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sabato 1 maggio 2010

INIZIAZIONE AL PRIMO LIVELLO Arkeon

I partecipanti al seminario vengono invitati ad uscire, tranne quelli iniziati al terzo livello dal maestro stesso (i maestri iniziati al terzo livello da altri maestri non appartenenti al circuito arkeon, non vengono ammessi). Gli studenti "iniziandi" vengono invitati a prendere posto sulle sedie, no metalli, mani giunte, occhi chiusi. Il maestro fa partire una musica suggestiva e controlla che tutti si attengano alle disposizioni.
Prima fase:
Si colloca davanti agli studenti seduti (solitamente in gruppi di 4, ma anche meno se i nuovi del secondo livello sono pochi) e fa un cenno al maestro prescelto per condividere le iniziazioni; il fortunato lo affinaca e per tutta la durata della cerimonia ripeterà esattamente i gesti del maestro. Si volge verso l'altare e, con le mani giunte all'altezza del torace, fa un inchino alle foto; poi si volta verso tutti gli altri maestri e fa un inchino a loro, indi fa un inchino agli studenti. I maestri presenti fanno a loro volta un inchino all'altare e ai maestri che si apprestano a compiere l'iniziazione.
Dopo tutti questi inchini, le mani degli studenti vengono alzate in modo da collocarsi al disopra delle loro teste ma rimangono sempre giunte. Il maestro traccia un grosso primo simbolo in direzione di 2 degli studenti e il suo assistente lo traccia davanti agli altri 2. Poi gira intorno agli studenti e si colloca alle spalle di uno di loro (teniamo presente che l'assistente farà sempre le stesse cose con un altro). Il maestro alza la mano sinistra e stende il suo braccio verso l'alto, quindi traccia un terzo simbolo col palmo rivolto verso l'altare e poi traccia il primo col palmo rivolto verso la testa dello studente. Dopo aver tracciato il primo simbolo appoggia la mano sulla testa dello studente e traccia mentalmente il quarto simbolo, quello che serve per fare le iniziazioni, ripete sottovoce o mentalmente per 3 volte il nome del simbolo che ha tracciato e conta fino a 10.

(Una piccola nota per chi non avesse avuto l'onore di essere iniziato ai simboli: quando si traccia un simbolo, o con la mano, o con la lingua (ebbene sì, avete letto correttamente!), o mentalmente, bisogna pronunciare il nome di quel simbolo per 3 volte.)

Seconda fase: questa la troviamo durante le altre 3 cerimonie dell'iniziazione di primo livello.
Appoggia le mani sulle spalle dello studente e traccia mentalmente il terzo e il primo. Questa fase varia un po' nelle cerimonie di iniziazione del primo livello. La prima volta non la fa, la seconda volta mette le mani sulle spalle dello studente e conta sempre fino a 10 (per lasciare fluire ben bene l'energia dell'iniziazione), la terza volta ancora mani sulle spalle e la quarta volta le mani si mettono una sulla testa e una sulla fronte.
Mi voglia perdonare chi riscontra dei piccoli difetti di procedura dovuti al fatto che sono tanti anni che non vedo più un'iniziazione e che, comunque, la mia intenzione non è insegnare a farle (quel mercato di anime non mi interessa!) ma far capire che il sacro segreto dell'iniziazione è un segreto di Pulcinella e togliere anche a questo quell'alone di mistero e chissà cos'altro che avvolge queste pratiche da maghi otelma.

Terza fase: il maestro torna a piazzarsi davanti allo studente e abbassa le mani che l'iniziando aveva tenute alte sopra la sua testa a livello del torace, indi le prende con la mano sinistra, con la destra ci traccia sopra un primo simbolo, poi infila le punte della sua mano fra i polpastrelli della mano dello studente e visualizza il terzo simbolo e conta fino a 10. A quel punto, lascia le mani dello studente e con la mano destra traccia un primo simbolo vicino al cuore dell'iniziando, quindi, sempre tenendo la mano davanti al cuore dello studente, traccia con la lingua il primo simbolo e lo soffia in direzione del terzo occhio dello studente; ne traccia un altro in direzione del suo cuore e lo soffia e fa la stessa cosa in direzione del ki. Ecco spiegato il mistero dei soffi che avete sentito durante l'iniziazione. Le mani dello studente vengono riposizionate vicino al torace, il maestro traccia un grosso primo simbolo davanti all'iniziando (ormai iniziato) e si passa allo studente seduto accanto.
Quando tutte le cerimonie sono finite, dopo i vari inchini all'altare e ai maestri presenti, il maestro batte le mani con forza sulle sue cosce e a quel suono gli studenti aprono gli occhi (qualcuno commosso per l'intensità dell'esperienza!?!), vengono invitati ad uscire ed entrano i 4 successivi.
Durante le iniziazioni, uno o più organizzatori stanno di guardia alla porta in modo che i non addetti ai lavori non possano accedere.

-continua-

Tiresia

domenica 7 marzo 2010

La funzione della Compagna

Premetto innanzitutto che in questo gruppo essere accoppiati è praticamente un dovere, un elemento determinante per la “crescita” della persona. Le donne senza un compagno vengono viste con un fondo di sospetto in quanto la prima ed essenziale condizione per cominciare il lungo percorso che porta una donna a recidere il legame con la parte perversa della madre è l’amore per un uomo. O meglio, per “l’uomo della sua vita”.
Ci sono però, anche qui, le dovute eccezioni. Raramente (molto raramente) ho visto il maestro indicare come “donne sagge” delle signore che, per l’avanzato stato di età, non sarebbe stato facile accoppiare. Ma non credo che si trattasse di una forma di rispetto per l’età, quanto più di una questione di prestigio, in quanto le signore occupavano ruoli prestigiosi e vicini alla vita politica del Bel Paese, e tutti noi sappiamo quanto il maestro sia sensibile alle persone “rappresentative”.

Quando ci si mette insieme, il primo passo consigliato dal maestro è precipitarsi dai rispettivi genitori e presentare il compagno/a come “uomo della propria vita”/”donna della propria vita”. Secondo il maestro, se la madre non accoglie con estremo entusiasmo questa unione, è segno che “sente il pericolo”, cioè sente che questo amore avrà il potere di staccare da lei il figlio/a. Il fatto che la madre sollevi dubbi sul fatto che sia proprio il compagno/a "della vita", va interpretato come segno che la persona è proprio quella giusta. Ai seminari venivano raccontati numerosi casi in cui le madri avevano fatto di tutto per osteggiare le unioni con questi “compagni della vita”.
Vale la pena ricordare che il maestro è sempre disponibile a trovare il giusto compagno/a, così come il giusto candidato/a alla trasgressione creativa, ove necessario. Lui, ovviamente, vi dirà che non è così, che avete fatto tutto voi, ma se l’osservatore ha la capacità di rimanere attento, non si farà gabbare da queste affermazioni.
Il “lavoro” di liberazione dai condizionamenti negativi trasmessi dalla famiglia di origine comincia quindi con l’amore che la donna prova per l’uomo (e che dev’essere ricambiato), amore che fornisce a lei la “forza” per cominciare a staccarsi dai lati perversi ereditati dalla madre e a lui la spinta per attuare lo stesso distacco e imboccare la lunga via che lo porterà alla sua realizzazione come uomo.

Le vie qui si biforcano: la donna dovrà necessariamente percorrere il sentiero della sottomissione e della dipendenza dal maschile e realizzarsi come moglie e madre per arrivare a essere riconosciuta “donna che ha fatto il passaggio” (chiediamoci - da dove e per dove?) e incarnare l’archetipo della “madre saggia”. L’uomo, invece, dovrà sottrarsi alla dipendenza dal femminile, in particolare dalla madre, e sottometterlo, in particolare la compagna.

La sottomissione al maschile si realizza tramite:
1) Ripetere pubblicamente al proprio compagno le frasi suggerite dal maestro: “tu sei il mio signore e padrone”, “sono la tua schiava” ecc. Questa pratica era molto in voga qualche tempo fa e sicuramente vi sono signore che la ricordano.
2) Presentare il compagno ai genitori come “l’uomo della mia vita” anche se si sta insieme da poco tempo e riferire nel seminario eventuali obiezioni dei genitori che verranno interpretate a dovere dal maestro. In genere, più l’obiezione è forte, più “viene alla luce la perversione che c’è sotto”.
3) Se non è ancora successo, ricordare l’abuso originario che ha sancito il patto con la madre e la separazione dal padre con tutto quel che ne consegue e che è già stato accennato altrove.
4) Ubbidire e Tacere, tacere e sempre tacere. Il motto che le femmine dovrebbero ripetersi costantemente. E più è forte l’impulso a parlare, più è meglio tenere la bocca chiusa. Così si bloccano gli automatismi frutto della perversa eredità, ma, purtroppo, alla lunga, si bloccano anche alcune importanti funzioni cognitive, ma questo non viene mai spiegato alle signore.
5) Se troppo coriacee, attraversare l’esperienza della “trasgressione creativa” che non credo abbia bisogno di ulteriori descrizioni.
6) Fare figli. Altrimenti come ti realizzi come madre? E come fa lui a realizzarsi come padre? Meglio se figli maschi, così l'uomo può trasmettere la sacra fiamma alla sua discendenza. E se per far figli, oh donna, devi passare la vita a sottoporti a FIVET (fecondazione in vitro) beh, meno male che a Bari c’è un centro famoso al quale vengono indirizzate le signore arkeoniane che per loro incapacità o per incapacità del marito hanno bisogno della provetta per concepire. E fin qui niente di male, se proprio uno desidera un figlio. Il problema sorge quando queste signore si sottopongono a innumerevoli “interventi di fivet” con esito negativo e, invece di dare loro un supporto psicologico per riuscire ad individuare e risolvere il problema che le spinge (anche in età piuttosto avanzata) a continuare quello strazio e le pesanti terapie ormonali che ogni fivet comporta, le si guarda con sospetto convinti che sotto ci sia “un processo”, un “rifiuto” per cui “quella” non permette agli embrioni di attaccarsi. Proviamo ad immaginare come si possono sentire quelle signore e cosa comporta questa situazione di stress, alla lunga.
7) Identificarsi con un “femminile sano”, di volta in volta indicato dal maestro, con cui relazionarsi ed “imparare” come si deve essere. E tutto quello che a questo “femminile sano” verrà in mente di dirvi, donne, testa bassa e accogliere come un dono.

Questo, e quello che già scrissi a proposito in “La via della donna”, dovrebbe mettere una donna nelle condizioni di “fare il passaggio”.
Se avessi tralasciato qualche aspetto, prego le gentili foriste di aggiungere gli elementi che ho dimenticato.

Una donna che sia ben avviata sulla via del “passaggio” può aiutare il compagno ad avvicinarsi alla fiamma sacra del padre, a riconnettersi con la “sacra fiamma del maschile” che viene trasmessa di padre in figlio.
Tiresia
- continua

domenica 10 gennaio 2010

Padre e Madre – teorie iniziali

Quando io ho cominciato a frequentare i seminari, il lavoro si concentrava molto sulle figure genitoriali e sulle emozioni represse (principalmente rabbia, ma anche paura e dolore emotivo) che si provavano nei confronti di queste due figure. Attraverso l’utilizzazione di varie tecniche, che sarebbe opportuno descrivere in modo più dettagliato in una sezione a parte, le persone venivano portate in uno stato di grande eccitabilità emotiva e a quel punto (solitamente il secondo giorno del seminario di primo livello) venivano formati dei cerchi composti solitamente da 20 a 60 o più partecipanti, in cui le persone, che dovevano tenere gli occhi chiusi durante l’esercizio, venivano invitate dalle parole del maestro a ritornare ai tempi della loro infanzia ed immaginarsi piccoli, fra i 3 e i 6 anni circa, davanti ai propri genitori. A quel punto il maestro chiedeva di “guardare” chi c’era vicino a loro e come si sentivano davanti a quella persona. Chi vedeva il padre, chi la madre, chi nessuno e, secondo la predisposizione e la storia personale di ognuno, le persone si mettevano a piangere di dolore o urlare di rabbia di fronte a quei genitori che avevano sentiti lontani, da cui si erano sentiti non protetti ecc ecc, secondo la direzione verso cui la voce e le direttive del maestro li portava. Era senz’altro uno spettacolo impressionante, sia per le persone che vivevano quell’esperienza per la prima volta che per quelle che ripetevano i seminari, vedere tutte quelle persone urlare con rabbia, rosse in viso, invettive contro i propri genitori o piangere disperate con singhiozzi irrefrenabili invocandoli spaventati, e questo spettacolo facilitava senz’altro l’espressione emotiva dei singoli partecipanti. Io sono convinto che non esistano genitori perfetti, come non esistono figli perfetti, e che ognuno di noi abbia vissuto nell’infanzia episodi frustranti o dolorosi nella relazione con i propri genitori. Sicuramente, trovarsi in una situazione come quella che ho descritto, e che come me hanno visto e vissuto in tanti durante i seminari, dà alle persone lo stimolo per esprimere emozioni che di solito si tende a reprimere nella vita quotidiana, ma che non sono necessariamente riconducibili al comportamento “cattivo” dei propri genitori durante l’infanzia. Però il livello di eccitabilità e credulità emotiva dei partecipanti diventa talmente alto, in una situazione del genere, che è molto facile pilotare le loro convinzioni circa l’origine delle forti emozioni che sentono emergere guardando quel tipo di spettacolo (credo che esistano anche diversi studi in campo psicologico su questo argomento e mi piacerebbe conoscere qualche titolo). Questi “sblocchi” emotivi venivano spesso e volentieri pilotati e indirizzati dal maestro verso la rabbia o il dolore emotivo (secondo quello che lui intuiva fosse più appropriato per la persona e sottolineo la parola “intuiva” perché non ha mai fornito spiegazioni riguardo ai criteri che lo portavano a propendere per un’emozione o per l’altra, se non un vago “collegamento e sintonia con lo spirito” che guidava le sue parole o azioni) attraverso varie tecniche. Per esempio, quando c’era una persona che presentava uno stato emotivo piuttosto eccitato, il maestro le diceva di chiudere gli occhi (a volte, prima le chiedeva se voleva andare a fondo nell’emozione che stava vivendo, a volte no) e metteva davanti a lei un’altra persona, maschio o femmina secondo i casi, e diceva alla persona con gli occhi chiusi “Hai davanti a te tua madre/tuo padre”. A queste parole, varie erano le reazioni di chi aveva gli occhi chiusi: a volte si metteva a singhiozzare più convulsamente, a volte urlava “No…NO…” a volte si immobilizzava ecc. A quel punto, il maestro cominciava a parlare nell’orecchio della persona che aveva messo davanti a quella con gli occhi chiusi e le suggeriva di fare o dire cose. A volte capitava che le dicesse di abbracciare forte e senza mollare la presa la persona con gli occhi chiusi sussurrandole all’orecchio le frasi che lui riteneva fossero più adatte a farla “andare profondamente nel suo processo”. Queste frasi erano abbastanza semplici e stereotipate: “Ti ho sempre voluto bene”, “Non ti ho mai amato”, “Scusami per esserti stata/o lontana/o”, “Ho sempre preferito Tizio o Caio a te”, “Scusami per non averti protetto”, per citare quelle che mi vengono in mente adesso.A volte il maestro evitava che vi fosse un contatto fisico fra le due persone e suggeriva a quella con gli occhi aperti quello che doveva dire o urlare a chi aveva davanti con gli occhi chiusi.Come si può facilmente intuire, si assisteva a scene molto forti, dal punto di vista emotivo. Le persone con gli occhi chiusi, la maggior parte delle volte urlavano e piangevano e sputavano, ma in alcuni casi si mettevano anche a tirare calci e pugni a chi avevano davanti ed era ammirevole vedere come quasi tutti i poveretti che ricoprivano il ruolo di genitore destinatario di quelle manifestazioni di rabbia fisica sopportavano stoicamente le percosse “per il bene dell’altro”.Certo, se la violenza fisica minacciava di diventare troppo incontrollabile, un gruppetto di volontari immobilizzavano la persona in preda a quel “processo di rabbia” e le permettevano solo di urlare finchè non si calmava. Spesso, durante questi exploit emotivi, ho visto il maestro premere la mano sulla bocca dello stomaco della persona con gli occhi chiusi per “aiutarla” ad andare più a fondo nell’emozione. Aggiungo, per chi non lo sapesse o non ne avesse avuto personalmente esperienza, che in quei momenti di grande eccitazione emotiva, la bocca dello stomaco si sente pulsare fortissimo e se qualcuno vi esercita sopra una pressione, come minimo viene da urlare. Lo so per certo perché anche a me è capitato di trovarmi in quella situazione, durante seminari o intensivi cui ho partecipato.Quando, dopo ore, le emozioni dei partecipanti si erano un po’ placate ed eravamo tutti più o meno stravolti dalla stanchezza e spossati da quell’esperienza emotiva intensissima, il maestro cominciava il lungo discorso di spiegazione di quanto era avvenuto, in cui esponeva la sua teoria (chiaramente non presentata come sua teoria ma come dato di fatto) circa le cause che avevano portato le persone a provare e reprimere, nel corso della loro vita, emozioni così intense:Alla nascita, il bambino è naturalmente giusto e retto, ma deve presto cominciare a confrontarsi con un mondo che tanto giusto e retto non è. Proprio dai genitori arrivano le prime delusioni in quanto è in famiglia che la maggior parte delle persone entra per la prima volta a contatto con:1) forme di comunicazione non sane: i cosiddetti “doppi messaggi” che hanno come scopo il creare confusione in chi ne è il destinatario e in questo modo renderlo facilmente manipolabile per piegarlo ai propri scopi. Durante i primi anni in cui ho frequentato questo gruppo, i primi esseri a propinare all’innocente creatura questi doppi messaggi erano entrambi i genitori; successivamente, è diventata prerogativa della madre. Verso la fine del 2000, infatti, l’uomo, nel suo ruolo di padre, cominciava a venir presentato come una specie di santo mentre la donna, e in particolare la donna nel suo ruolo di madre, veniva presentata come la summa di tutte le umane perversioni e causa prima del dolore e del fallimento della vita dei figli nonché dei mariti.Un esempio di doppio messaggio è il cominciare un discorso lodando una persona per qualcosa, continuando poi con una critica alla stessa (tipo: tu sei molto intelligente ma fai delle cose da stupido, oppure: ti voglio tanto bene ma non ti sopporto perché…..).2) forme di menzogna, inganni e sotterfugi che minano la fiducia del bambino nel genitore quando le scopre. (Non bisogna mai mentire ai figli, e su questo sono d’accordo! Ma credo che sia necessario raccontare loro la verità in modo equilibrato – mio commento).3) creazione del senso di colpa nel bambino attraverso varie tecniche, che ha come scopo quello di legare a sé i figli impedendo loro di essere liberi. In genere prerogativa della madre, anche se non si escludeva un uso del senso di colpa da parte del padre. Le frasi che venivano indicate come le più frequenti a far sorgere sensi di colpa nei figli erano: “Con tutto quello che ho fatto per te…” “Non vedi come soffre la tua povera mamma/zia/nonna ecc.” “Quando sarò morta allora vedrai/capirai…”, “Se continui così mi farai ammalare” “Se fai così fai piangere la tua povera mamma” ecc. ecc. 4) eredità del dolore della madre: (questo soprattutto per le figlie) la madre che lega a sé i figli attraverso una forma di vittimismo continuo e fornisce loro l’immagine costante di una donna che soffre, il più delle volte a causa del marito/padre del bambino, e in questo modo trasmette una visione distorta della vita e della relazione di coppia che è fatta di dolore e sacrificio. Questa “eredità di dolore” viene trasmessa di madre in figlia, di generazione in generazione. Se una donna non riesce ad essere felice, e non riesce a portarne a coscienza il motivo, sa dove andare a trovare l’origine di questa infelicità e chi ringraziare per questo.Nei comportamenti dei genitori venivano quindi rintracciate le cause dell’impossibilità delle persone ad essere libere e felici. Per riuscire a raggiungere libertà e felicità bisognava riconoscere queste emozioni represse “attraversandole consapevolmente”, (vale a dire ri-vivendole) e sbarazzarsi delle “eredità perverse” trasmesse in vario modo dai genitori e dalle famiglie di origine in genere. Questo si poteva fare in parte durante i seminari, ma vi era ed è un “lavoro” molto più profondo sulle emozioni che si può fare negli intensivi o, come si chiamano ora, seminari residenziali o walking the path o come diavolo sono stati rinominati (anche qui, cambia il nome ma non la sostanza).Non bisogna dimenticare, però, che in quegli anni molto spazio ed importanza veniva dato al Reiki, una forma di “energia intelligente” di origine divina che attraverso le iniziazioni praticate nei seminari dal maestro cominciava a fluire liberamente dalle mani degli iniziati. Questa energia non solo, veniva affermato, può guarire il corpo fisico ma, proprio passando attraverso il corpo fisico durante i trattamenti, ha la capacità di guarire il corpo emotivo facendo emergere le emozioni represse che hanno causato la malattia. Le emozioni represse venivano indicate, allora, come la causa di tutti i mali fisici e psichici. La loro azione, veniva spiegato nei seminari, non si limita alla realtà corporea della persona ma può trasferirsi agli eventi che capitano nella vita. Un’emozione repressa che non trova sfogo nel corpo trasformandosi in malattia, può dare luogo ad eventi incontrollabili che si ripetono nella vita con una certa frequenza (può essere il caso di chi viene di frequente derubato del portafoglio, o che viene spesso tamponato in macchina ecc), oppure attira verso la persona tutta una serie di individui e situazioni che hanno lo scopo di portarla a rendersi conto che sta reprimendo quell’emozione. Per fare un esempio, se uno aveva della rabbia repressa nei confronti di una figura maschile o “aveva un processo” con l’autorità, vi erano buone probabilità che avesse mal di fegato (il fegato è uno degli organi più disponibili ad accogliere la somatizzazione della rabbia, oltre al fatto che si trova nella parte destra del corpo che è legata al maschile/autorità) oppure poteva esser vittima di incidenti d’auto che andavano a danneggiare la parte destra della macchina, oppure poteva continuare ad attirare gente arrabbiata che interagiva con lui in modo antipatico, tale da far scattare la sua rabbia ecc.Non voglio qui entrare nel merito dell’inconscio e della sua capacità di creare situazioni o malattie perché non è l’argomento del mio intervento. Certo è che le cose venivano presentate in un modo tale per cui uno credeva davvero che, sbloccando le emozioni represse sarebbe riuscito ad avere una forma di controllo sulla sua vita e sugli eventi. Si arrivava a credere che le malattie potessero venire debellate attraverso i trattamenti di reiki (anche se non ho mai sentito dire esplicitamente che una persona non dovesse curarsi attraverso la medicina ufficiale o abbandonare le cure che stava facendo; ho sentito invece dire molte volte che si poteva fare un trattamento di reiki alle medicine e questo avrebbe avuto un’azione sugli effetti collaterali: non ce ne sarebbero stati se la medicina era quella giusta, si sarebbero amplificati se la medicina non fosse stata adatta a quella persona) e il lavoro sulle emozioni e si arrivava anche a credere che, con i trattamenti di secondo livello, si potessero influenzare gli eventi: il trattamento fatto ad una situazione per mezzo dei simboli che venivano “impressi” sulle mani degli studenti durante l’iniziazione di secondo livello, aiutava a far emergere, a livello emotivo o fisico o attraverso altri eventi collegati alla situazione che si stava trattando, le vere motivazioni psicologiche che spingevano o legavano una persona alla situazione “trattata”.Per fare un esempio, se si era stati lasciati dalla fidanzata/o e si voleva tornare insieme, si poteva fare il trattamento alla relazione con lei/lui e questo avrebbe fatto emergere in modo chiaro i motivi che avevano fatto sì che la relazione non funzionasse, motivi che potevano venire risolti, se questo era “giusto” o amplificati se non lo era (il reiki, veniva affermato, è un’energia “intelligente” che porta le cose a svilupparsi verso una direzione o l’altra seguendo le direttive dell’intelligenza divina, quindi, qualsiasi risultato sortisca il trattamento, esso è sempre valido, anche se non se ne capisce la ragione). Ci si poteva quindi rimettere insieme o si poteva venire addirittura trattati in malo modo dall’ex, se questo è quello che “doveva succedere” per farci capire qualcosa.Si può ben notare come, partendo da questi presupposti, il maestro può dare sempre e comunque un’interpretazione strumentale della realtà interpretando gli eventi a suo uso e consumo, in quanto viene sempre sottolineato che i risultati del trattamento si sviluppano secondo il volere di una non meglio precisata “intelligenza divina” che, nella sua manifestazione, è ben lungi dal seguire una logica “umana”. Ecco così che, avendo il maestro sempre pronta una bella interpretazione di quello che succede alle persone, egli diventa interprete indiscusso del “volere divino”, almeno per tutte quelle persone che hanno bisogno di trovare risposte e spiegazioni facili davanti agli eventi della vita e ai loro moti interiori.Spesso ci si trovava anche proiettati in un mondo magico dove fare i trattamenti di reiki alle cose aveva i poteri più svariati: si andava dal ricaricare le pile, al trovare parcheggio, al liberare un oggetto regalato dalla vecchia zia perversa e manipolatrice dalla sua infausta influenza e chi più ne ha più ne metta. Si potrebbe aprire un’intera sezione del sito del Cesap solo per raccogliere tutte le astrusità che sono state propinate dal maestro e dai suoi maestri sugli effetti dei trattamenti di secondo livello in quegli anni. E più il maestro ne raccontava e più gli studenti ne aggiungevano creativamente. Certo è che più si è portati in uno stato di eccitazione emotiva, più si è disposti a credere alle peggio fregnacce. E se riesco a credere che tracciando il primo simbolo di reiki troverò sicuramente un parcheggio in centro, posso anche credere che i miei genitori e la loro perversione sono la causa prima della mia infelicità e del fallimento della mia vita. Ricorda niente la parola “capro espiatorio”?Nei seminari, in quegli anni, veniva dedicato ampio spazio ai trattamenti e alla spiegazione di come e dove le emozioni represse potevano andare a creare danni, sia a livello fisico che negli eventi della propria vita. E venivamo tutti vivamente consigliati di farci trattamenti su trattamenti perché “ogni volta che si completa un ciclo di trattamenti (4) si fa automaticamente un salto di qualità a livello di consapevolezza: le emozioni represse emergono alla coscienza, devono venire riconosciute e la situazione originaria che le ha create e fatte reprimere può venire risolta, così non andranno a creare più disagi nel corpo fisico o nella vita.Per quanto riguarda il lavoro sulla comunicazione, veniva introdotto durante il seminario di secondo livello e utilizzato negli intensivi.Si lavorava sulla comunicazione per avere relazioni chiare e oneste con gli altri e, a questo fine, si lavorava per comprendere le proprie “risposte automatiche” agli stimoli che venivano dall’esterno. Durante i seminari di secondo livello venivano spiegate le 4 forme base della comunicazione: risentimento – se si esprimeva rabbia pura perché non si era stati ancora in grado di elaborarla e di capire cosa, effettivamente, l’aveva scatenata (in questa fase, a stimolo corrisponde risposta automatica)giudizio – se si sentiva ancora rabbia ma si era riusciti ad individuare che cosa, nell’altro sembrava non andasse o infastidiva (in questa fase c’è sempre una risposta automatica ma anche la coscienza, da parte di chi esprime il giudizio, che quello che sta dicendo può essere in certo modo una sua proiezione sull’altro. Non sempre, però. Il giudizio veniva anche usato per dare all’altro dei feedback che lo aiutassero a vedere e portare a coscienza una parte di sé.)condivisione – se si riconosceva che quello che si muoveva a livello emotivo era qualcosa che ci apparteneva e che l’altro, con il suo comportamento o atteggiamento che ci ricordava il nostro, ci aveva permesso di riconoscere (riconoscimento della propria proiezione sull’altro)apprezzamento – se c’era una qualità o capacità che si riconosceva nell’altro, a volte si poteva anche condividere che la si sarebbe voluta acquisire.Durante i seminari di secondo livello la comunicazione doveva avvenire attraverso queste forme. Se qualcuno aveva qualcosa da dire al gruppo si doveva inginocchiare davanti a tutti, all’interno del cerchio, prendere in mano una sfera di pietra e cominciare dicendo il suo nome e “voglio condividere che…”. Se qualcuno aveva qualcosa da dire ad un’altra persona doveva inginocchiarsi davanti a questa, che a sua volta si doveva inginocchiare, e cominciare con (secondo i casi) “io risento/il mio giudizio è/ti voglio condividere che/io apprezzo di te…”In linea di massima, negli anni Novanta, il lavoro consisteva principalmente nel liberarsi, attraverso lo “sblocco emotivo” delle due emozioni maggiormente represse nell’infanzia: rabbia e paura. Questo veniva fatto in modo molto violento durante GLI INTENSIVI. Durante i 5 o 6 giorni dell’intensivo, ben 3 giorni venivano dedicati ad esercizi volti a portare lo studente davanti a queste due emozioni represse. Varie tecniche psicologiche venivano (e probabilmente vengono ancora) utilizzate dal maestro di questo gruppo per creare nelle persone il “clima psicologico” adatto allo sblocco di queste emozioni. Si comincia col cercare un oggetto che possa rappresentare la propria paura e la propria rabbia e si fanno dei piccoli gruppi, chiamiamoli di “auto-coscienza” in cui, solitamente sotto la guida di uno dei maestri che partecipano a quell’intensivo o di persona di fiducia del grande maestro (che nomina personalmente i conduttori di questi gruppi – e che grande riconoscimento è questo… non ve lo potete immaginare finchè non lo provate!) a turno si dà la propria interpretazione del perché quegli oggetti rappresentino per la persona in questione rabbia e paura. Il lavoro fatto all’interno di questi gruppi comincia a focalizzare le persone su queste due emozioni e prepara il terreno ad un altro lavoro, molto violento a mio parere sia dal punto di vista emotivo che psicologico, che viene svolto nella fase successiva.
Tiresia

- continua -

domenica 2 agosto 2009

mercoledì 17 giugno 2009

Che fine hanno fatto le vostre opinioni?

Cari amici e cari ex-amici,

stavo riflettendo in questi giorni sui vari interventi che sono presenti su questo forum. La cosa che mi è saltata agli occhi è che negli interventi dei soddisfatti frequentatori di arkeon non vi sia una effettiva volontà di partecipare ad un dialogo, rispondendo per esempio alle tante domande che sono state poste da diverse persone circa i metodi e le teorie propagandate nei seminari e gli effetti che questi metodi e teorie hanno avuto in molte vite.
C'è chi ha mandato un racconto della propria esperienza in arkeon stereotipato e che, come hanno notato Chicca e molti altri, segue una struttura predefinita: un prima buio, vuoto di consapevolezza e relazioni "vere" e un dopo radioso con dispiego e ostentazione di fiori d'arancio e numerosa prole, (come i Venturini, Biancani, Maxcrist, per citare quelli che mi vengono in mente ora); c'è chi ha usato il forum per esprimere rancorose opinioni denigrando per il puro gusto di farlo coloro che vi avevano espresso critiche al metodo e condiviso esperienze drammatiche, (come Luca e Iceberg); chi ha condiviso la sua positiva esperienza seguendo un po’ meno il cliché consigliato dalla direzione per le condivisioni (Paolo e Riccardo) ma senza fornire una effettiva opinione sulle questioni sollevate, per non parlare delle inesistenti risposte alle domande pertinenti il metodo, le cose non proprio “canoniche” che avvengono durante i seminari e la indiscriminata applicazione delle teorie del sig. Moccia che Tiresia ha mirabilmente e semplicemente descritto nei suoi interventi (teorie che ho riconosciuto e che ho visto applicate a tutti durante i seminari) e facendo poi degenerare la loro testimonianza in inutili e sterili battibecchi circa la Verità, la Realtà, Dio, la funzione del Cesap e Altro, assolutamente fuori tema.
Mi stavo chiedendo come mai non c’è stato, da parte dei soddisfatti frequentatori di arkeon, un argomentare coerente circa le questioni sollevate in questo forum. Se uno è convinto della giustezza e bontà di un percorso e di un metodo, non dovrebbe avere difficoltà a trovare risposte alle domande e argomenti a sostegno. Forse sono domande difficili? Forse chi è sempre pronto a sentenziare che uno “ha quel processo” e che l’altro “è in movimento” o che “è arrogante” non riesce a trovare le parole per sostenere le sue opinioni? O forse i maestri di arkeon sono superiori al dialogo? O forse si parte dal presupposto che chi non ha fatto “il lavoro” o se ne è dissociato non potrebbe capire perché preda di oscure perversioni?
Ma questi maestri di arkeon esistono? O sono solo pallidi riflessi di fantocci che adorano il maestro e parlano solo col suo permesso? O forse possono parlare solo in ginocchio nel cerchio?
Eravate tanto centrati, tanto pieni di opinioni e di giudizi sui processi degli altri, tanto pieni di orgoglio e presunzione solo perché, a gomitate, eravate riusciti a sedervi sul cadreghino vicino al maestro o perché il maestro aveva riconosciuto che “avevate fatto il passaggio”…. e ora? Che fine ha fatto la vostra voce? Che fine hanno fatto le vostre opinioni? Ci pensate, ogni tanto, che nelle critiche mosse da più parti ad arkeon ci potrebbe essere qualcosa di vero? O fate tutti come Fabio che scrive a Carlo “Arkeon non è quello che tu dici” e poi non continua facendoci sapere, allora, cos’è arkeon per lui? Forse che bisogna leggervi il pensiero?

Nel mio post precedente dicevo che la responsabilità di chi è dentro è quella di vedere. C’è qualcosa che avete riconosciuto come realmente accaduto, di ciò che su questo forum è stato testimoniato da tante persone? O son solo deliri di pazzi (in processo-perversi-e-pedofili)?

Oibò, quanto mi piace fare domande. Ma mi piace anche rispondere.

Ho una proposta. Se non volete rispondere alle domande, perché non le fate voi? Io non ho problemi a rispondere, anzi. E’ anche attraverso il dialogo e il confronto con gli altri che mi si offrono preziose opportunità di crescita.

Cordiali saluti a tutti.

Emanuela

sabato 13 giugno 2009

Voleva attirare l'attenzione,esperienza umiliante

Ciao Tiresia,non mi stupisce affatto l'episodio che hai raccontato della signora che è svenuta ,nel senso che tutte le persone lì presenti sicuramente avranno pensato che quella donna voleva attirare l'attenzione su di sè e creare sensi di colpa nei confronti dell'ex marito etc.etc. e le solite tiritere.....Mi dispiace molto per quella donna credo che sia stata un'esperienza assolutamente umiliante e che si sia sentita veramente sola.
Ma per tutti gli arkeoniani convinti ovviamente era tutto normale,infatti ti sarà capitato qualche volta di ascoltare il grande maestro che raccontava dell'episodio accaduto ad un intensivo dove sua moglie Isa era svenuta e lui non era andato a soccorrerla perchè per quello era solo un modo per distoglierlo dall'intensivo e richiamare l'attenzione su di sè.
Infatti racconta sempre sorridendo,che lui non l'ha curata e lei è rinsavita naturalmente.
Mi capita a volte di stare male ed il mio compagno fa finta di niente,però sai se mi dovesse capitare qualcosa di grave a volte temo .....
A proposito di trasgressioni creative,ma tu sai se per caso anche il grande maestro ne ha fatta qualcuna nei confronti di sua moglie Isa,visto che dice sempre che per raddrizzarla a dovere e tu sai cosa intendo,sono passati 5 anni,o questo vale solo per le donne degli altri?.
Ti ringrazio per tutte le cose che scrivi, sei davvero bravo ,ma a parte le teorie varie che hai esposto in maniera eccellente,ti ringrazio soprattutto per la testimonianza del gris....Nei mesi successivi alla trasmissione di Costanzo ,il grande capo ha detto che aveva chiesto a Padre Raniero Cantalamessa di dargli un solo motivo per non fare più Arkeon e lui l'avrebbe fatto,ma a quanto pare a sua detta Padre Raniero Cantalamessa gli ha risposto vai tranquillo e continua.Ma come si fa a contattare Padre Raniero Cantalamessa?Dimenticavo, l 11 settembre 2004 c'è stata la trasmissione "A sua immagine" dove Vito è stato intervistato....mi domando se Padre Raniero sapesse veramente di tutto quello che accade in Arkeon.Altra cosa in Arkeon si dice sempre che questo è un lavoro protetto da Dio e che come tale non dobbiamo avere paura di niente,anche di tutto il gran casino che stà accadendo,vedremo Vito Carlo Moccia se è davvero così,tu che professi tanto la grandezza della verità e la sua onorabilità,per me hai già perso e tutti i miei dubbi si stanno chiarendo,purtroppo invece chi mi vive accanto si comporta come le tre scimmiette della telecom....Ricordati Vito Carlo che se stai mentendo che se il tuo metodo che tanto proclami,che invece a me sembra uno stereotipo delle varie psicosette presenti nel mondo,è un bluff ne dovrai rispondere .Dio solo sa la verità.Mi dispiace solo per il mio compagno che tanto crede in te ,credo che se le cose andranno male ,tu sarai la più grande delusione della sua vita!
acquamarina

venerdì 3 aprile 2009

Lavaggio del cervello e calunnia



Un pò di buonumore su un argomento tanto serio... c'è un punto in cui viene detta una frase .

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità

La citazione è assolutamente infelice (Joseph Goebbels).
Specialmente in Italia, è diventata una vera e propria legge della comunicazione: tutto ormai è una gara a chi la spara più grossa e soprattutto a chi urla più forte. Riguardo ad arkeon, ad esempio , leggo in rete un sacco di cose non vere dove quelli che difendono a spada tratta il metodo; minimizzano i racconti " teorie e tecniche di Arkeon" raccontate da Tiresia (forum del CeSAP)in questo blog citati e da tante persone confermati come esperienze dolorose ed abusanti.

Vedo amaramente applicate le teorie di Goebbels :

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l'avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
3. Principio della trasposizione.
Caricare sull'avversario i propri errori e difetti, rispondendo all'attacco con l'attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
4. Principio dell'esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: "Una menzogna ripetuta all'infinito diventa la verità".
7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l'avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell'avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
“A volte bisogna vedere anche quello che non c’è”
9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l'avversario.
10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
11. Principio dell'unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.
Questi principi, purtroppo, sono quanto mai attuali al giorno d’oggi.

Io comunque preferisco il vecchio detto :
Il diavolo fà le pentole e non i coperchi!