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giovedì 15 aprile 2010

(6) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

- continua -
Secondo giorno di intensivo

Dopo cena ci si ritrova quindi di nuovo al tempio. Sono circa le ore 23.30-24. Il maestro chiede "come state" ma è un pro-forma perchè non c'è un giro di condivisione. Il maestro approfitta della condizione di spossamento fisico e psichico delle persone per "fare entrare" la spiegazione di quello che i partecipanti hanno vissuto.
Spiega, in sostanza, i danni di tenere dentro in forma repressa un'emozione così forte come può esserlo la rabbia (o la paura) e i danni che ne conseguono a livello fisico: la rabbia rimossa crea problemi al fegato, agli occhi, alla parte destra del corpo ecc.; e parla dei danni nella propria vita di tutti i giorni. Mi sembra di aver già toccato questo argomento in precedenza, quindi non mi dilungo più di tanto. Passa poi a sottolineare come le persone comincino a reprimere rabbia e paura a partire dall'infanzia e le reprimano perchè i genitori, soprattutto la madre, mettono in atto tecniche di manipolazione tipo senso di colpa (se non fai così muoio ecc.) che inibiscono nel bambino l' espressione di quello che provano.
Sottolinea che è meglio che la rabbia o qualsivoglia altra emozione o istanza psichica rimossa vengano fuori perchè in questo modo emergono alla coscienza e possono venire lasciate andare.
La rabbia repressa può diventare anche autolesionismo o ricerca di qualcuno da punire.
Sugli appunti presi durante uno di questi seminari residenziali, ho scoperto un appunto che avevo preso e che dice: - "Il farmaco è una forma di censura che i medici o gli psichiatri prescrivono ai pazienti perchè la malattia o il problema psichiatrico mettono il terapeuta di fronte alla "sua" verità (e, per non andarsela a guardare, si preferisce dare il farmaco piuttosto che permettere al paziente di esprimere l'emozione rimossa che potrebbe risuonare con la propria)" ciò che ho messo fra parentesi è come continuava la spiegazione, cosa che non ho scritto ma che mi sono ricordato. Vorrei sottolineare che è vero che non ho mai sentito il maestro consigliare direttamente a qualcuno di non prendere i medicinali, ma è anche vero che informazioni come queste venivano inserite nelle sue filippiche lasciando ai partecipanti la "libertà" di prendere le "opportune decisioni" in merito alla loro cura. Ecco allora come mai ex-maestro dice di avere visto gente con problemi psichiatrici o con sieropositività buttare nel sacro fuoco i farmaci. Sicuramente il maetro non ha detto loro di farlo direttamente, è molto furbo in questo senso, ma gli "inviti trasversali" a farlo, se uno voleva "capire" cosa stava esprimendo la malattia, non mancavano.
Questa spiegazione andava avanti per molto tempo, con esempi di comportamenti relativi alla vita dei partecipanti, individuazione dei loro "processi" ecc. atti a dimostrare la validità delle teorie presentate. Il tutto veniva propinato dal maestro con un tono di voce modulato e basso, con picchi improvvisi della voce quando arrivava ad esprimere "concetti chiave" e tale da indurre nella già provata audience uno stato di sonnolenza cui era una vera tortura resistere. Molti facevano fatica a rimanere svegli, ma stoicamente tenevano gli occhi aperti.
Di solito si finiva verso le 2 di notte. I partecipanti andavano a dormire e puntualmente, alle 7, venivano buttati giù dal letto per prepararsi al ki-training.

-continua-
Tiresia

(5) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

Secondo giorno di intensivo
Nel post precedente ho dimenticato di dire che il ki-training viene fatto tutti i giorni tranne il primo (giorno di arrivo) e l'ultimo (partenza).

Dopo il ki-trainig si fa colazione e rimane circa un'oretta e mezza di tempo libero. Quando il maestro chiama, i partecipanti si recano al tempio. Se la memoria non mi inganna, non mi sembra che ci sia un giro di condivisioni generale, ma il maestro passa subito a spiegare come la paura e la rabbia hanno condizionato la vita dei partecipanti e come la radice di queste due emozioni basilari sia da ricercarsi nell'infanzia e nel rapporto con i genitori.
I partecipanti sono disposti in cerchio nel piazzale antistante, tutti per mano. Il maestro fa un giro all'interno del cerchio e stabilisce chi sarà il conduttore dei piccoli gruppi che si dovranno formare di lì a poco. Fa posizionare i conduttori al centro del cerchio, a una certa distanza uno dall'altro, quindi invita i partecipanti a mettersi dietro al conduttore che preferiscono. Di solito il conduttore è un suo aiutante, ma è capitato che qualche gruppo venisse condotto anche da aspiranti maestri che ovviamente godevano della fiducia del leader.
Quando i partecipanti hanno formato i gruppetti, il maestro ne aggiusta il numero spostando qualcuno dai gruppi più numerosi in modo che il numero di partecipanti sia più o meno lo stesso per ogni gruppo. Una volta che tutti sono sistemati in uno dei gruppi, il maestro dice di andare nel campo di ulivi dietro al tempio e, in assoluto silenzio e centratura nel ki, cercare un albero che, per qualche motivo, il partecipante sente che rappresenta se stesso. Quello sarà il "proprio albero" e, per il tempo dell'intensivo, sarà il luogo dove si potrà andare se si vuole stare da soli con se stessi. Una volta individuato l'albero che lo rappresenta, il partecipante dovrà "prendersi un tempo" per stare con lui e guardarlo e capire perchè ha scelto proprio quell'albero.
Il campo di ulivi dove ci si reca è lo stesso dove arde, dall'inizio dell'intensivo, il "sacro fuoco" che viene sorvegliato e alimentato da alcuni volontari scelti durante la riunione della prima sera (quando si scelgono le persone addette alla sveglia e ai reclami. Insieme ai volontari addetti al "sacro fuoco" (un grande onore!) vengono scelti anche coloro che dovranno occuparsi di tenere pulito il tempio e lo spazio intorno al tempio, nonchè i servizi vicini allo stesso, durante i giorni dell'intensivo (altro grande onore!).
Al suono del gong, i partecipanti dovranno tornare al tempio e raggiungere il proprio gruppo.
Non appena i gruppi si sono riuniti, il conducente fa accomodare il suo gruppo in un posto sul prato che circonda il tempio, ad una certa distanza dagli altri gruppi, e si comincia un giro di condivisioni in cui ogni partecipante dovrà dire com'è l'albero che lo rappresenta e il motivo per cui lo ha scelto. Anche in questo caso, ci sono persone che si abbandonano a pianti e urla varie riconoscendo nell'albero questo o quel "blocco", questa o quella "contorsione" dei rami e via che si vola con le associazioni, il più delle volte spiacevoli e dolorose, riguardo agli aspetti della propria vita rispecchiati dall'albero. Vale la pena tenere presente che nessuna condivisione è stata ancora fatta dopo la forte esperienza vissuta durante il ki-training, e che molte persone sono già belle scosse dai contenuti emotivi emersi, o in loro, o negli altri.
Credo sia inutile ricordare che nessuno di quelli che conduce i vari gruppetti è psicoterapeuta ma, nonostante questo fatto accertato, non lesina indicazioni o pressioni affinchè chi sta condividendo riesca ad "entrare nel suo processo" e "vedersi qualcosa". Nel frattempo, il leader svolazza di gruppo in gruppo osservando i vari "movimenti" e probabilmente anche l'operato dei suoi aiutanti. Non interviene se non in caso di forti processi emotivi che, però, in questa fase non sono così forti come durante gli esercizi delle sedie che seguiranno.
Una volta che i partecipanti hanno fatto le loro condivisioni, il maestro riunisce tutti in cerchio davanti al tempio e introduce il tema della paura: di come ci abbia sempre bloccato, di come ci impedisce di gustare la nostra vita ecc ecc. e invita le persone ad andare in giro intorno al tempio o nell'uliveto (ma non troppo lontano) e cercare un oggetto che rappresenti la loro paura. Al solito suono del gong, solite condivisioni nei gruppetti sull'oggetto che si è scelto (o che ci ha trovati, come dice il maestro) e poi si va a cercare l'oggetto che rappresenta la nostra rabbia, non prima di aver sentito ciò che il maestro dice sulla rabbia e sugli effetti devastanti che quest'emozione, repressa o rimossa, ha nelle nostre vite.

Quando i gruppi finiscono i giri di condivisione sugli oggetti che rappresentano la rabbia, si forma un'altra volta il cerchio fuori dal tempio: in piedi e per mano. Dopo gli esercizi sopra descritti, i partecipanti sono tutti piuttosto stanchi perchè sono passate circa 4 o 5 ore da quando si è cominciato e non ci sono state soste. La tensione emotiva è costante. Soprattutto nel mese di luglio, il caldo è opprimente e tutti i gruppi si tengono all'aperto. D'inverno si tengono lo stesso all'aperto con un freddo boia. I partecipanti non hanno mangiato niente dalla colazione. Si può solo bere. Sono circa le 5 del pomeriggio.
A questo punto si va a mangiare. Il maestro dice di non parlare con gli altri partecipanti per non "scaricare" la tensione. Non è che ci sia l'obbligo al silenzio, ma si viene invitati a rimanere concentrati su quello che si è "mosso" dentro senza cercare di sfogarlo. Parole chiave del maestro: "Rimanete con questa cosa".
Dopo il pranzo si rimane una mezz'ora a gironzolare nell'agriturismo e poi si ricomincia.

Comincia la serie di "ESERCIZI DELLE SEDIE"

I partecipanti sono invitati a recarsi nuovamente al tempio. Solito cerchio esterno, il maestro chiede "come state" ma non c'è un giro di condivisione. Il maestro spiega brevemente che ora tutti potranno sperimentare DAVVERO che cosa sono la paura e le rabbia.

La porta del tempio viene aperta e i partecipanti scoprono che le sedie non sono più in cerchio ma sono disposte una di fronte all'altra, in piccoli gruppi da 2, molto vicini gli uni agli altri. Nel tempio c'è un odore molto forte di erbe bruciate sul braciere, quasi soffocante. Man mano che entrano, i partecipanti prendono posto sulle sedie e, in un silenzio carico di tensione, aspettano che tutti si siano seduti. Il maestro sposta questo o quello secondo una sua logica volta a favorire la proiezione della madre o del padre sull'altro. Se sono presenti figli e genitori, questi vengono messi uno davanti all'altro, anche se si sono seduti in posti diversi (i figli sempre davanti ad uno dei genitori, se presente). I partecipanti vengono invitati a mettere sotto le sedie gli oggetti che hanno trovato e che rappresentano la loro paura e la loro rabbia. Tutti devono avere in mano il quaderno e la penna che sono stati loro consegnati al momento della registrazione.
Gli assistenti, nel frattempo, hanno preso in mano ognuno uno strumento tipo tamburo, tamburello, maracas, triangoli, bastoncini e tutto quanto possa fare un casino pazzesco. Un aiutante, di solito uno dei preferiti dal maestro, viene incaricato di suonare un grosso tamburo, di quelli che non si possono sollevare e che è appoggiato in un angolo.
In chi fa questo lavoro per la prima volta, la tensione è altissima.
Quando tutti sono seduti e il maestro ha fatto gli spostamenti del caso, comincia a spiegare brevemente che l'esercizio si fa a turno e consiste nel ripetere all'altro la frase che lui indicherà. La frase va ripetuta "in modo che l'altro la senta bene" e a ciclo continuo, cioè senza pause fra la fine e l'inizio. Prima di cominciare, i partecipanti scriveranno la frase sul loro quaderno e lo consegneranno al partner che hanno davanti. Il partner dovrà scrivere le risposte dell'altro sotto la frase, ma senza guardare il quaderno perchè per tutto l'esercizio ci si deve fissare dritti negli occhi. Al suono del gong ci si scambieranno i quaderni e i ruoli.
Il maestro dice che non è permesso picchiare chi si ha davanti e che si devono tenere le mani ben attaccate al sedile della sedia.
Se qualcuno prova solo a fare l'atto di andarsene, viene ripreso e rimesso a sedere con fermezza e convinto a rimanere. Ah, nessuno è costretto a rimanere, davvero, ma non ho visto neanche nessuno che, dopo aver fatto l'atto di andarsene, sia poi riuscito a farlo davvero.

(Lettore, puoi immaginare come ci si può sentire in quella situazione? Amico psicologo, è lecito sottoporre le persone a questo tipo di violenze psicologiche senza prima, come minimo, avvertirle? Avvocato, cosa può denunciare e a chi la persona che si trova in una situazione come questa? Caro Ministro di Grazia e Giustizia, non le sembra che sia ora di rivedere la legge sul reato di plagio? E sulle violenze psicologiche all'interno di questi gruppi di "consapevolezza"?).

A questo punto, il maestro dice qual'è la domanda che i partecipanti devono scrivere sul quaderno: "MIO PADRE MI HA INSEGNATO CHE LA PAURA E' "
i partecipanti la scrivono sul quaderno e il maestro li invita a chiudere gli occhi, dicendo che dovranno riaprirli al suono del gong e cominciare subito l'esercizio. Quando hanno gli occhi chiusi, dice di visualizzarsi da bambini: "Tornate al tempo in cui eravate bambini e avevate paura... Mio padre mi ha insegnato che la paura è..."
Non si fa quasi in tempo a sentire la fine della frase che arriva il suono del gong seguito dal rumore più assordante che uno abbia mai sentito nella sua vita. Tutti gli assistenti cominciano a percuotere come forsennati gli strumenti che hanno in mano, i partecipanti cominciano ad urlare a quello davanti la domanda con tutto il fiato che hanno in gola (ricordiamoci che il maestro ha detto di "dirla in modo da farsi sentire chiaramente" da chi si ha davanti.
La scena in cui ci si ritrova non è possibile riuscire a descriverla in tutta la sua carica terrifica. Io stesso mi sono dovuto fermare un attimo perchè ho il cuore che batte forte e sono dovuto andare a farmi un giro per la casa prima di tornare a scrivere. Una bolgia dell'inferno dantesco non potrebbe essere altrettanto orrenda.
Le persone cominciano ad urlare, a contorcersi sulle sedie, ad avere delle vere e proprie esplosioni di terrore. Quando gli assistenti vedono che qualcuno è particolarmente agitato, gli si fanno intorno e suonano, se possibile, ancora più forte gli strumenti intorno a quel poveretto, chi grida la domanda cerca di scarabocchiare sul foglio le risposte di quello davanti ma riesce a fare solo segni incoerenti sul foglio, tutti cominciano a sudare e diventare rossi in viso, tutti gridano, chi urla la domanda, chi risponde con parolacce, chi grida "basta basta", chi "vattene vattene", chi no non, chi "Ah Dio, Dio".... in un frastuono che diventa totale. Dopo poco quasi tutti sono in iperventilazione a forza di urlare senza sosta ma l'esercizio continua, continua, continua. Se qualcuno si alza dalla sedia, lo rimettono la suo posto. Nessuno poteva uscire da lì. Eravamo tutti inchiodati alle sedie, proiettati in una scena che sembrava diventata un'allucinazione.
Ricordo che la mia mente, a quel punto, entrava in una sorta di regno ovattato e cominciavo a vedermi urlare come se fossi fuori dal mio corpo. Il frastuono era tale che le orecchie cominciavano a fischiare e avevo l'impressione di vedere la scena dall'alto.
Il cuore batteva all'impazzata e sentivo una pulsazione fortissima allo stomaco.
Dopo un tempo che mi era sembrato eterno, finalmente il suono del gong creava, di nuovo il silenzio. Silenzio si fa per dire perchè, anche se il frastuono degli strumenti e delle urla era cessato, rimanevano i singhiozzi disperati di quasi tutti i partecipanti. Il caldo, in quell'angusto spazio pieno di anime stravolte era soffocante.
Il maestro diceva di scambiarsi i quaderni e subito dopo il suono del gong decretava l'inizio di un nuovo incubo. Alcune persone fissavano chi urlava loro la domanda come se fossero inebetite, alcune cominciavano di nuovo ad urlare come se le stessero squartando, altre si buttavano a terra o contro le mura del tempio (e venivano recuperate e rimesse a sedere) e di nuovo ricominciava l'inferno e la sensazione di non essere io quello che stava là dentro, di nuovo la mente si staccava dal corpo e il corpo sembrava agisse e urlasse da solo, senza che io potessi esercitare alcun controllo su di lui....
Finalmente, il suono del gong tornava e con esso finiva il frastuono. Ma l'incubo era solo cominciato.
Calcolate che fra un suono di gong e un'altro passano circa 10-15 minuti. Per ogni domanda, circa 20-30 minuti.

Quando le persone si erano un po' calmate, il maestro diceva di scrivere la domanda successiva: MIA MADRE MI HA INSEGNATO CHE LA PAURA E'. Bisognava chiudere di nuovo gli occhi e seguire la voce del maestro che diceva: "Ritorno ai tempi in cui ero bambino e avevo paura... Mia madre mi ha insegnato che la paura è..."
Un colpo di gong, e tutto ricominciava, senza sosta.

La terza domanda, sempre seguita da una visualizzazione a tema prima del suono del gong: PER ME LA PAURA E'...

Quarta domanda: QUANDO HO PAURA IO...

Dopo circa 2 ore ininterrotte di questo trattamento, si aveva diritto a circa una ventina di minuti di intervallo per bere o andare ai servizi. Tutti dovevano uscire dal tempio e gli assistenti rimettevano a posto le sedie. Non vi dico in che stato ero io e come stavano gli altri. E io, per fortuna, sono una persona piuttosto equilibrata. Ma, nonostante la mia forza d'animo, posso assicurare che ero molto, molto scosso da quell'esperienza.

Alla fine dell'intervallo, si ritornava dentro al tempio. Il maestro diceva qualche altra cosa sulla paura e sul fatto che così eravamo andati a toccare quello che avevamo rimosso ma che era ancora dentro, evidentemente, se avevamo vissuto quello che avevamo vissuto e che era meglio che fosse fuori, riconoscibile, che non dentro a fare danni senza che lo sapessimo.

"Ora andremo profondamente a toccare la nostra rabbia...." Le sento risuonare ancora nella testa, quelle parole.

Il maestro ci fece riaccomodare sulle sedie. Il partner poteva essere diverso dal precedente. Dopo gli spostamenti di questo e quello, il maestro diceva di scrivere la prossima domanda: PER ME LA RABBIA E'. Il suono del gong arrivava improvviso, questa volta. Non ricordo la visulizzazione. Se pensavo di avere visto tutto, durante l'esercizio precedente, avrei dovuto ricredermi di lì a pochi secondi. Quello che si scatenò con quella domanda non è possibile riprodurlo a parole. La gente urlava, urlava, urlava. Chi si gettava contro l'altro e veniva ripreso e rimesso a sedere a forza e a forza tenuto fermo mentre si divincolava urlando come un ossesso, chi si copriva la testa con le mani rannicchiandosi su se stessa nel terrore più assoluto davanti al partner che urlava "Ti ammazzo, ti in..., puttana, bastardo ecc ecc", Chi si alzava e cercava di fracassare le sedia su chi aveva vicino e veniva preso e trattenuto a forza dagli aiutanti che lo tenevano fermo a terra mentre altri aiutanti si avvicinavano facendo ancora più rumore possibile con gli strumenti per "fargli fare per bene il suo processo". Alcuni, si sbattevano i quaderni in grembo, altri fissavano il vuoto come se fossero improvvisamente inebetiti.....

Lo so che è difficile credere che possano esistere cose come queste e che uno ci si vada a ficcare volontariamente e pagando pure delle cifre piuttosto alte, ma chi ci va per la prima volta non sa, non può neanche lontanamente immaginare a cosa va incontro e, comunque, la maggior parte delle persone esce da lì indottrinata a dovere, pensando di avere avuto "L'onore" di fare chissà quale fondamentale esperienza di consapevolezza mentre invece è stata vittima di pure e semplici violenze psicologiche che hanno come unico scopo quello di manipolare la sua mente a fini meramente economici. Ciò che spinge questi individui ad applicare queste... non saprei come chiamarle... tecniche psicologiche, non è altro che la quantità di soldi che il plagiato gli porta e continuerà a portargli in seguito. Più uno è indottrinato, più tutti i soldi di cui può disporre finiscono nelle tasche del leader che, secondo la vittima "gli ha mostrato la via (o il sentiero sacro)".


La bolgia infernale continuava ancora per ore con le seguenti domande, fatte in quest'ordine:
MIO PADRE MI HA INSEGNATO CHE LA RABBIA E'
MIA MADRE MI HA INSEGNATO CHE LA RABBIA E'
QUANDO SONO ARRABBIATO IO...


Fra una cosa e l'altra, siamo arrivati circa alle 22.30. Si va a mangiare senza quasi il tempo di lavarsi la faccia, poi si torna al tempio per la seduta di indottrinamento.
Il maestro invita a meditare su quale sia il sentimento profondo che emerge quando ci si permette di mostrare la rabbia.

-continua-

Tiresia

domenica 7 marzo 2010

La funzione della Compagna

Premetto innanzitutto che in questo gruppo essere accoppiati è praticamente un dovere, un elemento determinante per la “crescita” della persona. Le donne senza un compagno vengono viste con un fondo di sospetto in quanto la prima ed essenziale condizione per cominciare il lungo percorso che porta una donna a recidere il legame con la parte perversa della madre è l’amore per un uomo. O meglio, per “l’uomo della sua vita”.
Ci sono però, anche qui, le dovute eccezioni. Raramente (molto raramente) ho visto il maestro indicare come “donne sagge” delle signore che, per l’avanzato stato di età, non sarebbe stato facile accoppiare. Ma non credo che si trattasse di una forma di rispetto per l’età, quanto più di una questione di prestigio, in quanto le signore occupavano ruoli prestigiosi e vicini alla vita politica del Bel Paese, e tutti noi sappiamo quanto il maestro sia sensibile alle persone “rappresentative”.

Quando ci si mette insieme, il primo passo consigliato dal maestro è precipitarsi dai rispettivi genitori e presentare il compagno/a come “uomo della propria vita”/”donna della propria vita”. Secondo il maestro, se la madre non accoglie con estremo entusiasmo questa unione, è segno che “sente il pericolo”, cioè sente che questo amore avrà il potere di staccare da lei il figlio/a. Il fatto che la madre sollevi dubbi sul fatto che sia proprio il compagno/a "della vita", va interpretato come segno che la persona è proprio quella giusta. Ai seminari venivano raccontati numerosi casi in cui le madri avevano fatto di tutto per osteggiare le unioni con questi “compagni della vita”.
Vale la pena ricordare che il maestro è sempre disponibile a trovare il giusto compagno/a, così come il giusto candidato/a alla trasgressione creativa, ove necessario. Lui, ovviamente, vi dirà che non è così, che avete fatto tutto voi, ma se l’osservatore ha la capacità di rimanere attento, non si farà gabbare da queste affermazioni.
Il “lavoro” di liberazione dai condizionamenti negativi trasmessi dalla famiglia di origine comincia quindi con l’amore che la donna prova per l’uomo (e che dev’essere ricambiato), amore che fornisce a lei la “forza” per cominciare a staccarsi dai lati perversi ereditati dalla madre e a lui la spinta per attuare lo stesso distacco e imboccare la lunga via che lo porterà alla sua realizzazione come uomo.

Le vie qui si biforcano: la donna dovrà necessariamente percorrere il sentiero della sottomissione e della dipendenza dal maschile e realizzarsi come moglie e madre per arrivare a essere riconosciuta “donna che ha fatto il passaggio” (chiediamoci - da dove e per dove?) e incarnare l’archetipo della “madre saggia”. L’uomo, invece, dovrà sottrarsi alla dipendenza dal femminile, in particolare dalla madre, e sottometterlo, in particolare la compagna.

La sottomissione al maschile si realizza tramite:
1) Ripetere pubblicamente al proprio compagno le frasi suggerite dal maestro: “tu sei il mio signore e padrone”, “sono la tua schiava” ecc. Questa pratica era molto in voga qualche tempo fa e sicuramente vi sono signore che la ricordano.
2) Presentare il compagno ai genitori come “l’uomo della mia vita” anche se si sta insieme da poco tempo e riferire nel seminario eventuali obiezioni dei genitori che verranno interpretate a dovere dal maestro. In genere, più l’obiezione è forte, più “viene alla luce la perversione che c’è sotto”.
3) Se non è ancora successo, ricordare l’abuso originario che ha sancito il patto con la madre e la separazione dal padre con tutto quel che ne consegue e che è già stato accennato altrove.
4) Ubbidire e Tacere, tacere e sempre tacere. Il motto che le femmine dovrebbero ripetersi costantemente. E più è forte l’impulso a parlare, più è meglio tenere la bocca chiusa. Così si bloccano gli automatismi frutto della perversa eredità, ma, purtroppo, alla lunga, si bloccano anche alcune importanti funzioni cognitive, ma questo non viene mai spiegato alle signore.
5) Se troppo coriacee, attraversare l’esperienza della “trasgressione creativa” che non credo abbia bisogno di ulteriori descrizioni.
6) Fare figli. Altrimenti come ti realizzi come madre? E come fa lui a realizzarsi come padre? Meglio se figli maschi, così l'uomo può trasmettere la sacra fiamma alla sua discendenza. E se per far figli, oh donna, devi passare la vita a sottoporti a FIVET (fecondazione in vitro) beh, meno male che a Bari c’è un centro famoso al quale vengono indirizzate le signore arkeoniane che per loro incapacità o per incapacità del marito hanno bisogno della provetta per concepire. E fin qui niente di male, se proprio uno desidera un figlio. Il problema sorge quando queste signore si sottopongono a innumerevoli “interventi di fivet” con esito negativo e, invece di dare loro un supporto psicologico per riuscire ad individuare e risolvere il problema che le spinge (anche in età piuttosto avanzata) a continuare quello strazio e le pesanti terapie ormonali che ogni fivet comporta, le si guarda con sospetto convinti che sotto ci sia “un processo”, un “rifiuto” per cui “quella” non permette agli embrioni di attaccarsi. Proviamo ad immaginare come si possono sentire quelle signore e cosa comporta questa situazione di stress, alla lunga.
7) Identificarsi con un “femminile sano”, di volta in volta indicato dal maestro, con cui relazionarsi ed “imparare” come si deve essere. E tutto quello che a questo “femminile sano” verrà in mente di dirvi, donne, testa bassa e accogliere come un dono.

Questo, e quello che già scrissi a proposito in “La via della donna”, dovrebbe mettere una donna nelle condizioni di “fare il passaggio”.
Se avessi tralasciato qualche aspetto, prego le gentili foriste di aggiungere gli elementi che ho dimenticato.

Una donna che sia ben avviata sulla via del “passaggio” può aiutare il compagno ad avvicinarsi alla fiamma sacra del padre, a riconnettersi con la “sacra fiamma del maschile” che viene trasmessa di padre in figlio.
Tiresia
- continua

giovedì 4 marzo 2010

Dell’omosessualità e della paura del femminile in Arkeon

La paura del femminile

Prendiamo in considerazione l’ interpretazione, presentata dal maestro, dell’universo femminile, così come si esprime nelle figure della Madre, della Compagna e della Sorella.
Alla base di tutte le problematiche che un individuo può incontrare nella vita, vi è senz’altro la negativa influenza del lato perverso della Madre (fino a poco tempo fa dominante nelle varie madri – attualmente ho sentito dire che si dà un po’ più di spazio anche all’aspetto positivo di questa bistrattata figura, ma non potrei dire molto altro in proposito perché quando io sono uscito dal gruppo questo aspetto non veniva considerato e la povera genitrice rimaneva sostanzialmente perversa) che, attraverso bieche manipolazioni, sensi di colpa, trasmissioni inconsce di dolore cosmico, riversamento sui figli di energia erotica inappagata, separazione dei figli dall’energia sacra del padre e altre amenità, contribuiva a creare blocchi, rovinare relazioni, immobilizzare i figli (maschi e femmine) sia dal punto di vista affettivo che lavorativo, togliere loro ogni possibilità di essere liberi e belli, una specie di “forfora dell’anima” – mi si permetta la battuta – o di “cancro dello spirito” che doveva essere necessariamente asportato per poter essere felici e realizzati.
I metodi per difendersi dalla nefasta influenza della Madre Perversa sono sostanzialmente due:
1) farle un bello “shampoo arkeoniano” – ovvero riuscire a portarla ad un seminario dove il maestro non avrebbe perso occasione di dimostrare pubblicamente la sua perversione sottolineando i suoi comportamenti devianti. Ci sono madri che si sono sentite dire che i regali fatti alle figlie – vestiti, completi intimi, anelli o collane, fiori donati con affetto ma al momento sbagliato, tipo per san Valentino “oibò, san Valentino è la festa degli innamorati, se tua madre regala un fiore a te, figlia, in questo giorno, sottolinea la sua tensione erotica/omosessualità latente nei tuoi confronti”, “se tua madre, figlio, non ha l’accortezza di chiudersi a doppia mandata in bagno quando si fa la doccia e tu le vedi una tetta o peggio, sta cercando di sedurti sessualmente” ecc.
Altre signore sono state pubblicamente additate come esseri perversi che non hanno esitato ad allontanare i figli/e dai rispettivi padri per consegnarli al pedofilo, altre si son sentite rinfacciare di aver trasmesso una pesantissima “eredità di dolore” alla prole col duplice scopo di controllarla legandola a sé ecc., Il tutto senza minimamente conoscere la storia e il vissuto di queste persone, di questi esseri umani – perché, non dimentichiamolo ! di esseri umani si tratta – che la maggior parte delle volte uscivano dai seminari in lacrime e con la sensazione di aver realmente danneggiato gli esseri che una madre ama di più al mondo: i suoi figli.
Già. Ed è anche molto facile far credere a una madre di non essere stata una buona madre. Perché la maggior parte delle madri, se mai vi fosse qualcuno che non se ne sia accorto (e non vi è certo bisogno di avere una laurea in psicologia per accorgersene, basta un minimo di sensibilità e di amore) è molto vulnerabile su questo punto. C’è un angolino della mente delle madri in cui esse si sentono inadeguate, credono di non aver fatto abbastanza, pensano che avrebbero dovuto dare di più, anche se hanno consacrato l’intera loro vita ai figli riscaldandola come potevano con il loro amore. E qui penso che molte madri concordino con me, io questo amore materno l’ho visto nella mia compagna, l’ho visto in mia madre e nella sua, per quanto possano a volte aver sbagliato come tutti noi facciamo. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, diceva un grande uomo, parole che andrebbero ricordate un po’ più spesso in quei seminari, o meglio, più che ricordate, messe in atto.
A quanti mea culpa di madri ho assistito, madri che si colpevolizzavano per cose assurde, madri che facevano di tutto per dimostrarsi degne dell’amore dei figli anche attraverso pubbliche umiliazioni e condivisioni di piccoli fatterelli che venivano additati come grandi colpe.
Ho sentito madri raccontare che, su consiglio del maestro, avevano condiviso al figlio di aver fatto un sogno erotico su di lui e per questo il figlio non le ha più volute vedere (ma andiamo, un sogno si può interpretare in mille modi, già Freud diceva che il sogno non è mai quel che sembra, o sbaglio? Qualche forista psicologo potrebbe spiegarci forse un po’ meglio che i sogni non vanno presi alla lettera). Ho visto madri, che erano state convinte a “confessare” la loro presunta “attrazione erotica” nei confronti dei figli, ottenere come bel risultato il provocare uno shock nei ragazzi/e con conseguente allontanamento degli stessi.
Ci vogliamo pensare agli effetti di queste scempiaggini sulla psiche di un adolescente o di un giovane? E poi, che succedeva in quelle famiglie? Che ognuno si doveva “fare il suo processo”, così, da sé o in un seminario, se decideva di continuare a seguirli. Se no cavoli suoi. E poi sento affermare che in questo gruppo non si fa psicoterapia. No, si affondano solo le mani a vanvera nella psiche della gente e poi la si lascia lì a “guardarsi il suo processo” e se poi succede qualcosa di brutto… beh, sempre cavoli suoi.
Pensate che questi pubblici mea culpa servissero a risolvere le situazioni? Ebbene, pensate male perché comunque la madre in questione veniva messa sotto osservazione, soprattutto dalla prole arkeoniana, che non perdeva occasione ad individuare in ogni comportamento, parola, gesto o suono una ricaduta nel “lato perverso”.
Solo le madri “allineate col lavoro” erano sacre. Le altre….. lascio a voi immaginare cosa fossero.
Per concludere questo primo punto, lo shampoo arkeoniano si poteva fare anche extra seminario. In questo caso era lecito andare dalla madre e dirle di tutto e di più, come testimoniano su questo stesso forum diversi genitori che hanno trovato il coraggio di scriverne.
2) Una soluzione più drastica, messa in atto quando ci si trovava davanti a madri più resistenti o coriacee, era quella del taglio netto della relazione. La prole arkeoniano semplicemente si rifiutava di vederle, parlare con loro o farle entrare in casa. Un po’ come succede con fuoriusciti e oppositori.
Ma se “tagli” il problema, non è detto che smetta di esistere, perché, secondo una delle ultime teorie del maestro che stavano entrando in voga, è quella che bisogna “far pace” con la “parte sacra della madre”. Allora, in caso di bisogno, il maestro pescava nel cerchio una bella “madre saggia” pronta all’uso la quale, nei momenti di picco emotivo, veniva messa di fronte all’orfano/a arkeoniano e gli diceva tante belle parole di conforto e benedizione (rigorosamente suggerite dal maestro) “Ti riconosco come donna”, “Ti do la mia benedizione”, “Adesso puoi essere una donna libera” ecc.
Potremmo chiederci, poi, che fine facessero queste “madri sagge” alla chiusura del seminario. Lo volete sapere? Scomparse nel nulla. E la ferita psichica derivante dal taglio netto dei rapporti con la genitrice guariva magicamente? Perché non leggiamo le parole di Bert Hellinger, (che viene citato anche sul sito ufficiale del gruppo):

http://www.psicologiaitinerante.it/27_Costellazioni_familiari_Bert_Hellinger/ 27_2_Costellazioni_Familiari_articoli.htm :

(…) Quando un bambino nasce ha due genitori. Non possono essere che quei genitori perciò questi genitori sono i migliori per questo bambino. Non ci possono essere altri genitori migliori . sono quelli giusti per questo bambino (…)

(…) E chi è un buon terapista? Un buon terapista onora i genitori dei suoi clienti egli non permetterà a nessuno di accusarne i genitori. Perché non appena qualcuno accusa i suoi genitori interrompe la continuità del fluire della vita. Questa semplice verità è per molti davvero nuova puoi renderti conto che in molte psicoterapie alcuni psicoterapisti si alleano con il cliente contro i suoi genitori. Ma nessuno può essere in pace con se stesso o con se stessa ammenochè non sia in pace con i suoi genitori.
Quando incontrate persone depresse, rilevate sempre che essi hanno rifiutato uno dei loro genitori. La depressione è curata quando essi sono aiutati a riconciliarsi con i loro genitori.

http://www.costellazionifamiliari.it/cosasono.html#ViolazioniOrdineAmore :

(…) Nel sistema familiare vige un senso dell'ordine e dell'equilibrio, la coscienza del clan, per cui ogni torto fatto ad un predecessore deve essere compensato da un successore. Questa coscienza si fa carico delle persone escluse e dimenticate dalla nostra anima e non si arrende fino a che non viene ridato, all'escluso, un posto e la dignità nel nostro cuore.

Quindi, finchè una persona è esclusa o dimenticata, nel sistema agisce una pressione affinché un successore in qualche maniera ne difenda i diritti, identificandosi con lui, a volte imitandone il destino negativo come una malattia o la morte precoce.(…)


Tiresia
- continua

domenica 10 gennaio 2010

Lavoro delle sedie all'intensivo - residenziale

In questa seconda fase, le persone vengono fatte sedere una di fronte all’altra sulle sedie collocate nel tempio che c’è all’interno dell’ agriturismo “Spagnulo” che si trova ad Ostuni. I partecipanti vengono invitati a sedere sulla sedia che preferiscono e, in silenzio, aspettano che tutti si siano accomodati. Il maestro a volte cambia la collocazione di alcune persone mettendole di fronte alla persona che, secondo lui, ha la capacità di facilitare meglio l’emergere di queste emozioni. Alle persone sono stati precedentemente forniti un quaderno e una penna dove devono annotare le risposte che vengono date da chi hanno davanti. A questo punto, il maestro comunica la domanda che, a turno, le persone devono urlare a chi hanno davanti e, al suono del gong, il lavoro comincia. Quando il gong viene percosso, i maestri che partecipano a quell’intensivo (i maestri che partecipano sono sempre abbastanza numerosi e non si siedono sulle sedie, a meno che non chiedano espressamente di farlo o non vengano espressamente invitati dal grande maestro a farlo) cominciano a percuotere con tutta la loro forza degli strumenti che sono stati loro forniti in precedenza: tamburi, maracas, nacchere, tamburelli, bastoncini da battere uno contro l’altro, triangolo ecc. creando un rumore fortissimo. Le persone, per farsi sentire da quello che hanno davanti, devono urlare a squarciagola la domanda indicata dal grande maestro e non ci si può immaginare le scene a cui si assiste durante questo lavoro. Gente che piange, urla, si agita, butta le sedie a destra e a sinistra, si contorce…. Credo che nessuno di quelli che fanno questo lavoro per la prima volta si sia mai trovato davanti ad una situazione di questo genere. Il frastuono che c’è nella stanza, unito ad una sorta di follia generale di quelli che stanno intorno, alle urla, ai pianti e alle sedie che volano, sicuramente contribuisce a far crollare, in molti, l’autocontrollo e ad abbandonarsi anch’essi a urla e pianti.Quando il maestro percuote il gong, la domanda indicata deve essere ripetuta/urlata all’altro senza sosta e per ogni domanda si va avanti circa 15 minuti nel frastuono totale. Le domande che il maestro, di volta in volta, dice di porre all’altro sono, per quanto riguarda il lavoro sulla paura e più o meno in quest’ordine: “Mia madre mi ha insegnato che la paura è..”“Mio padre mi ha insegnato che la paura è…”“Quando ho paura io…”Per quanto riguarda il lavoro sulla rabbia le domande sono:“Per me la rabbia è…”“Mia madre mi ha insegnato che la rabbia è….”“Mio padre mi ha insegnato che la rabbia è…”“Quando sono arrabbiato io….”“Quando mostro la mia rabbia il sentimento profondo che provo è….”Dopo questo lavoro sulla rabbia e sulla paura, si passa al lavoro sulle emozioni profonde che si celano nelle relazioni con le altre persone, maschi e femmine. Prima di passare al “lavoro delle sedie”, questa parte viene preceduta dal lavoro chiamato “no limits”, che dovrebbe servire a focalizzare meglio le persone sulle problematiche di relazione.Dato che, viene detto dal maestro, il modo in cui noi ci relazioniamo con gli altri esseri umani è condizionato dal modo di relazionarsi con gli altri dei nostri genitori, le domande che vengono poste, sempre nelle stesse condizioni, sono:“Mia madre mi ha insegnato che una donna è….”“Mio padre mi ha insegnato che una donna è….”“Per me una donna è…..”“Mio padre mi ha insegnato che un uomo è….”“Mia madre mi ha insegnato che un uomo è…”“Per me un uomo è….”“Come donna/uomo quello che ho creato nelle mie relazioni con gli uomini/con le donne è….”

Tiresia


-continua-

Padre e Madre – teorie iniziali

Quando io ho cominciato a frequentare i seminari, il lavoro si concentrava molto sulle figure genitoriali e sulle emozioni represse (principalmente rabbia, ma anche paura e dolore emotivo) che si provavano nei confronti di queste due figure. Attraverso l’utilizzazione di varie tecniche, che sarebbe opportuno descrivere in modo più dettagliato in una sezione a parte, le persone venivano portate in uno stato di grande eccitabilità emotiva e a quel punto (solitamente il secondo giorno del seminario di primo livello) venivano formati dei cerchi composti solitamente da 20 a 60 o più partecipanti, in cui le persone, che dovevano tenere gli occhi chiusi durante l’esercizio, venivano invitate dalle parole del maestro a ritornare ai tempi della loro infanzia ed immaginarsi piccoli, fra i 3 e i 6 anni circa, davanti ai propri genitori. A quel punto il maestro chiedeva di “guardare” chi c’era vicino a loro e come si sentivano davanti a quella persona. Chi vedeva il padre, chi la madre, chi nessuno e, secondo la predisposizione e la storia personale di ognuno, le persone si mettevano a piangere di dolore o urlare di rabbia di fronte a quei genitori che avevano sentiti lontani, da cui si erano sentiti non protetti ecc ecc, secondo la direzione verso cui la voce e le direttive del maestro li portava. Era senz’altro uno spettacolo impressionante, sia per le persone che vivevano quell’esperienza per la prima volta che per quelle che ripetevano i seminari, vedere tutte quelle persone urlare con rabbia, rosse in viso, invettive contro i propri genitori o piangere disperate con singhiozzi irrefrenabili invocandoli spaventati, e questo spettacolo facilitava senz’altro l’espressione emotiva dei singoli partecipanti. Io sono convinto che non esistano genitori perfetti, come non esistono figli perfetti, e che ognuno di noi abbia vissuto nell’infanzia episodi frustranti o dolorosi nella relazione con i propri genitori. Sicuramente, trovarsi in una situazione come quella che ho descritto, e che come me hanno visto e vissuto in tanti durante i seminari, dà alle persone lo stimolo per esprimere emozioni che di solito si tende a reprimere nella vita quotidiana, ma che non sono necessariamente riconducibili al comportamento “cattivo” dei propri genitori durante l’infanzia. Però il livello di eccitabilità e credulità emotiva dei partecipanti diventa talmente alto, in una situazione del genere, che è molto facile pilotare le loro convinzioni circa l’origine delle forti emozioni che sentono emergere guardando quel tipo di spettacolo (credo che esistano anche diversi studi in campo psicologico su questo argomento e mi piacerebbe conoscere qualche titolo). Questi “sblocchi” emotivi venivano spesso e volentieri pilotati e indirizzati dal maestro verso la rabbia o il dolore emotivo (secondo quello che lui intuiva fosse più appropriato per la persona e sottolineo la parola “intuiva” perché non ha mai fornito spiegazioni riguardo ai criteri che lo portavano a propendere per un’emozione o per l’altra, se non un vago “collegamento e sintonia con lo spirito” che guidava le sue parole o azioni) attraverso varie tecniche. Per esempio, quando c’era una persona che presentava uno stato emotivo piuttosto eccitato, il maestro le diceva di chiudere gli occhi (a volte, prima le chiedeva se voleva andare a fondo nell’emozione che stava vivendo, a volte no) e metteva davanti a lei un’altra persona, maschio o femmina secondo i casi, e diceva alla persona con gli occhi chiusi “Hai davanti a te tua madre/tuo padre”. A queste parole, varie erano le reazioni di chi aveva gli occhi chiusi: a volte si metteva a singhiozzare più convulsamente, a volte urlava “No…NO…” a volte si immobilizzava ecc. A quel punto, il maestro cominciava a parlare nell’orecchio della persona che aveva messo davanti a quella con gli occhi chiusi e le suggeriva di fare o dire cose. A volte capitava che le dicesse di abbracciare forte e senza mollare la presa la persona con gli occhi chiusi sussurrandole all’orecchio le frasi che lui riteneva fossero più adatte a farla “andare profondamente nel suo processo”. Queste frasi erano abbastanza semplici e stereotipate: “Ti ho sempre voluto bene”, “Non ti ho mai amato”, “Scusami per esserti stata/o lontana/o”, “Ho sempre preferito Tizio o Caio a te”, “Scusami per non averti protetto”, per citare quelle che mi vengono in mente adesso.A volte il maestro evitava che vi fosse un contatto fisico fra le due persone e suggeriva a quella con gli occhi aperti quello che doveva dire o urlare a chi aveva davanti con gli occhi chiusi.Come si può facilmente intuire, si assisteva a scene molto forti, dal punto di vista emotivo. Le persone con gli occhi chiusi, la maggior parte delle volte urlavano e piangevano e sputavano, ma in alcuni casi si mettevano anche a tirare calci e pugni a chi avevano davanti ed era ammirevole vedere come quasi tutti i poveretti che ricoprivano il ruolo di genitore destinatario di quelle manifestazioni di rabbia fisica sopportavano stoicamente le percosse “per il bene dell’altro”.Certo, se la violenza fisica minacciava di diventare troppo incontrollabile, un gruppetto di volontari immobilizzavano la persona in preda a quel “processo di rabbia” e le permettevano solo di urlare finchè non si calmava. Spesso, durante questi exploit emotivi, ho visto il maestro premere la mano sulla bocca dello stomaco della persona con gli occhi chiusi per “aiutarla” ad andare più a fondo nell’emozione. Aggiungo, per chi non lo sapesse o non ne avesse avuto personalmente esperienza, che in quei momenti di grande eccitazione emotiva, la bocca dello stomaco si sente pulsare fortissimo e se qualcuno vi esercita sopra una pressione, come minimo viene da urlare. Lo so per certo perché anche a me è capitato di trovarmi in quella situazione, durante seminari o intensivi cui ho partecipato.Quando, dopo ore, le emozioni dei partecipanti si erano un po’ placate ed eravamo tutti più o meno stravolti dalla stanchezza e spossati da quell’esperienza emotiva intensissima, il maestro cominciava il lungo discorso di spiegazione di quanto era avvenuto, in cui esponeva la sua teoria (chiaramente non presentata come sua teoria ma come dato di fatto) circa le cause che avevano portato le persone a provare e reprimere, nel corso della loro vita, emozioni così intense:Alla nascita, il bambino è naturalmente giusto e retto, ma deve presto cominciare a confrontarsi con un mondo che tanto giusto e retto non è. Proprio dai genitori arrivano le prime delusioni in quanto è in famiglia che la maggior parte delle persone entra per la prima volta a contatto con:1) forme di comunicazione non sane: i cosiddetti “doppi messaggi” che hanno come scopo il creare confusione in chi ne è il destinatario e in questo modo renderlo facilmente manipolabile per piegarlo ai propri scopi. Durante i primi anni in cui ho frequentato questo gruppo, i primi esseri a propinare all’innocente creatura questi doppi messaggi erano entrambi i genitori; successivamente, è diventata prerogativa della madre. Verso la fine del 2000, infatti, l’uomo, nel suo ruolo di padre, cominciava a venir presentato come una specie di santo mentre la donna, e in particolare la donna nel suo ruolo di madre, veniva presentata come la summa di tutte le umane perversioni e causa prima del dolore e del fallimento della vita dei figli nonché dei mariti.Un esempio di doppio messaggio è il cominciare un discorso lodando una persona per qualcosa, continuando poi con una critica alla stessa (tipo: tu sei molto intelligente ma fai delle cose da stupido, oppure: ti voglio tanto bene ma non ti sopporto perché…..).2) forme di menzogna, inganni e sotterfugi che minano la fiducia del bambino nel genitore quando le scopre. (Non bisogna mai mentire ai figli, e su questo sono d’accordo! Ma credo che sia necessario raccontare loro la verità in modo equilibrato – mio commento).3) creazione del senso di colpa nel bambino attraverso varie tecniche, che ha come scopo quello di legare a sé i figli impedendo loro di essere liberi. In genere prerogativa della madre, anche se non si escludeva un uso del senso di colpa da parte del padre. Le frasi che venivano indicate come le più frequenti a far sorgere sensi di colpa nei figli erano: “Con tutto quello che ho fatto per te…” “Non vedi come soffre la tua povera mamma/zia/nonna ecc.” “Quando sarò morta allora vedrai/capirai…”, “Se continui così mi farai ammalare” “Se fai così fai piangere la tua povera mamma” ecc. ecc. 4) eredità del dolore della madre: (questo soprattutto per le figlie) la madre che lega a sé i figli attraverso una forma di vittimismo continuo e fornisce loro l’immagine costante di una donna che soffre, il più delle volte a causa del marito/padre del bambino, e in questo modo trasmette una visione distorta della vita e della relazione di coppia che è fatta di dolore e sacrificio. Questa “eredità di dolore” viene trasmessa di madre in figlia, di generazione in generazione. Se una donna non riesce ad essere felice, e non riesce a portarne a coscienza il motivo, sa dove andare a trovare l’origine di questa infelicità e chi ringraziare per questo.Nei comportamenti dei genitori venivano quindi rintracciate le cause dell’impossibilità delle persone ad essere libere e felici. Per riuscire a raggiungere libertà e felicità bisognava riconoscere queste emozioni represse “attraversandole consapevolmente”, (vale a dire ri-vivendole) e sbarazzarsi delle “eredità perverse” trasmesse in vario modo dai genitori e dalle famiglie di origine in genere. Questo si poteva fare in parte durante i seminari, ma vi era ed è un “lavoro” molto più profondo sulle emozioni che si può fare negli intensivi o, come si chiamano ora, seminari residenziali o walking the path o come diavolo sono stati rinominati (anche qui, cambia il nome ma non la sostanza).Non bisogna dimenticare, però, che in quegli anni molto spazio ed importanza veniva dato al Reiki, una forma di “energia intelligente” di origine divina che attraverso le iniziazioni praticate nei seminari dal maestro cominciava a fluire liberamente dalle mani degli iniziati. Questa energia non solo, veniva affermato, può guarire il corpo fisico ma, proprio passando attraverso il corpo fisico durante i trattamenti, ha la capacità di guarire il corpo emotivo facendo emergere le emozioni represse che hanno causato la malattia. Le emozioni represse venivano indicate, allora, come la causa di tutti i mali fisici e psichici. La loro azione, veniva spiegato nei seminari, non si limita alla realtà corporea della persona ma può trasferirsi agli eventi che capitano nella vita. Un’emozione repressa che non trova sfogo nel corpo trasformandosi in malattia, può dare luogo ad eventi incontrollabili che si ripetono nella vita con una certa frequenza (può essere il caso di chi viene di frequente derubato del portafoglio, o che viene spesso tamponato in macchina ecc), oppure attira verso la persona tutta una serie di individui e situazioni che hanno lo scopo di portarla a rendersi conto che sta reprimendo quell’emozione. Per fare un esempio, se uno aveva della rabbia repressa nei confronti di una figura maschile o “aveva un processo” con l’autorità, vi erano buone probabilità che avesse mal di fegato (il fegato è uno degli organi più disponibili ad accogliere la somatizzazione della rabbia, oltre al fatto che si trova nella parte destra del corpo che è legata al maschile/autorità) oppure poteva esser vittima di incidenti d’auto che andavano a danneggiare la parte destra della macchina, oppure poteva continuare ad attirare gente arrabbiata che interagiva con lui in modo antipatico, tale da far scattare la sua rabbia ecc.Non voglio qui entrare nel merito dell’inconscio e della sua capacità di creare situazioni o malattie perché non è l’argomento del mio intervento. Certo è che le cose venivano presentate in un modo tale per cui uno credeva davvero che, sbloccando le emozioni represse sarebbe riuscito ad avere una forma di controllo sulla sua vita e sugli eventi. Si arrivava a credere che le malattie potessero venire debellate attraverso i trattamenti di reiki (anche se non ho mai sentito dire esplicitamente che una persona non dovesse curarsi attraverso la medicina ufficiale o abbandonare le cure che stava facendo; ho sentito invece dire molte volte che si poteva fare un trattamento di reiki alle medicine e questo avrebbe avuto un’azione sugli effetti collaterali: non ce ne sarebbero stati se la medicina era quella giusta, si sarebbero amplificati se la medicina non fosse stata adatta a quella persona) e il lavoro sulle emozioni e si arrivava anche a credere che, con i trattamenti di secondo livello, si potessero influenzare gli eventi: il trattamento fatto ad una situazione per mezzo dei simboli che venivano “impressi” sulle mani degli studenti durante l’iniziazione di secondo livello, aiutava a far emergere, a livello emotivo o fisico o attraverso altri eventi collegati alla situazione che si stava trattando, le vere motivazioni psicologiche che spingevano o legavano una persona alla situazione “trattata”.Per fare un esempio, se si era stati lasciati dalla fidanzata/o e si voleva tornare insieme, si poteva fare il trattamento alla relazione con lei/lui e questo avrebbe fatto emergere in modo chiaro i motivi che avevano fatto sì che la relazione non funzionasse, motivi che potevano venire risolti, se questo era “giusto” o amplificati se non lo era (il reiki, veniva affermato, è un’energia “intelligente” che porta le cose a svilupparsi verso una direzione o l’altra seguendo le direttive dell’intelligenza divina, quindi, qualsiasi risultato sortisca il trattamento, esso è sempre valido, anche se non se ne capisce la ragione). Ci si poteva quindi rimettere insieme o si poteva venire addirittura trattati in malo modo dall’ex, se questo è quello che “doveva succedere” per farci capire qualcosa.Si può ben notare come, partendo da questi presupposti, il maestro può dare sempre e comunque un’interpretazione strumentale della realtà interpretando gli eventi a suo uso e consumo, in quanto viene sempre sottolineato che i risultati del trattamento si sviluppano secondo il volere di una non meglio precisata “intelligenza divina” che, nella sua manifestazione, è ben lungi dal seguire una logica “umana”. Ecco così che, avendo il maestro sempre pronta una bella interpretazione di quello che succede alle persone, egli diventa interprete indiscusso del “volere divino”, almeno per tutte quelle persone che hanno bisogno di trovare risposte e spiegazioni facili davanti agli eventi della vita e ai loro moti interiori.Spesso ci si trovava anche proiettati in un mondo magico dove fare i trattamenti di reiki alle cose aveva i poteri più svariati: si andava dal ricaricare le pile, al trovare parcheggio, al liberare un oggetto regalato dalla vecchia zia perversa e manipolatrice dalla sua infausta influenza e chi più ne ha più ne metta. Si potrebbe aprire un’intera sezione del sito del Cesap solo per raccogliere tutte le astrusità che sono state propinate dal maestro e dai suoi maestri sugli effetti dei trattamenti di secondo livello in quegli anni. E più il maestro ne raccontava e più gli studenti ne aggiungevano creativamente. Certo è che più si è portati in uno stato di eccitazione emotiva, più si è disposti a credere alle peggio fregnacce. E se riesco a credere che tracciando il primo simbolo di reiki troverò sicuramente un parcheggio in centro, posso anche credere che i miei genitori e la loro perversione sono la causa prima della mia infelicità e del fallimento della mia vita. Ricorda niente la parola “capro espiatorio”?Nei seminari, in quegli anni, veniva dedicato ampio spazio ai trattamenti e alla spiegazione di come e dove le emozioni represse potevano andare a creare danni, sia a livello fisico che negli eventi della propria vita. E venivamo tutti vivamente consigliati di farci trattamenti su trattamenti perché “ogni volta che si completa un ciclo di trattamenti (4) si fa automaticamente un salto di qualità a livello di consapevolezza: le emozioni represse emergono alla coscienza, devono venire riconosciute e la situazione originaria che le ha create e fatte reprimere può venire risolta, così non andranno a creare più disagi nel corpo fisico o nella vita.Per quanto riguarda il lavoro sulla comunicazione, veniva introdotto durante il seminario di secondo livello e utilizzato negli intensivi.Si lavorava sulla comunicazione per avere relazioni chiare e oneste con gli altri e, a questo fine, si lavorava per comprendere le proprie “risposte automatiche” agli stimoli che venivano dall’esterno. Durante i seminari di secondo livello venivano spiegate le 4 forme base della comunicazione: risentimento – se si esprimeva rabbia pura perché non si era stati ancora in grado di elaborarla e di capire cosa, effettivamente, l’aveva scatenata (in questa fase, a stimolo corrisponde risposta automatica)giudizio – se si sentiva ancora rabbia ma si era riusciti ad individuare che cosa, nell’altro sembrava non andasse o infastidiva (in questa fase c’è sempre una risposta automatica ma anche la coscienza, da parte di chi esprime il giudizio, che quello che sta dicendo può essere in certo modo una sua proiezione sull’altro. Non sempre, però. Il giudizio veniva anche usato per dare all’altro dei feedback che lo aiutassero a vedere e portare a coscienza una parte di sé.)condivisione – se si riconosceva che quello che si muoveva a livello emotivo era qualcosa che ci apparteneva e che l’altro, con il suo comportamento o atteggiamento che ci ricordava il nostro, ci aveva permesso di riconoscere (riconoscimento della propria proiezione sull’altro)apprezzamento – se c’era una qualità o capacità che si riconosceva nell’altro, a volte si poteva anche condividere che la si sarebbe voluta acquisire.Durante i seminari di secondo livello la comunicazione doveva avvenire attraverso queste forme. Se qualcuno aveva qualcosa da dire al gruppo si doveva inginocchiare davanti a tutti, all’interno del cerchio, prendere in mano una sfera di pietra e cominciare dicendo il suo nome e “voglio condividere che…”. Se qualcuno aveva qualcosa da dire ad un’altra persona doveva inginocchiarsi davanti a questa, che a sua volta si doveva inginocchiare, e cominciare con (secondo i casi) “io risento/il mio giudizio è/ti voglio condividere che/io apprezzo di te…”In linea di massima, negli anni Novanta, il lavoro consisteva principalmente nel liberarsi, attraverso lo “sblocco emotivo” delle due emozioni maggiormente represse nell’infanzia: rabbia e paura. Questo veniva fatto in modo molto violento durante GLI INTENSIVI. Durante i 5 o 6 giorni dell’intensivo, ben 3 giorni venivano dedicati ad esercizi volti a portare lo studente davanti a queste due emozioni represse. Varie tecniche psicologiche venivano (e probabilmente vengono ancora) utilizzate dal maestro di questo gruppo per creare nelle persone il “clima psicologico” adatto allo sblocco di queste emozioni. Si comincia col cercare un oggetto che possa rappresentare la propria paura e la propria rabbia e si fanno dei piccoli gruppi, chiamiamoli di “auto-coscienza” in cui, solitamente sotto la guida di uno dei maestri che partecipano a quell’intensivo o di persona di fiducia del grande maestro (che nomina personalmente i conduttori di questi gruppi – e che grande riconoscimento è questo… non ve lo potete immaginare finchè non lo provate!) a turno si dà la propria interpretazione del perché quegli oggetti rappresentino per la persona in questione rabbia e paura. Il lavoro fatto all’interno di questi gruppi comincia a focalizzare le persone su queste due emozioni e prepara il terreno ad un altro lavoro, molto violento a mio parere sia dal punto di vista emotivo che psicologico, che viene svolto nella fase successiva.
Tiresia

- continua -

martedì 22 dicembre 2009

A chi non aspetta Natale per essere migliore



Mi aasocio pienamente alle parole di Paola che augura a tutti coloro che hanno partecipato a questa voglia di verita' in maniera audace e meritevole e faccio gli auguri anche a colo che in queste ore o nei giorni a venire ,decideranno con maturita' di dare il loro apporto ad una giusta causa!
Che non è di aggredire ma la causa di ,far luce su tutto cio,penso che la gente che frequenta questo sito ed è convinta del lavoro del cesap ,non sia gente che sta facendo caccia alle streghe o roba simile ,ma gente che ,vuol capire è sa' anche dopo aver capito perdonare o no.
Quindi che questo nuovo anno dia la forza a molte persone ...,di uscire fuori e di aiutare capendo che fuori non cè gente che ...perversa.... come direbbe qualcuno ..,che vi vuole uccidere o colpevolizzare ,credo anche Paolo nella sua vita avra' fatto errori ,come me ,e come tanti altri ,è la vita signori miei! ...,si puo pure sbagliare l'importante che si trovi la forza di capirlo ! l'UMILTA' di ammetterlo ,e vi garantisco che la vita si affronta con serenita',leggevo quell'articolo sulle sindromi post uscita da una setta... conosco una ragazza che le soffre tutte !sono vere Io la amo anche se lei momenti mi ama e a momenti se mi potesse distruggere lo farebbe io sono accanto a lei ,ecco pensate che fuori cè gente come me che vi ama e non aspetta altro che tendervi la loro mano ,no perchè siete cretini o creduloni o avete bisogno di uno che è meglio di voi no no ,io non penso queste cose della persona che amo anzi!E importante mi riferisco a tutti quelli che ancora ci credono ...aprite il cuore alla gente che vi ha cercato ai genitori figli fratelli amici ,le risposte che credevate fossero in arkeon ,le troverete in loro .
La vita è un bel viaggio godiamocelo in serenita' un amico
AUGURIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII

ansa


Mi ripeto con le parole d'auguri dello scorso anno perchè molto sentite:

Anche quest'anno di cose ne sono successe..
Auguri ai partecipanti di questo forum e un abbraccio sincero a tutti.
Che regnino VERITA' e GIUSTIZIA

Aggiungo uno spunto di riflessione con la speranza che altre famiglie separate anni fà dalle teorie di arkeon tornino ad essere unite con semplicità ed amore. Se qualcuno cel'ha fatta è possibile per tutti, basta pensare che i genitori non sono i vostri nemici come qualcuno vi ha fatto credere.
So anche di qualcuno che vuole svolgere il "compitino" del rito degli auguri... Il Natale non è questo, il senso della famiglia lo si vive tutti i giorni, tutto l'anno.

paola


Anche io ho sentito parlare di "compitini" svolti per la vigiglia di Natale, salvo poi non riconoscere il vero valore della famiglia.
Auguri a tutti noi che abbiamo osato scardinare un sistema di business votato alla distruzione delle famiglie.. Sarà questo sarà l'anno della verità in tribunale? auguriamocelo perchè venga messa la parola fine su tante falsità
Ho saputo che il Moccia và in giro a dire che finirà tutto in una bolla di sapone...Tranquillo? Ma come si fà a credere a queste fandonie.
Buon Anno

tritri

domenica 2 agosto 2009

sabato 6 giugno 2009

Arkeon - persone abbandonate

Ciao a tutti qualche giorno fa ho letto un messaggio di Simbolico dove parlava del suo maestro, che quando è stato male è stato abbandonato. La cosa mi ha piuttosto colpita, forse perché l'ho visto succedere parecchie volte, e anche perchè mi sembra un comportamento veramente insopportabile.
La teoria che c'è dietro al comportamento è la solita: "sei malato perché vuoi fare la vittima e io ti lascio solo così ti do la possibilità di guarire"
Il comportamento mi sembra lontanissimo da qualsiasi valore, cattolico o laico che sia.
Tante persone sono morte sole a causa di questa teoria, genitori di persone che frequentavano, studenti e anche maestri. Quando penso a queste persone mi prende un groppo in gola.
Per alcune di queste persone sono anche state inventate teorie deliranti.
Qualcuno si ricorda di quando vito raccontava che due maestri lo volevano uccidere per prendere il suo posto? (nel frattempo uno era morto e l'altra aveva dovuto chiedergli scusa pubblicamente)
Oppure quando raccontava che un maestro era morto perché non aveva pagato il master? e che quando la moglie era andata da lui per pagarlo, lui (vito) non aveva accettato perché non era un killer?
Qualcuno se ne ricorda altri?

un abbraccio a tutti
Michela


Questo è un argomento interessante, cara Michela. Riportato in tutte le salse e non solo da Vito.
Quanti qui, seguiti da altri maestri si sono trovati a vivere situazioni analoghe?

Un'altra riflessione mi viene spontanea leggendo quanto negli ultimi giorni si scrive nei vari meandri della rete.
C'è chi ha scritto dell''uso di un bastone per calmare i bollenti spiriti di una giovane donna.
C'è chi parla di cazziatoni meritati da parte di Vito.
E molto altro ancora.
Strano che l'Italia insorge se un insegnante scolastico alza la voce con i propri figli e subito parla di abuso di mezzi di correzione, cosa che mette il malcapitato in una situazione di simil linciaggio da parte dell'opinione pubblica, mentre qui si lasciano passare come normali e utili tali modalità.
Ma il mondo che colori ha?

aquilablu


Capisco che questo argomento interesserà solo i maestri, ma desidero comunque scrivere quanto segue:

Per quanto riguarda gli aneddoti sui master pagati, non pagati, che hanno portato alla morte o alla rovina, chiunque abbia partecipato, per la modica di cifra di 800 euro per due giorni, come osservatore all'iniziazione di maestri da parte di vito (i neo maestri pagavano 12000, ma i maestri che partecipavano ripetendo il "master training" pagavano € 800!!), ne ha sentiti a decine.

Su sé stesso vito raccontava sempre (io l'ho seguito nei due giorni per due volte) che dopo avere preso il suo master, pagato 20.000.000 di lire a Phyllis Furumoto, aveva la sensazione di avere pagato poco. Dopo alcuni giorni pare gli abbiano svaligiato la casa, trafugando opere d'arte del valore di molti milioni, e così lui si è sentito soddisfatto perché sentiva di avere pagato "all'universo" la cifra dovuta.

Un altro pare abbia preso il master facendosi dare 2.000.000 da nove persone più i suoi 2, e poi ha iniziato lui gli altri nove, riducendo il costo al 10%, ma vito diceva che così anche l'energia di quei dieci maestri era il 10% di quella di un maestro iniziato per 20.000.000.

Fatto sta che da allora vito non ha più detto come si iniziano i maestri se non a chi, allineato e presente nel "lavoro" iniziava maestri che poi sarebbero entrati nel sentiero sacro, avrebbero "pagato il pizzo" a lui frequentando tutti i seminari e gli intensivi, premaster e master training previsti "dal protocollo di vito carlo moccia" (vedi i post di Tiresia sull'argomento), arrivando addirittura a dire "potrete iniziare maestri solo quando capirete da soli come si fa".

A parte che io l'ho capito durante la mia iniziazione a maestro, perchè è ovvio come si fa, basta riflettere su come si fa l'iniziazione di secondo livello e ricordarsi come è avvenuta la propria (parlo ai maestri).

Comunque anche questo è un modo per non lasciare mai libere le persone: "se vorrai iniziare un maestro, dovrai tornare da me..." e questo vincolo è ingiusto, non credo che Phyllis l'abbia fatto con lui, ha stabilito come "Grand Master" del Usui System of Natural Healing" che TUTTI i maestri di reiki potevano iniziare altri maestri, per incentivare la diffusione di reiki nel mondo, non per ingrandire la sua corte...

Io pensavo che una volta spesi quei dannati venti milioni sarei stato libero, e invece è iniziata davvero la prigionia, mentale, economica, materiale, di vita.

Ecco un altro punto su cui ho riflettuto di quando in quando dopo la mia iniziazione al master, giudicandomi e venendo giudicato "perverso", "satanico", "troppo razionale", ecc.

Qualcun altro ha esperienze simili?
Carlo


Sono stato iniziato prorio da quel Maestro che poi è morto e conoscevo bene la moglie che era venuta a portare i soldi a Vito. Ero presente a quel seminario, non ricordo la località, ma la cosa che mi ha più infastidito non era l'atteggiamento di Vito che non ha preso i soldi (si poteva risparmiare di dirlo e di parlare di killer e puttanate simili nel cerchio). La cosa che mi ha dato fastidio erano i commenti compiacenti del " cerchio degli intimi" che non sapevano nemmeno di cosa si parlasse e sparacchiavano giudizi ad minchiam.
Io ho attraversato e condiviso il dolore di quel Mestro e di quanto soffrisse a sentirsi solo, in conflitto con Vito al quale voleva bene, alla ricerca di una solidarietà che non arrivava. Circa un mese prima che morisse mi ha chiamato mentre lavorava, per parlarmi del suo rapporto con Vito e gli altri maestri. Io capivo solo la sofferenza perchè non conoscevo i fatti, mi arrivava un profondo senso di stanchezza e di illusioni crollate. Per anni poi ho dubitato di quello che mi aveva detto essendo assolutamente dentro Arkeon, addirittura la sera del mio master ho dovuto fare una " cerimonia" di abbandono nei suoi confronti. Oggi le cose che mi diceva hanno una verità, il delirio di onnipotenza di pochi ha travolto tutto, chi è allineato bene, chi è critico è abbandonato, ancor peggio querelato. Che tristezza.
Io oggi voglio chiedere scusa, non di certo a Vito, ma lui da lassù comprenderà il senso delle mie parole.

Simbolico