, veniva presentata come la summa di tutte le umane perversioni e causa prima del dolore e del fallimento della vita dei figli nonché dei mariti.Un esempio di doppio messaggio è il cominciare un discorso lodando una persona per qualcosa, continuando poi con una critica alla stessa (tipo: tu sei molto intelligente ma fai delle cose da stupido, oppure: ti voglio tanto bene ma non ti sopporto perché…..).2) forme di menzogna, inganni e sotterfugi che minano la fiducia del bambino nel genitore quando le scopre. (Non bisogna mai mentire ai figli, e su questo sono d’accordo! Ma credo che sia necessario raccontare loro la verità in modo equilibrato – mio commento).3) creazione del senso di colpa nel bambino attraverso varie tecniche, che ha come scopo quello di legare a sé i figli impedendo loro di essere liberi. In genere prerogativa della madre, anche se non si escludeva un uso del senso di colpa da parte del padre. Le frasi che venivano indicate come le più frequenti a far sorgere sensi di colpa nei figli erano: “Con tutto quello che ho fatto per te…” “Non vedi come soffre la tua povera mamma/zia/nonna ecc.” “Quando sarò morta allora vedrai/capirai…”, “Se continui così mi farai ammalare” “Se fai così fai piangere la tua povera mamma” ecc. ecc. 4) eredità del dolore della madre: (questo soprattutto per le figlie) la madre che lega a sé i figli attraverso una forma di vittimismo continuo e fornisce loro l’immagine costante di una donna che soffre, il più delle volte a causa del marito/padre del bambino, e in questo modo trasmette una visione distorta della vita e della relazione di coppia che è fatta di dolore e sacrificio. Questa “eredità di dolore” viene trasmessa di madre in figlia, di generazione in generazione. Se una donna non riesce ad essere felice, e non riesce a portarne a coscienza il motivo, sa dove andare a trovare l’origine di questa infelicità e chi ringraziare per questo.Nei comportamenti dei genitori venivano quindi rintracciate le cause dell’impossibilità delle persone ad essere libere e felici. Per riuscire a raggiungere libertà e felicità bisognava riconoscere queste emozioni represse “attraversandole consapevolmente”, (vale a dire ri-vivendole) e sbarazzarsi delle “eredità perverse” trasmesse in vario modo dai genitori e dalle famiglie di origine in genere. Questo si poteva fare in parte durante i seminari, ma vi era ed è un “lavoro” molto più profondo sulle emozioni che si può fare negli intensivi o, come si chiamano ora, seminari residenziali o walking the path o come diavolo sono stati rinominati (anche qui, cambia il nome ma non la sostanza).Non bisogna dimenticare, però, che in quegli anni molto spazio ed importanza veniva dato al Reiki, una forma di “energia intelligente” di origine divina che attraverso le iniziazioni praticate nei seminari dal maestro cominciava a fluire liberamente dalle mani degli iniziati. Questa energia non solo, veniva affermato, può guarire il corpo fisico ma, proprio passando attraverso il corpo fisico durante i trattamenti, ha la capacità di guarire il corpo emotivo facendo emergere le emozioni represse che hanno causato la malattia. Le emozioni represse venivano indicate, allora, come la causa di tutti i mali fisici e psichici. La loro azione, veniva spiegato nei seminari, non si limita alla realtà corporea della persona ma può trasferirsi agli eventi che capitano nella vita. Un’emozione repressa che non trova sfogo nel corpo trasformandosi in malattia, può dare luogo ad eventi incontrollabili che si ripetono nella vita con una certa frequenza (può essere il caso di chi viene di frequente derubato del portafoglio, o che viene spesso tamponato in macchina ecc), oppure attira verso la persona tutta una serie di individui e situazioni che hanno lo scopo di portarla a rendersi conto che sta reprimendo quell’emozione. Per fare un esempio, se uno aveva della rabbia repressa nei confronti di una figura maschile o “aveva un processo” con l’autorità, vi erano buone probabilità che avesse mal di fegato (il fegato è uno degli organi più disponibili ad accogliere la somatizzazione della rabbia, oltre al fatto che si trova nella parte destra del corpo che è legata al maschile/autorità) oppure poteva esser vittima di incidenti d’auto che andavano a danneggiare la parte destra della macchina, oppure poteva continuare ad attirare gente arrabbiata che interagiva con lui in modo antipatico, tale da far scattare la sua rabbia ecc.Non voglio qui entrare nel merito dell’inconscio e della sua capacità di creare situazioni o malattie perché non è l’argomento del mio intervento. Certo è che le cose venivano presentate in un modo tale per cui uno credeva davvero che, sbloccando le emozioni represse sarebbe riuscito ad avere una forma di controllo sulla sua vita e sugli eventi. Si arrivava a credere che le malattie potessero venire debellate attraverso i trattamenti di reiki (anche se non ho mai sentito dire esplicitamente che una persona non dovesse curarsi attraverso la medicina ufficiale o abbandonare le cure che stava facendo; ho sentito invece dire molte volte che si poteva fare un trattamento di reiki alle medicine e questo avrebbe avuto un’azione sugli effetti collaterali: non ce ne sarebbero stati se la medicina era quella giusta, si sarebbero amplificati se la medicina non fosse stata adatta a quella persona) e il lavoro sulle emozioni e si arrivava anche a credere che, con i trattamenti di secondo livello, si potessero influenzare gli eventi: il trattamento fatto ad una situazione per mezzo dei simboli che venivano “impressi” sulle mani degli studenti durante l’iniziazione di secondo livello, aiutava a far emergere, a livello emotivo o fisico o attraverso altri eventi collegati alla situazione che si stava trattando, le vere motivazioni psicologiche che spingevano o legavano una persona alla situazione “trattata”.Per fare un esempio, se si era stati lasciati dalla fidanzata/o e si voleva tornare insieme, si poteva fare il trattamento alla relazione con lei/lui e questo avrebbe fatto emergere in modo chiaro i motivi che avevano fatto sì che la relazione non funzionasse, motivi che potevano venire risolti, se questo era “giusto” o amplificati se non lo era (il reiki, veniva affermato, è un’energia “intelligente” che porta le cose a svilupparsi verso una direzione o l’altra seguendo le direttive dell’intelligenza divina, quindi, qualsiasi risultato sortisca il trattamento, esso è sempre valido, anche se non se ne capisce la ragione). Ci si poteva quindi rimettere insieme o si poteva venire addirittura trattati in malo modo dall’ex, se questo è quello che “doveva succedere” per farci capire qualcosa.Si può ben notare come, partendo da questi presupposti, il maestro può dare sempre e comunque un’interpretazione strumentale della realtà interpretando gli eventi a suo uso e consumo, in quanto viene sempre sottolineato che i risultati del trattamento si sviluppano secondo il volere di una non meglio precisata “intelligenza divina” che, nella sua manifestazione, è ben lungi dal seguire una logica “umana”. Ecco così che, avendo il maestro sempre pronta una bella interpretazione di quello che succede alle persone, egli diventa interprete indiscusso del “volere divino”, almeno per tutte quelle persone che hanno bisogno di trovare risposte e spiegazioni facili davanti agli eventi della vita e ai loro moti interiori.Spesso ci si trovava anche proiettati in un mondo magico dove fare i trattamenti di reiki alle cose aveva i poteri più svariati: si andava dal ricaricare le pile, al trovare parcheggio, al liberare un oggetto regalato dalla vecchia zia perversa e manipolatrice dalla sua infausta influenza e chi più ne ha più ne metta. Si potrebbe aprire un’intera sezione del sito del Cesap solo per raccogliere tutte le astrusità che sono state propinate dal maestro e dai suoi maestri sugli effetti dei trattamenti di secondo livello in quegli anni. E più il maestro ne raccontava e più gli studenti ne aggiungevano creativamente. Certo è che più si è portati in uno stato di eccitazione emotiva, più si è disposti a credere alle peggio fregnacce. E se riesco a credere che tracciando il primo simbolo di reiki troverò sicuramente un parcheggio in centro, posso anche credere che i miei genitori e la loro perversione sono la causa prima della mia infelicità e del fallimento della mia vita. Ricorda niente la parola “capro espiatorio”?Nei seminari, in quegli anni, veniva dedicato ampio spazio ai trattamenti e alla spiegazione di come e dove le emozioni represse potevano andare a creare danni, sia a livello fisico che negli eventi della propria vita. E venivamo tutti vivamente consigliati di farci trattamenti su trattamenti perché “ogni volta che si completa un ciclo di trattamenti (4) si fa automaticamente un salto di qualità a livello di consapevolezza: le emozioni represse emergono alla coscienza, devono venire riconosciute e la situazione originaria che le ha create e fatte reprimere può venire risolta, così non andranno a creare più disagi nel corpo fisico o nella vita.Per quanto riguarda il lavoro sulla comunicazione, veniva introdotto durante il seminario di secondo livello e utilizzato negli intensivi.Si lavorava sulla comunicazione per avere relazioni chiare e oneste con gli altri e, a questo fine, si lavorava per comprendere le proprie “risposte automatiche” agli stimoli che venivano dall’esterno. Durante i seminari di secondo livello venivano spiegate le 4 forme base della comunicazione: risentimento – se si esprimeva rabbia pura perché non si era stati ancora in grado di elaborarla e di capire cosa, effettivamente, l’aveva scatenata (in questa fase, a stimolo corrisponde risposta automatica)giudizio – se si sentiva ancora rabbia ma si era riusciti ad individuare che cosa, nell’altro sembrava non andasse o infastidiva (in questa fase c’è sempre una risposta automatica ma anche la coscienza, da parte di chi esprime il giudizio, che quello che sta dicendo può essere in certo modo una sua proiezione sull’altro. Non sempre, però. Il giudizio veniva anche usato per dare all’altro dei feedback che lo aiutassero a vedere e portare a coscienza una parte di sé.)condivisione – se si riconosceva che quello che si muoveva a livello emotivo era qualcosa che ci apparteneva e che l’altro, con il suo comportamento o atteggiamento che ci ricordava il nostro, ci aveva permesso di riconoscere (riconoscimento della propria proiezione sull’altro)apprezzamento – se c’era una qualità o capacità che si riconosceva nell’altro, a volte si poteva anche condividere che la si sarebbe voluta acquisire.Durante i seminari di secondo livello la comunicazione doveva avvenire attraverso queste forme. Se qualcuno aveva qualcosa da dire al gruppo si doveva inginocchiare davanti a tutti, all’interno del cerchio, prendere in mano una sfera di pietra e cominciare dicendo il suo nome e “voglio condividere che…”. Se qualcuno aveva qualcosa da dire ad un’altra persona doveva inginocchiarsi davanti a questa, che a sua volta si doveva inginocchiare, e cominciare con (secondo i casi) “io risento/il mio giudizio è/ti voglio condividere che/io apprezzo di te…”In linea di massima, negli anni Novanta, il lavoro consisteva principalmente nel liberarsi, attraverso lo “sblocco emotivo” delle due emozioni maggiormente represse nell’infanzia: rabbia e paura. Questo veniva fatto in modo molto violento durante GLI INTENSIVI. Durante i 5 o 6 giorni dell’intensivo, ben 3 giorni venivano dedicati ad esercizi volti a portare lo studente davanti a queste due emozioni represse. Varie tecniche psicologiche venivano (e probabilmente vengono ancora) utilizzate dal maestro di questo gruppo per creare nelle persone il “clima psicologico” adatto allo sblocco di queste emozioni. Si comincia col cercare un oggetto che possa rappresentare la propria paura e la propria rabbia e si fanno dei piccoli gruppi, chiamiamoli di “auto-coscienza” in cui, solitamente sotto la guida di uno dei maestri che partecipano a quell’intensivo o di persona di fiducia del grande maestro (che nomina personalmente i conduttori di questi gruppi – e che grande riconoscimento è questo… non ve lo potete immaginare finchè non lo provate!) a turno si dà la propria interpretazione del perché quegli oggetti rappresentino per la persona in questione rabbia e paura. Il lavoro fatto all’interno di questi gruppi comincia a focalizzare le persone su queste due emozioni e prepara il terreno ad un altro lavoro, molto violento a mio parere sia dal punto di vista emotivo che psicologico, che viene svolto nella fase successiva.
Tiresia

- continua -

mercoledì 9 settembre 2009

Arkeon , terapia di gruppo?

Sig. Biancani,
provo rabbia, profonda rabbia.
Ho letto e riletto le sue affermazioni, ho cercato di metabolizzare i sentimenti che queste mi provocavano e mi provocano ma, mi creda, nonostante enormi sforzi l‘unico sentimento che riconosco come vero e profondo è la rabbia.
Se fossimo nel “lavoro” – in mezzo al cerchio – potrei scaricarla su di lei urlando e magari anche schiaffeggiandola. Visto che fortunatamente in questo sito posso esprimere i miei punti di vista senza la paura di umiliazioni mi chiedo e le chiedo come può uno psicologo, iscritto all’albo della Regione Marche, non solo riconoscersi nel lavoro di Arkeon ma decantarne anche la sua utilità.
Da profana (non sono in grado di argomentare con lei le dinamiche della psiche umana – per me del cuore) posso solo “condividerle” la mia esperienza.
1) Ho riconosciuto immediatamente il lavoro di Arkeon come una terapia di gruppo.
2) Non ho riflettuto sulle possibili conseguenze che tale esperienza poteva procurami.
3) Ho affrontato il cammino con serietà. Ho accettato d subire pesanti umiliazioni nella convinzione che queste fossero meno onerose del risultato che avrei ottenuto.
4) Mi ritrovo con tutta una serie di input che malamente riesco a governare.
5) Se mi fossi rivolta ad uno specialista (tanto il denaro che ho speso equivale a decine e decine di sedute) questi sarebbe stato in grado di supportare il mio cammino in modo strutturato e scientifico.
Il punto è proprio questo: lei, psicologo iscritto all’albo della Regione Marche, come può appoggiare una simile organizzazione?
Qual è il criterio con il quale afferma che “umiltà, condivisione e amore” sono le prerogative delle persone di Arkeon?

Dal post di Milena (2006/02/08 - 20:18):
“Come mai non torna mai dai seminari felice e contento, ma se può viene a casa a sputarmi addosso tutto il suo rancore? Come mai si è allontanato dalla sua famiglia, solo dopo vari tentativi di portarci a frequentare i suoi seminari e davanti ai nostri ripetuti no? Come mai va sempre in giro come un cane rabbioso?”

Anch’io come suo figlio ho applicato nella mia famiglia gli input “Arkeoniani”, senza purtroppo minimamente preoccuparmi di analizzarli.
Mentre scrivo sto piangendo – che fa maestro, mi ricaccia nel gruppo e mi addita come donna perversa, figlia di madre perversa, il cui vittimismo abbassa le energie del cerchio?
E voi, amorosi e umili fratelli, che fate? Mi riconoscete in vostra madre, sorella, suocera, zia, amica, pedofila, ecc. e per questo mi richiamate nel cerchio per scaricare – come meglio credete – la vostra rabbia?
E quand’anche fosse che tale metodo produca effetti, dopo un seminario od un intensivo che ha portato a galla delle emozioni, queste con chi vengono condivise? Semplice si torna a casa e l’unica emozione che viene espressa (non riconosciuta) è la rabbia, da scaricare in famiglia possibilmente sulla madre perversa la quale ovviamente ha avuto una madre perversa a sua volta.
Non ho finito.
Riprenderò il discorso appena il tempo me lo permetterà.

Serena

sabato 25 luglio 2009

Senza Arkeon

Cara Emanuela, leggere il tuo scritto è stato come mettere un pò di sale su di una ferita ancora aperta.Mi sono ricordata delle crisi di panico che mi hanno accompagnata nei primi mesi "senza arkeon", panico privo di qualunque riferimento alla realtà e quindi ancora più difficile da comprendere ed affrontare.A quella sensazione di costante instabilità si accompagnava anche un senso di profonda solitudine e di estraneità dal mondo. Rendersi conto che fuori dal cerchio avevo lasciato solo macerie è stato molto doloroso e riparare i danni fatti stà prendendo tempo.In cambio però mi sono riappropriata della sensazione che il mondo è un posto sicuro e piacevole da frequentare.
Anche io ho dovuto fare i conti con la mia memoria amputata e ho pensato con rimpianto a tutti i diari e tutte le foto bruciate durante gli anni come se mi fossi accanita per tanto tempo a cancellare le tracce per poi ritrovarmi a fare una gran fatica a ritrovare il filo dei miei ricordi..La mancanza di memoria, mi sono poi resa conto dopo, è stata funzionale al mio accettare in modo acritico tutte le interpretazioni che mi venivano propinate azzerando il mio senso critico.
Sentire il mio senso critico tornare a nuova vita in questi mesi è stato una delle sensazioni più belle degli ultimi anni e mi ha portato come"effetto collaterale" una lucidità ed una fiducia in me stessa che pensavo di non provare più.
Mi sto godendo il mondo come mai prima d'ora e mi sento libera, senza più paura o timori se non quelli portati dal vivere in modo autentico e senza condizionamenti.
Grazie per lo spunto di riflessione e per l'opportunità di non dimenticare da dove sono uscita!

Manu


Caro Carlo e cara Manu,

grazie per avere risposto al mio intervento condividendo quello che avete sentito nel lasciare questo gruppo. Poter leggere le testimonianze di altre persone che hanno vissuto le stesse cose, ognuno con le sue personali peculiarità, aiuta in un certo modo a sentirsi meno soli.

Il senso di solitudine che ho provato uscendo da Arkeon è stato per fortuna di breve durata, devo dire che mi sentivo molto più sola quando ero lì dentro che non adesso che mi sono riaperta al mondo e mi sono data la possibilità di guardare tutte le belle persone che lo abitano e che per tanti anni avevo giudicato “perverse” ecc. solo perché non avevano fatto o non volevano aderire al “lavoro” che viene fatto nei seminari.

Anch’io, come Carlo, ho provato un senso di disagio e anche di vergogna nei confronti degli amici che negli anni ho abbandonato da un giorno all’altro dicendo loro cose anche tremende (alle amiche, che c’erano fra noi relazioni “insane” “omosessualità latente” ecc. che loro non erano capaci di vedere ma che io, dall’alto della mia nuova “consapevolezza” vedevo chiaramente; gli amici non li ho proprio più chiamati per paura di essere considerata “seduttiva” o “una che manda fuori un’energia erotica verso qualcuno che non è suo marito” – metto fra virgolette quello che ero arrivata a pensare in quegli anni ma che ora non condivido nel modo più assoluto -)…. A quante persone devo fare le mie scuse per averle trattate in modo così presuntuoso e arrogante!
Mi sto interrogando, in questi giorni, sul perché, frequentando questo gruppo, ho sentito questo impulso ad eliminare dalla mia vita tutte le persone che non lo seguivano o non condividevano la sua, come chiamarla? Ideologia?
Eppure ho sempre avuto amici che votavano partiti politici diversi dal mio, ho avuto amici che appartenevano ad un credo religioso diverso, che non credevano a cose fondamentali, per la mia religione, come la transustanziazione o la verginità della Madonna…. Nonostante queste divergenze si andava d’accordo, ci si divertiva, si parlava di tutto…..

Negli anni in cui ho aderito ad Arkeon, invece, nella mia vita non c’è più stato spazio per il “diverso” da me. Ma la discriminazione non era politica o religiosa. Era fra chi apparteneva al “lavoro” e chi non apparteneva, fra chi “aveva la consapevolezza” e chi non l’aveva.

Provo vergogna per questo, anche oggi che per fortuna sono fuori da quello status mentale, provo vergogna a ricordare come per anni io abbia agito e mi sia relazionata con gli altri interponendo il pregiudizio, non la sospensione del giudizio, ma il pregiudizio vero e proprio.

E vorrei chiedere, sono solo io che ho vissuto questo o c’è anche qualcun altro che ha avuto un’esperienza simile fra gli aderenti o ex aderenti al gruppo? Sarebbe interessante saperlo.

Emanuela




Premetto che non sto parlando di Arkeon ma di un suo surrogato, un gruppo creato da uno dei maestri di Moccia che si è "staccato" da Vito ed ha creato una situazione tutta sua. Sono trascorsi circa 4 anni dalla mia fuoriuscita ma sento di non essere ancora uscita: la crisi di panico l'ho riavuta solo un mese fa quando ho rincontrato presso un notaio il leader del gruppo con alcuni seguaci. Mi sono preoccupata di questa immotivata paura e mi sono detta, "se provo ancora questa paura, vuol dire che mi hanno ancora in pugno". Sto pian piano prendendo coscienza di tutte le atrocità vissute nel gruppo ma ho ancora un sacco di "buchi" nella mia memoria. Come hanno scritto alcuni di voi ho la sensazione di aver "bruciato" il mio passato, ho chiuso la porta in faccia a molte persone solamente perchè non erano del gruppo, al momento gli effetti collaterali più forti sono la paura, la rabbia, la solitudine. Ma è normale arrivarci dopo quattro anni? cosa mi hanno fatto?

Silviaba


Ciao Silviaba,
in questo topic trovi qualcosa sulle esperienze di fuoriuscita che non è affatto una passeggiata. Io ci ho messo un pò ad elaborare che qualcosa non andava... quindi aggiungendo pezzettino per pezzettino di situazioni che poco mi quadravano e con la grande potenza dell'informazione in rete sono arrivata a capire dove ero finita .
Tu hai partecipato a seminari e intensivi? Se si come stai vivendo la cosa?

Tritri


Ciao Triti,
ho partecipato a molti intensivi, dopo il mio secondo intensivo e premaster avevo il cervello talmente "lavato" che ho lasciato il mio lavoro, ho lasciato mio marito, la mia famiglia e ho cambiato regione per andare a vivere nel gruppo, in comunità. Da "dentro" ho partecipato ancora ad intensivi e premaster e riunioni dei maestri: la vita in comunità era molto più di un intensivo...... credo che tu capisca di cosa parlo. Vivevo tutto il giorno col terrore di fare o dire qualcosa di "sbagliato", secondo il maestro naturalmente, ed ero fortunata se la giornata si concludeva solo con la paura di aver mosso qualcosa di sbagliato perchè l'alternativa era sentirsi umiliati in pubblico o prendere una saccata di botte sentendosi ancora dire che era per il mio bene, che la mia "ombra" doveva essere punita, che mi si stava "donando amore".........

Silviaba


Leggendo il post di Silviaba sono imasto interdetto. Parto dal fatto che ammiro la sensibilità di Emanuela che chiede se Silvia se la sente di raccontarci. Dico questo perchè il mio carattere impulsivo vorrebbe capire, chiedere, sapere cosa è successo, perchè sempre più forte è la sensazione dell'inganno, dell'avere buttato via anni, avendo vissuto in una sorte di inganno permanente e sale sempre di più una rabbia enorme.
Detto questo mi unisco con rispetto alla richiesta di Emanuela e chiedo a Silvia se vuole raccontarci, anche perchè credo che abbia assistito veramente a cose tragiche.
Un abbraccio

Pietro


Caro Pietro, io credo che Silvia abbia vissuto quello che abbiamo sperimentato tutti noi, probabilmente con punte di sadismo che nel lavoro del moccia venivano nascoste da parole zuccherine, sorrisi suadenti e l'illusione che "lo stesse facendo per il tuo bene". Alcuni suoi maestri non sono stati così accorti e hanno semplicemente mostrato la vera natura delle dinamiche che agivano nel "lavoro".
Ciò non toglie che non sia facile per nessuno parlarne. Non è facile per me, non lo è per te, credo, non lo è per tanti.
Devi fare i conti con emozioni sgradevoli, con idee sgradevoli su te stesso: quanto sei stato stupido, come hai fatto a credere a quelle cose, soprattutto se ci sei stato a lungo; come hai fatto a spendere tutti quei soldi per seguire teorie deliranti, maestri senza alcun titolo, neanche in grado di riconoscere un transfert ma a cui davi il permesso di ballare la tarantella sulla tua interiorità.... Non sono sensazioni gradevoli. Non passano con un colpo di spugna. Ci vogliono mesi, anni per rielaborarle e spesso l'aiuto di un professionista serio e preparato. Devi anche fare i conti con quelli che minimizzano, ti insultano solo perchè racconti quello che hai visto e vissuto, con quelli a cui non interessa un fico secco dei danni che questo "lavoro" ha causato a tanti loro simili e lo usano come strumento per regolare i loro miseri "conticini in sospeso". Vedi gente che mente, che dice che certe cose non sono mai successe eppure tu sai che sono successe eccome e in tanti le hanno attraversate. Ma la menzogna è forse il meno, quello che pesa di più è il silenzio di tanti. Ci sono momenti in cui mi sono chiesta se valesse al pena parlare. Certe volte la risposta è sì, certe volte la risposta è no. Però non mi tiro indietro perchè è importante che le cose si sappiano, non per me, alla fine in tasca mi rimane più che altro la vergogna di aver dato credito a certe cose, ma per i miei figli e per tutti quelli che ancora non ci sono caduti, per tutti quelli che potrebbero avere bisogno di riconoscere gruppi distruttivi come è stato arkeon, per tutti quelli che magari un giorno ricorderanno quello che hanno letto su un forum e si risparmieranno dolori inutili e soldi.
A volte, anche perchè i ricordi sono così pesanti che ho bisogno di qualcuno con cui condividerli per alleviarne il peso. Sapere che è successo anche a qualcun altro ti fa sentire meno solo, almeno io mi sento meno sola.
E' per questo che le parole di Silvia mi fanno venire i brividi, perchè penso di sapere cosa c'è dietro. E le sono vicina, come lo sono a tutti quelli che hanno raccontato, non solo di arkeon ma di tutte le realtà da incubo come quello.

Emanuela