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lunedì 10 maggio 2010

Arkeon e il pezzo per parlare..

Ciao a tutti. E' tanto che non scrivo, ma non significa che non vi segua
Rileggendo i vari post mi rendo conto che nessuno degli allievi o maestri ha preso realmente " il pezzo per parlare".
Non voglio essere ripetitiva, ma mi rendo conto che il post prima di questo scritto da Emanuela non ha avuto risposta alcuna.
Ho notato che diversi sono intervenuti per fare domande dirette ai fini di avere delucidazioni sulle vicende giudiziarie.., ma nessuno ha raccontato quali sono i veri motivi di dissenso rispetto ai metodi usati da questo gruppo.
L'ex maestro sembra timoroso di esprimersi, acquamarina sembrava che avesse delle cose da dire su come questo metodo mal influisce sul suo rapporto col fidanzato.. ma è lei la prima a tacere..
Perchè avete paura?
Domanda : quando ci si poneva all'interno del cerchio per condividere qualcosa, non era un abuso quando ad occhi chiusi la persona veniva sollecitata ed incitata dagli altri cerchisti (magari con insulti) a ricordare degli stati d'animo spesso innestati? I calci e le botte io li ho visti, per non parlare di altri abusi perpetrati ai danni di famiglie sfasciate, aborti consigliati e coppie formate ad insidacabile giudizio del maestro.
L'abuso delle persone è anche psichico e non solo fisico.
Tutto ciò avveniva non solo con il maestro che seguivo, ma anche nei seminari di altri che ho avuto modo di frequentare.
Cri

giovedì 15 aprile 2010

(6) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

- continua -
Secondo giorno di intensivo

Dopo cena ci si ritrova quindi di nuovo al tempio. Sono circa le ore 23.30-24. Il maestro chiede "come state" ma è un pro-forma perchè non c'è un giro di condivisione. Il maestro approfitta della condizione di spossamento fisico e psichico delle persone per "fare entrare" la spiegazione di quello che i partecipanti hanno vissuto.
Spiega, in sostanza, i danni di tenere dentro in forma repressa un'emozione così forte come può esserlo la rabbia (o la paura) e i danni che ne conseguono a livello fisico: la rabbia rimossa crea problemi al fegato, agli occhi, alla parte destra del corpo ecc.; e parla dei danni nella propria vita di tutti i giorni. Mi sembra di aver già toccato questo argomento in precedenza, quindi non mi dilungo più di tanto. Passa poi a sottolineare come le persone comincino a reprimere rabbia e paura a partire dall'infanzia e le reprimano perchè i genitori, soprattutto la madre, mettono in atto tecniche di manipolazione tipo senso di colpa (se non fai così muoio ecc.) che inibiscono nel bambino l' espressione di quello che provano.
Sottolinea che è meglio che la rabbia o qualsivoglia altra emozione o istanza psichica rimossa vengano fuori perchè in questo modo emergono alla coscienza e possono venire lasciate andare.
La rabbia repressa può diventare anche autolesionismo o ricerca di qualcuno da punire.
Sugli appunti presi durante uno di questi seminari residenziali, ho scoperto un appunto che avevo preso e che dice: - "Il farmaco è una forma di censura che i medici o gli psichiatri prescrivono ai pazienti perchè la malattia o il problema psichiatrico mettono il terapeuta di fronte alla "sua" verità (e, per non andarsela a guardare, si preferisce dare il farmaco piuttosto che permettere al paziente di esprimere l'emozione rimossa che potrebbe risuonare con la propria)" ciò che ho messo fra parentesi è come continuava la spiegazione, cosa che non ho scritto ma che mi sono ricordato. Vorrei sottolineare che è vero che non ho mai sentito il maestro consigliare direttamente a qualcuno di non prendere i medicinali, ma è anche vero che informazioni come queste venivano inserite nelle sue filippiche lasciando ai partecipanti la "libertà" di prendere le "opportune decisioni" in merito alla loro cura. Ecco allora come mai ex-maestro dice di avere visto gente con problemi psichiatrici o con sieropositività buttare nel sacro fuoco i farmaci. Sicuramente il maetro non ha detto loro di farlo direttamente, è molto furbo in questo senso, ma gli "inviti trasversali" a farlo, se uno voleva "capire" cosa stava esprimendo la malattia, non mancavano.
Questa spiegazione andava avanti per molto tempo, con esempi di comportamenti relativi alla vita dei partecipanti, individuazione dei loro "processi" ecc. atti a dimostrare la validità delle teorie presentate. Il tutto veniva propinato dal maestro con un tono di voce modulato e basso, con picchi improvvisi della voce quando arrivava ad esprimere "concetti chiave" e tale da indurre nella già provata audience uno stato di sonnolenza cui era una vera tortura resistere. Molti facevano fatica a rimanere svegli, ma stoicamente tenevano gli occhi aperti.
Di solito si finiva verso le 2 di notte. I partecipanti andavano a dormire e puntualmente, alle 7, venivano buttati giù dal letto per prepararsi al ki-training.

-continua-
Tiresia

(5) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

Secondo giorno di intensivo
Nel post precedente ho dimenticato di dire che il ki-training viene fatto tutti i giorni tranne il primo (giorno di arrivo) e l'ultimo (partenza).

Dopo il ki-trainig si fa colazione e rimane circa un'oretta e mezza di tempo libero. Quando il maestro chiama, i partecipanti si recano al tempio. Se la memoria non mi inganna, non mi sembra che ci sia un giro di condivisioni generale, ma il maestro passa subito a spiegare come la paura e la rabbia hanno condizionato la vita dei partecipanti e come la radice di queste due emozioni basilari sia da ricercarsi nell'infanzia e nel rapporto con i genitori.
I partecipanti sono disposti in cerchio nel piazzale antistante, tutti per mano. Il maestro fa un giro all'interno del cerchio e stabilisce chi sarà il conduttore dei piccoli gruppi che si dovranno formare di lì a poco. Fa posizionare i conduttori al centro del cerchio, a una certa distanza uno dall'altro, quindi invita i partecipanti a mettersi dietro al conduttore che preferiscono. Di solito il conduttore è un suo aiutante, ma è capitato che qualche gruppo venisse condotto anche da aspiranti maestri che ovviamente godevano della fiducia del leader.
Quando i partecipanti hanno formato i gruppetti, il maestro ne aggiusta il numero spostando qualcuno dai gruppi più numerosi in modo che il numero di partecipanti sia più o meno lo stesso per ogni gruppo. Una volta che tutti sono sistemati in uno dei gruppi, il maestro dice di andare nel campo di ulivi dietro al tempio e, in assoluto silenzio e centratura nel ki, cercare un albero che, per qualche motivo, il partecipante sente che rappresenta se stesso. Quello sarà il "proprio albero" e, per il tempo dell'intensivo, sarà il luogo dove si potrà andare se si vuole stare da soli con se stessi. Una volta individuato l'albero che lo rappresenta, il partecipante dovrà "prendersi un tempo" per stare con lui e guardarlo e capire perchè ha scelto proprio quell'albero.
Il campo di ulivi dove ci si reca è lo stesso dove arde, dall'inizio dell'intensivo, il "sacro fuoco" che viene sorvegliato e alimentato da alcuni volontari scelti durante la riunione della prima sera (quando si scelgono le persone addette alla sveglia e ai reclami. Insieme ai volontari addetti al "sacro fuoco" (un grande onore!) vengono scelti anche coloro che dovranno occuparsi di tenere pulito il tempio e lo spazio intorno al tempio, nonchè i servizi vicini allo stesso, durante i giorni dell'intensivo (altro grande onore!).
Al suono del gong, i partecipanti dovranno tornare al tempio e raggiungere il proprio gruppo.
Non appena i gruppi si sono riuniti, il conducente fa accomodare il suo gruppo in un posto sul prato che circonda il tempio, ad una certa distanza dagli altri gruppi, e si comincia un giro di condivisioni in cui ogni partecipante dovrà dire com'è l'albero che lo rappresenta e il motivo per cui lo ha scelto. Anche in questo caso, ci sono persone che si abbandonano a pianti e urla varie riconoscendo nell'albero questo o quel "blocco", questa o quella "contorsione" dei rami e via che si vola con le associazioni, il più delle volte spiacevoli e dolorose, riguardo agli aspetti della propria vita rispecchiati dall'albero. Vale la pena tenere presente che nessuna condivisione è stata ancora fatta dopo la forte esperienza vissuta durante il ki-training, e che molte persone sono già belle scosse dai contenuti emotivi emersi, o in loro, o negli altri.
Credo sia inutile ricordare che nessuno di quelli che conduce i vari gruppetti è psicoterapeuta ma, nonostante questo fatto accertato, non lesina indicazioni o pressioni affinchè chi sta condividendo riesca ad "entrare nel suo processo" e "vedersi qualcosa". Nel frattempo, il leader svolazza di gruppo in gruppo osservando i vari "movimenti" e probabilmente anche l'operato dei suoi aiutanti. Non interviene se non in caso di forti processi emotivi che, però, in questa fase non sono così forti come durante gli esercizi delle sedie che seguiranno.
Una volta che i partecipanti hanno fatto le loro condivisioni, il maestro riunisce tutti in cerchio davanti al tempio e introduce il tema della paura: di come ci abbia sempre bloccato, di come ci impedisce di gustare la nostra vita ecc ecc. e invita le persone ad andare in giro intorno al tempio o nell'uliveto (ma non troppo lontano) e cercare un oggetto che rappresenti la loro paura. Al solito suono del gong, solite condivisioni nei gruppetti sull'oggetto che si è scelto (o che ci ha trovati, come dice il maestro) e poi si va a cercare l'oggetto che rappresenta la nostra rabbia, non prima di aver sentito ciò che il maestro dice sulla rabbia e sugli effetti devastanti che quest'emozione, repressa o rimossa, ha nelle nostre vite.

Quando i gruppi finiscono i giri di condivisione sugli oggetti che rappresentano la rabbia, si forma un'altra volta il cerchio fuori dal tempio: in piedi e per mano. Dopo gli esercizi sopra descritti, i partecipanti sono tutti piuttosto stanchi perchè sono passate circa 4 o 5 ore da quando si è cominciato e non ci sono state soste. La tensione emotiva è costante. Soprattutto nel mese di luglio, il caldo è opprimente e tutti i gruppi si tengono all'aperto. D'inverno si tengono lo stesso all'aperto con un freddo boia. I partecipanti non hanno mangiato niente dalla colazione. Si può solo bere. Sono circa le 5 del pomeriggio.
A questo punto si va a mangiare. Il maestro dice di non parlare con gli altri partecipanti per non "scaricare" la tensione. Non è che ci sia l'obbligo al silenzio, ma si viene invitati a rimanere concentrati su quello che si è "mosso" dentro senza cercare di sfogarlo. Parole chiave del maestro: "Rimanete con questa cosa".
Dopo il pranzo si rimane una mezz'ora a gironzolare nell'agriturismo e poi si ricomincia.

Comincia la serie di "ESERCIZI DELLE SEDIE"

I partecipanti sono invitati a recarsi nuovamente al tempio. Solito cerchio esterno, il maestro chiede "come state" ma non c'è un giro di condivisione. Il maestro spiega brevemente che ora tutti potranno sperimentare DAVVERO che cosa sono la paura e le rabbia.

La porta del tempio viene aperta e i partecipanti scoprono che le sedie non sono più in cerchio ma sono disposte una di fronte all'altra, in piccoli gruppi da 2, molto vicini gli uni agli altri. Nel tempio c'è un odore molto forte di erbe bruciate sul braciere, quasi soffocante. Man mano che entrano, i partecipanti prendono posto sulle sedie e, in un silenzio carico di tensione, aspettano che tutti si siano seduti. Il maestro sposta questo o quello secondo una sua logica volta a favorire la proiezione della madre o del padre sull'altro. Se sono presenti figli e genitori, questi vengono messi uno davanti all'altro, anche se si sono seduti in posti diversi (i figli sempre davanti ad uno dei genitori, se presente). I partecipanti vengono invitati a mettere sotto le sedie gli oggetti che hanno trovato e che rappresentano la loro paura e la loro rabbia. Tutti devono avere in mano il quaderno e la penna che sono stati loro consegnati al momento della registrazione.
Gli assistenti, nel frattempo, hanno preso in mano ognuno uno strumento tipo tamburo, tamburello, maracas, triangoli, bastoncini e tutto quanto possa fare un casino pazzesco. Un aiutante, di solito uno dei preferiti dal maestro, viene incaricato di suonare un grosso tamburo, di quelli che non si possono sollevare e che è appoggiato in un angolo.
In chi fa questo lavoro per la prima volta, la tensione è altissima.
Quando tutti sono seduti e il maestro ha fatto gli spostamenti del caso, comincia a spiegare brevemente che l'esercizio si fa a turno e consiste nel ripetere all'altro la frase che lui indicherà. La frase va ripetuta "in modo che l'altro la senta bene" e a ciclo continuo, cioè senza pause fra la fine e l'inizio. Prima di cominciare, i partecipanti scriveranno la frase sul loro quaderno e lo consegneranno al partner che hanno davanti. Il partner dovrà scrivere le risposte dell'altro sotto la frase, ma senza guardare il quaderno perchè per tutto l'esercizio ci si deve fissare dritti negli occhi. Al suono del gong ci si scambieranno i quaderni e i ruoli.
Il maestro dice che non è permesso picchiare chi si ha davanti e che si devono tenere le mani ben attaccate al sedile della sedia.
Se qualcuno prova solo a fare l'atto di andarsene, viene ripreso e rimesso a sedere con fermezza e convinto a rimanere. Ah, nessuno è costretto a rimanere, davvero, ma non ho visto neanche nessuno che, dopo aver fatto l'atto di andarsene, sia poi riuscito a farlo davvero.

(Lettore, puoi immaginare come ci si può sentire in quella situazione? Amico psicologo, è lecito sottoporre le persone a questo tipo di violenze psicologiche senza prima, come minimo, avvertirle? Avvocato, cosa può denunciare e a chi la persona che si trova in una situazione come questa? Caro Ministro di Grazia e Giustizia, non le sembra che sia ora di rivedere la legge sul reato di plagio? E sulle violenze psicologiche all'interno di questi gruppi di "consapevolezza"?).

A questo punto, il maestro dice qual'è la domanda che i partecipanti devono scrivere sul quaderno: "MIO PADRE MI HA INSEGNATO CHE LA PAURA E' "
i partecipanti la scrivono sul quaderno e il maestro li invita a chiudere gli occhi, dicendo che dovranno riaprirli al suono del gong e cominciare subito l'esercizio. Quando hanno gli occhi chiusi, dice di visualizzarsi da bambini: "Tornate al tempo in cui eravate bambini e avevate paura... Mio padre mi ha insegnato che la paura è..."
Non si fa quasi in tempo a sentire la fine della frase che arriva il suono del gong seguito dal rumore più assordante che uno abbia mai sentito nella sua vita. Tutti gli assistenti cominciano a percuotere come forsennati gli strumenti che hanno in mano, i partecipanti cominciano ad urlare a quello davanti la domanda con tutto il fiato che hanno in gola (ricordiamoci che il maestro ha detto di "dirla in modo da farsi sentire chiaramente" da chi si ha davanti.
La scena in cui ci si ritrova non è possibile riuscire a descriverla in tutta la sua carica terrifica. Io stesso mi sono dovuto fermare un attimo perchè ho il cuore che batte forte e sono dovuto andare a farmi un giro per la casa prima di tornare a scrivere. Una bolgia dell'inferno dantesco non potrebbe essere altrettanto orrenda.
Le persone cominciano ad urlare, a contorcersi sulle sedie, ad avere delle vere e proprie esplosioni di terrore. Quando gli assistenti vedono che qualcuno è particolarmente agitato, gli si fanno intorno e suonano, se possibile, ancora più forte gli strumenti intorno a quel poveretto, chi grida la domanda cerca di scarabocchiare sul foglio le risposte di quello davanti ma riesce a fare solo segni incoerenti sul foglio, tutti cominciano a sudare e diventare rossi in viso, tutti gridano, chi urla la domanda, chi risponde con parolacce, chi grida "basta basta", chi "vattene vattene", chi no non, chi "Ah Dio, Dio".... in un frastuono che diventa totale. Dopo poco quasi tutti sono in iperventilazione a forza di urlare senza sosta ma l'esercizio continua, continua, continua. Se qualcuno si alza dalla sedia, lo rimettono la suo posto. Nessuno poteva uscire da lì. Eravamo tutti inchiodati alle sedie, proiettati in una scena che sembrava diventata un'allucinazione.
Ricordo che la mia mente, a quel punto, entrava in una sorta di regno ovattato e cominciavo a vedermi urlare come se fossi fuori dal mio corpo. Il frastuono era tale che le orecchie cominciavano a fischiare e avevo l'impressione di vedere la scena dall'alto.
Il cuore batteva all'impazzata e sentivo una pulsazione fortissima allo stomaco.
Dopo un tempo che mi era sembrato eterno, finalmente il suono del gong creava, di nuovo il silenzio. Silenzio si fa per dire perchè, anche se il frastuono degli strumenti e delle urla era cessato, rimanevano i singhiozzi disperati di quasi tutti i partecipanti. Il caldo, in quell'angusto spazio pieno di anime stravolte era soffocante.
Il maestro diceva di scambiarsi i quaderni e subito dopo il suono del gong decretava l'inizio di un nuovo incubo. Alcune persone fissavano chi urlava loro la domanda come se fossero inebetite, alcune cominciavano di nuovo ad urlare come se le stessero squartando, altre si buttavano a terra o contro le mura del tempio (e venivano recuperate e rimesse a sedere) e di nuovo ricominciava l'inferno e la sensazione di non essere io quello che stava là dentro, di nuovo la mente si staccava dal corpo e il corpo sembrava agisse e urlasse da solo, senza che io potessi esercitare alcun controllo su di lui....
Finalmente, il suono del gong tornava e con esso finiva il frastuono. Ma l'incubo era solo cominciato.
Calcolate che fra un suono di gong e un'altro passano circa 10-15 minuti. Per ogni domanda, circa 20-30 minuti.

Quando le persone si erano un po' calmate, il maestro diceva di scrivere la domanda successiva: MIA MADRE MI HA INSEGNATO CHE LA PAURA E'. Bisognava chiudere di nuovo gli occhi e seguire la voce del maestro che diceva: "Ritorno ai tempi in cui ero bambino e avevo paura... Mia madre mi ha insegnato che la paura è..."
Un colpo di gong, e tutto ricominciava, senza sosta.

La terza domanda, sempre seguita da una visualizzazione a tema prima del suono del gong: PER ME LA PAURA E'...

Quarta domanda: QUANDO HO PAURA IO...

Dopo circa 2 ore ininterrotte di questo trattamento, si aveva diritto a circa una ventina di minuti di intervallo per bere o andare ai servizi. Tutti dovevano uscire dal tempio e gli assistenti rimettevano a posto le sedie. Non vi dico in che stato ero io e come stavano gli altri. E io, per fortuna, sono una persona piuttosto equilibrata. Ma, nonostante la mia forza d'animo, posso assicurare che ero molto, molto scosso da quell'esperienza.

Alla fine dell'intervallo, si ritornava dentro al tempio. Il maestro diceva qualche altra cosa sulla paura e sul fatto che così eravamo andati a toccare quello che avevamo rimosso ma che era ancora dentro, evidentemente, se avevamo vissuto quello che avevamo vissuto e che era meglio che fosse fuori, riconoscibile, che non dentro a fare danni senza che lo sapessimo.

"Ora andremo profondamente a toccare la nostra rabbia...." Le sento risuonare ancora nella testa, quelle parole.

Il maestro ci fece riaccomodare sulle sedie. Il partner poteva essere diverso dal precedente. Dopo gli spostamenti di questo e quello, il maestro diceva di scrivere la prossima domanda: PER ME LA RABBIA E'. Il suono del gong arrivava improvviso, questa volta. Non ricordo la visulizzazione. Se pensavo di avere visto tutto, durante l'esercizio precedente, avrei dovuto ricredermi di lì a pochi secondi. Quello che si scatenò con quella domanda non è possibile riprodurlo a parole. La gente urlava, urlava, urlava. Chi si gettava contro l'altro e veniva ripreso e rimesso a sedere a forza e a forza tenuto fermo mentre si divincolava urlando come un ossesso, chi si copriva la testa con le mani rannicchiandosi su se stessa nel terrore più assoluto davanti al partner che urlava "Ti ammazzo, ti in..., puttana, bastardo ecc ecc", Chi si alzava e cercava di fracassare le sedia su chi aveva vicino e veniva preso e trattenuto a forza dagli aiutanti che lo tenevano fermo a terra mentre altri aiutanti si avvicinavano facendo ancora più rumore possibile con gli strumenti per "fargli fare per bene il suo processo". Alcuni, si sbattevano i quaderni in grembo, altri fissavano il vuoto come se fossero improvvisamente inebetiti.....

Lo so che è difficile credere che possano esistere cose come queste e che uno ci si vada a ficcare volontariamente e pagando pure delle cifre piuttosto alte, ma chi ci va per la prima volta non sa, non può neanche lontanamente immaginare a cosa va incontro e, comunque, la maggior parte delle persone esce da lì indottrinata a dovere, pensando di avere avuto "L'onore" di fare chissà quale fondamentale esperienza di consapevolezza mentre invece è stata vittima di pure e semplici violenze psicologiche che hanno come unico scopo quello di manipolare la sua mente a fini meramente economici. Ciò che spinge questi individui ad applicare queste... non saprei come chiamarle... tecniche psicologiche, non è altro che la quantità di soldi che il plagiato gli porta e continuerà a portargli in seguito. Più uno è indottrinato, più tutti i soldi di cui può disporre finiscono nelle tasche del leader che, secondo la vittima "gli ha mostrato la via (o il sentiero sacro)".


La bolgia infernale continuava ancora per ore con le seguenti domande, fatte in quest'ordine:
MIO PADRE MI HA INSEGNATO CHE LA RABBIA E'
MIA MADRE MI HA INSEGNATO CHE LA RABBIA E'
QUANDO SONO ARRABBIATO IO...


Fra una cosa e l'altra, siamo arrivati circa alle 22.30. Si va a mangiare senza quasi il tempo di lavarsi la faccia, poi si torna al tempio per la seduta di indottrinamento.
Il maestro invita a meditare su quale sia il sentimento profondo che emerge quando ci si permette di mostrare la rabbia.

-continua-

Tiresia

(4) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

Secondo giorno di intensivo
Dopo un breve sonno, i partecipanti vengono buttati giù dal letto alle 7. Senza fare colazione, ci si deve trovare nello spazio davanti al tempio per fare ki-training.
Il ki-training dura circa 2 ore e si tratta di una serie di esercizi, prettamente fisici, che dovrebbero aiutare ad acquisire il "potere personale".
Fare il ki-training era assolutamente obbligatorio e chi arrivava in ritardo o non si presentava, veniva ripreso in modo diretto o indiretto dal maestro che sottolineava la sua "mancanza di impegno" o simili facendogli fare una figuraccia davanti al gruppo.
Aolcuni esercizi erano anche piacevoli, ma ce n'erano altri che si rivelavano molto dolorosi, soprattutto per le persone più anziane, come racconterò qui di seguito. Anche chi si rifiutava di fare un esercizio o proseguirlo perchè avvertiva dolore veniva ripreso dal maestro che interpretava quel rifiuto come l'espressione di un "processo" che poteva variare dal "non essere capace di andare a fondo nelle cose" all' "atteggiamento rinunciatario e da perdente di fronte alle difficolltà della vita" a quant'altro gli venisse in mente di relativo (o completamente inventato) alla vita di una persona, e a cose che il maestro sapeva perchè la persona stessa aveva condiviso in precedenza ai seminari o raccontato a lui in forma privata. Ovviamente, tutto ciò che il maestro diceva alle persone veniva detto pubblicamente con un tono di voce che potesse essere ben udito anche dagli altri partecipanti.
I partecipanti si accomodavano per terra su un asciugamano o una copera che dovevano portarsi dietro.

I primi esercizi consistevano in massaggi vari ai piedi, esercizi per sciogliere i muscoli delle gambe e delle braccia, esercizi molto dolorosi in cui le persone dovevano fare ruotare il collo singendo la testa in avanti, in dietro e lateralmente, in cui dovevano spingere la testa all'indietro fino al limite del dolore e oltre (esercizio molto gradito a tutti quelli che soffrivano di cervicale!) e che servivano, veniva detto dal maestro, ad esplorare i propri limiti nella sopportazione del dolore.

Si passava quindi ad una serie di esercizi di equilibrio, tipo la "camminata zen" dove bisognava camminare muovendosi pianissimo e, al suono del gong, bisognava immobilizzarsi nella posizione in cui si era, non importa se con un piede sollevato nell'atto di fare un passo, e il maestro passava di persona in persona esercitando con la mano una pressione sullo sterno per "provare" il livello di centratura nel ki. Chi perdeva l'equilibrio era, ovviamente, non-centrato. Chi rimaneva in equilibrio gongolava per la sua capacità di "rimanere nel ki", il che equivaleva a dire "rimanere nel proprio potere personale".
Mi sembra che prima di cominciare questi esercizi, chiamati "esercizi di centratura", il maestro spiegasse le 4 leggi del ki:
per mantenersi nel proprio ki, che equivale al centro di massa del corpo, situato circa 2 dita sotto l'ombelico, bisogna fare le seguenti cose, o una sola di queste o tutte insieme:
1) portare il peso in basso - sentire le gambe e i piedi pesantissimi, come fossero piombo
2) usare solo i muscoli necessari ad una certa azione, cioè non avere tensioni muscolari che non servono
3) mandare l'energia in una direzione, un punto preciso e mantenerlo costante
4) portare l'attenzione nel proprio ki e mantenerla in quel punto.
Il maestro diceva: "La buona notizia è che se voi riuscite a realizzare uno solo di questi stati, avete automaticamente anche gli altri,; la cattiva è che se voi perdete uno di questi stati, automaticamente perdete anche gli altri.
Dopo questa spiegazione si facevano vari esercizi per provare l'essere nel ki applicando una di queste tecniche, ma non mi dilungherei più di tanto in questo senso. Se però c'è qualcuno interessato a descriverli o a saperne qualcosa di più sarò lieto di approfondire.

Fra gli esercizi di centratura c'era quello che consisteva nel mettersi tutti in fila davanti al muro del tempio e fissare un punto davanti a sè. Una volta che l'attenzione era concentrata su quel punto e che si "sentiva" il flusso dell'energia personale fluire dal proprio ki verso quel punto e indietro dal punto al proprio ki, si doveva cominciare ad indietreggiare lentamente fino alla distanza limite in cui si riusciva a percepire il flusso dell'energia, ossia, prima che lo si sentisse interrompere. Più lontano si riusciva ad andare, più forte era l'energia a disposizione. (...E che bravi, quelli che arrivavano più lontani. Ammirevoli davvero. Un traguardo importante per la vita. Scusate i commenti, a volte non riesco a trattenermi. Sarà che non sono nel mio ki...).
La versione dolorosa di questo esercizio, che più che un esercizio mi sembra una forma di sadismo gratuito del maestro e che anch'io, come tanti, ho acconsentito a subire per "il bene della mia evoluzione" consisteva nel mettersi in ginocchio in posizione di "seizàn" (scusate la mia ignoranza ma non so come si scrive), praticamente in ginocchio con le ginocchia vicine e la schiena ben dritta. Assicuro che già dopo pochi secondi cominciavano a dolere le caviglie, le ginocchia, le gambe. Poco dopo cominciavano a fare male la schiena, le spalle ed il collo.
Mantenendo questa tremenda posizione, si doveva fissare un punto nel muro fino al limite del dolore e, diceva il maestro, si doveva superare quel limite e rimanere così ancora per un tempo indefinito. Ai primi segni di cedimento, il maestro raccontava che, durante il suo soggiorno presso un monastero zen, lui doveva fare quell'esercizio per non so quante ore e doveva mantenere l'immobilità assoluta perchè c'era un monaco che girava con la bacchetta e bacchettava chi si muoveva appena.
Il maestro, invece, non bacchettava nessuno con la bacchetta. Piuttosto andava vicino a chi cominciava a dar segni di cedimento incitandolo a mantenere la posizione, sempre con la solita solfa del "guardarsi i propri limiti, i propri processi, il proprio inesistente potere personale" ecc. Ho visto persone arrivare a piangere e urlare perchè non erano riuscite a mantenere la posizione, e stiamo parlando di signore anche già abbastanza avanti con gli anni, che venivano schernite dal maestro con frasi tipo "fai la vittima anche nella vita", "guarda come usi il dolore" e amenità del genere.
Dopo un tempo che sembrava eterno, il maestro finalmente dichiarava finito l'esercizio e ci si rialzava tutti belli doloranti, ma fiduciosi di avere "esplorato il limite" sotto l'attenta guida del maestro. (Credo che l'amico MenteAposto non esiterebbe a commentare il limite di cosa).
Poi, una volta finiti questi esercizi di centratura, si passava a quelli di respirazione forzata (credo che si chiami così, mi si corregga però se il termine è un altro) mutuati dal Rebirthing. I partecipanti si dovevano sdraiare sui loro asciugamani o coperte, ricordiamolo, appoggiati sul duro asfalto del piazzale antistante il tempio per la gioia delle schiene, e si cominciava un tipo di respirazione che non prevede intervalli fra l'espirazione e l'inspirazione. In breve si finisce in iperventilazione e dopo poco subentra una sgradevolissima reazione fisica che si chiama "tetania". La tetania è una dolorosa contrazione dei muscoli dovuta alla massiccia e improvvisa affluenza di ossigeno. Con la tetania si contraggono dolorosamente i muscoli intorno alla bocca, le dita si irrigidiscono e tendono ad unirsi, così irrigidite, verso l'interno della mano che si contrae piegandosi verso il braccio come se venisse spinta da una forza esterna, si contraggono i muscoli delle gambe e quelli del torace provocando dolori intensi nella zona dello sterno.
Man mano che l'esercizio va avanti, le persone cominciano a contorcersi e piangere e urlare e vomitare succhi gastrici, sempre però stoicamente continuando a respirare in modo forzato. La scena, se qualcuno avesse la ventura di vederla come osservatore esterno, sarebbe degna dei migliori scenari descritti nell' "Inferno" dal nostro sommo poeta.
I dolori vengono interpretati dal maestro come vecchie memori dell'abuso che il corpo non ha mai dimenticato e che affiorano attraverso la "purificazione" dovuta all'immissione massiccia di ossigeno.
Diversi partecipanti, che forse non sono molto al corrente degli effetti squisitamente fisici di questa respirazione forzata, credono veramente di avere mosso l'energia bloccata di eventi traumatici ricordati dal corpo e a questo esercizio spesso seguono memorie di abusi vari che si sarebbero subiti da bambini.
Dopo circa 3 quarti d'ora di respirazione, finalmente l'esercizio finisce lasciando i malcapitati partecipanti devastati sia nel fisico che nell'emozione. Non ci sono momenti di condivisione dell'esperienza vissuta. Il grupppo di condivisione ci sarà più tardi, dopo colazione, all'inizio dei "lavori".

Si passa quindi agli esercizi fatti con le catane di legno.
I partecipanti vengono invitati a sceglierisi un compagno con cui lavorare e (molti col volto ancora rigato di lacrime) vanno a prendere una catana da una delle 2 ceste poste vicino alla porta del tempio.
Il maestro spiega che la catana è il prolungamento della propria energia e quell'esercizio serve a mettere alla prova la propria capacità di "tagliare" con persone o situazioni "perverse".
Ci si mette uno di fronte all'altro. Si prende la misura della distanza tenendo la catana in posizione orizzontale, ben dritta davanti a sè, con la punta che sfiora quasi il naso dell'altro. Questo è un esercizio piuttosto terrificante per molte persone perchè il rischio di dare o prendere una catanata in faccia o in testa è veramente alto, e a volte succede.
Il maestro sottolinea che la buona riuscita dell'esercizio è legata alla capacità di "fidarsi" dell'altro e inserisce, all'interno di questo esercizio, un altro esercizio (a meno che non lo abbia già fatto fare prima di passare all'esercizio delle catane). Questo esercizio lo chiamerò "esercizio della fiducia" e lo descriverò alla fine di quello con le catane, per non creare troppa confusione.
Il maestro mostra rapidamente una serie di movimenti che si devono fare maneggiando la catana per fare in modo che essa arrivi a tutta velocità proprio davanti al naso di quello che si ha davanti, preceduta da un urlo che dovrebbe, insieme al movimento, fare "uscire l'energia" in direzione della punta del naso dell'altro. Chi deve "accogliere" la catanata, se ne deve stare immobile con gli occhi rigorosamente aperti (perchè l'esercizio si fa guardandosi dritti negli occhi).
Come durante la maggior parte degli esercizi che si fanno durante l'intensivo, anche qui si assiste a "processi" vari: di paura, per chi deve accogliere la catanata, sempre di paura, per chi deve darla e ha un residuo di buon senso ancora nella testa, ma tutti questi devono venire superati perchè corrispondono ai vari atteggiamenti che si hanno anche nella vita: "processo del non sapere accogliere l'energia dell'altro", "processo del non sapere donare la propria energia all'altro", "processo del non saper tagliare con persone o situazioni" ecc. ecc. Chiaramente, che processo sia e di chi, lo sa il maestro ed è lui che lo va dicendo a questo e quello.
Infine, tutti devono aver catanato e accolto la catanata dall'altro per almeno 3 volte.

Quello che ho chiamato "esercizio della fiducia" consiste nel mettersi uno davanti all'altro ad una certa distanza. Di solito, l'esercizio viene fatto fare a quelli che hanno una relazione di coppia, ma il maestro può anche scegliere qualcuno che rappresenti il padre o la madre dell'altro, secondo la sua superiore visione dei processi che si potrebbero "muovere" nelle persone.
Quando le 2 persone hanno preso posizione, il maestro ne fa voltare una in modo che dia le spalle all'altra. A quel punto dice a chi ha il partner alle spalle di allargare le braccia lateralmente, fino all'altezza delle spalle. Quando lo ha fatto, deve lasciarsi cadere all'indietro, ovviamente senza guardare, mantenendo le braccia allargate in modo che quello dietro lo prenda sotto le ascelle prima che tocchi terra.
Non so se vi potete immaginare cosa può provocare questo esercizio a livello emotivo, sia in chi lo fa che in chi lo guarda. Paura di battere la testa (cosa che succede, a volte), paura di non essere in grado di prendere l'altro (cosa che capita, e anche peggio, perchè ho visto far fare l'esercizio a persone molto impari da un punto di vista fisico: lui grande e grosso e lei minuta ed esile... il risultato era che lui cascava addosso a lei, che ovviamente non era in grado di sostenerlo e si facevano entrambi male). Ma se ci si rifiutava di fare l'esercizio, il maestro cominciava a dire peste e corna sul processo di chi non voleva farlo, mancanza di fiducia, inettitudine, fallimenti vari e alla fine tutti capitolavano davanti a questi "svergognamenti" pubblici. Ah, chiaramente, nessuno "veniva obbligato" verbalmente. Ma le pressioni psicologiche del maestro e del gruppo, credete fossero rose e fiori? Provare per credere!
Alcune volte questo orrendo esercizio veniva spinto all'estremo dal maestro che, dal rapporto di fiducia nei confronti dell'altro, passava a far esplorare ai partecipanti il loro rapporto di fiducia con Dio e li invitava a fare l'esercizio con nessuno dietro, ben sapendo che dietro non c'era nessuno, ripeto.
Se c'era la fiducia in Dio, non ci si doveva preoccupare di niente perchè non ci si sarebbe potuti fare male. Altrimenti, si prendeva una craniata sul selciato che rischiava il trauma cranico. E ho visto tanti farlo. E prendersi una craniata senza lamentarsi perchè avevano "capito" a che punto erano col loro rapporto con Dio....
Dove lo inseriamo, questo esercizio? Nelle terapie folli o nella sezione "sadismo" ? Mi piacerebbe avere la risposta di qualche maestro.

Dopo questa serie di ameni esercizi, si andava tutti a fare allegramente colazione. Un'oretta e la "vera" giornata di lavoro sarebbe cominciata....

- continua -


Tiresia

(3) Di cosa succede all’ Intensivo, altrimenti chiamato seminario residenziale “The Spirit of the Earth”

prima di accedere al tempio si fanno alcuni esercizi. I partecipanti si raccolgono nello spazio, piuttosto ampio, davanti al tempio. Si mettono in cerchio e si prendono per mano. Non c'è bisogno che il maestro dia istruzioni perchè i nuovi capiscono quello che bisogna fare guardando i vecchi che già lo sanno.
Ormai è buio e l'illuminazione del luogo è fornita da alcune torce, distanziate una dall'altra, poste intorno al perimetro. La luce non è intensa e permette di vedere chiaramente solo i volti dei partecipanti che si trovano nelle immediate vicinanze.
Quando tutti i partecipanti sono in cerchio, il maestro dice di chiudere gli occhi e tenerli chiusi finchè si sentirà il tocco di una mano sulla spalla.
Segue un breve momento di raccoglimento in cui sale la tensione. Si provi per un attimo ad immaginare come ci si possa sentire stando in piedi, ad occhi chiusi, in un cerchio di persone pressocchè sconosciute (dalle 70 alle 100 o più), nella semioscurità, senza sapere a cosa si va incontro. Non è certo cosa che possa lasciare indifferente un animo suggestionabile (o anche non troppo suggestionabile).
Quando il maestro ritiene che sia trascorso abbastanza tempo, lascia la mano di chi è alla sua sinistra e si mette davanti alla persona alla sua destra, sempre tenendogli la mano. La persona alla sua destra è solitamente la moglie o un suo maestro fidato. Con la mano sinistra, il maestro tocca la spalla della persona che ha davanti e la guarda dritta negli occhi per qualche tempo, circa una trentina di secondi, ma può durare anche di più, all'occorrenza. Alla fine, prima di passare alla persona successiva, emette un suono tipo "Au" (che dovrebbe corrispondere ad "augh" degli indiani d'America e che nel gruppo è usato per esprimere approvazione), oppure qualche frasetta ad effetto (soprattutto se la persona che ha davanti è visibilmente preda dell'emozione) tipo "Bentornato a casa" o simili, oppure dice "grazie" oppure non dice proprio niente, secondo come gli gira.
Quindi passa a toccare la spalla alla persona seguente e si mette a fissare negli occhi pure quella. Intanto, chi ha già aperto gli occhi aspetta un attimo che il maestro finisca di fissare la terza persona e poi, quando il maestro passa alla quarta, la seconda persona si colloca a sua volta davanti alla terza e prende a fissarla a sua volta. Tutti si tengono sempre per mano, così ogni persona che si sente toccare la spalla e apre gli occhi, dopo aver fissato il maestro, si trova a dover fissare tutti quelli che lo seguono e che hanno aperto gli occhi prima di lei. Questo esercizio finisce quando la persona che stava alla sinistra del maestro fissa gli occhi del suo vicino di sinistra. (spero di essere riuscito a spiegarmi).
Quindi, alla fine dell'esercizio, tutti hanno guardato negli occhi tutti gli altri componenti del cerchio. Questo esercizio potrebbe sembrare abbastanza soft, ma assicuro che durante il suo svolgimento, ho visto gente singhiozzare e abbandonarsi a vari sfoghi emotivi per la grande tensione accumulata (o, chissà, per qualche "processo" che emergeva).
Finito l'esercizio, il cerchio si ricompone e comincia quello successivo.
Le persone vengono di nuovo invitate dal maestro a chiudere gli occhi e seguono una breve visualizzazione guidata durante la quale il maestro invita a "tornare indietro al tempo in cui non avevo ancora incontrato reiki/arkeon. Torno al momento del mio primo seminario. Torno al momento in cui ho deciso di essere qui (leggi: mi sono iscritto all'intensivo). E guardo profondamente dentro di me qual'è la mia paura. E incontro i tuoi occhi e posso condividere con te la mia paura."
Al suono del tamburo (suonato dal maestro o da qualche suo volonteroso maestro-aiutante), i partecipanti lasciano andare le mani dei vicini e si mettono a camminare, sempre ad occhi chiusi, finchè il tamburo cessa. A quel punto, aprono gli occhi e si mettono davanti alla persona che hanno vicino. Guardandola dritta negli occhi dicono: "Io sono Pinco Pallino, la mia paura nell'essere qui è ..." L'altro accoglie, dice "Grazie" ed è il suo turno di condividere la sua paura. I tamburi riprendono a suonare e il maestro dice "Vado più profondamente nella mia paura e la condivido..."
Mi sembra che per il resto dell'esercizio i partecipanti non debbano più chiudere gli occhi e continuino a vagare fino al cessare del tamburo, ma se ricordo male questo particolare, prego di farmelo notare.
Dopo aver condiviso la paura, si passa a condividere l'intenzione e/o il motivo per cui si è lì: "Io sono... la mia intenzione è..." e si procede come spiegato prima.
Alla fine ci si mette tutti in fila davanti alla porta del tempio che viene, finalmente, aperta.
Il tempio è stato accuratamente preparato dal maestro e dai suoi maestri-aiutanti (preciso che chi aiuta il maestro agli intensivi sono i maestri da lui iniziati che per comodità chiamerò "aiutanti" d'ora in avanti). La sedie sono in cerchio e all'interno del cerchio fa bella mostra di sè un grosso cero acceso, che simboleggia l'unione fra spirito (fiamma) e forma (corpo), il pezzo per parlare, ossia una sfera di pietra, e qualche altro oggetto che non mi viene in mente con precisione (forse un piccolo braciere dove vengono bruciate le erbe e una grossa piuma che serve per attizzare il carboncino su cui bruciano).
Le persone si accomodano e comincia il giro di presentazione in cui si dice il proprio nome. A volte, preso da creatività, il maestro fa "cantare" il proprio nome per permettere di esprimere, cantandolo, il proprio stato d'animo (almeno, credo che il motivo fosse questo, ma bisognerebbe chiederlo a lui personalmente il motivo di questa estrosa trovata).
Dopo le presentazioni, due parole del maestro su temi vari e poi si stabilisce chi dovrà fare l'uomo/donna sveglia, ovvero colui/colei che la mattina deve andare a bussare alla porta di tutte le camere per accertarsi che tutti saltino giù dai letti e si presentino puntuali al ki-training del mattino.
Si stabilisce poi l'addetto alle lamentele, cioè chi raccoglie eventuali reclami o segnalazioni di problemi relativi alla sistemazione nelle camere (mancanza di carta igienica, guasti allo scaldabagno ecc.) e si attiva con l'agriturismo per risolverli.
Per chiudere il cerchio, tutti si prendono nuovamente per mano e il maestro dice "Buonanotte", oppure fa dire una parola a ciascuno per esprimere il suo stato d'animo. Queste parole non sono solitamente molto varie (sembra che il vocabolario degli arkeoniani si un po' ristretto). Le più gettonate sono: fede - bene - dio - movimento - gioia - paura - fiore - sonno - mal di testa - amore - padre e poco altro.
Dopo il giro di parole, ad un cenno del maestro le mani si lasciano e tutti vanno a dormire, anche perchè solitamente è notte inoltrata (circa le 2) e la mattina la sveglia è alle 7.

- continua-
Tiresia

domenica 10 gennaio 2010

Lavoro delle sedie all'intensivo - residenziale

In questa seconda fase, le persone vengono fatte sedere una di fronte all’altra sulle sedie collocate nel tempio che c’è all’interno dell’ agriturismo “Spagnulo” che si trova ad Ostuni. I partecipanti vengono invitati a sedere sulla sedia che preferiscono e, in silenzio, aspettano che tutti si siano accomodati. Il maestro a volte cambia la collocazione di alcune persone mettendole di fronte alla persona che, secondo lui, ha la capacità di facilitare meglio l’emergere di queste emozioni. Alle persone sono stati precedentemente forniti un quaderno e una penna dove devono annotare le risposte che vengono date da chi hanno davanti. A questo punto, il maestro comunica la domanda che, a turno, le persone devono urlare a chi hanno davanti e, al suono del gong, il lavoro comincia. Quando il gong viene percosso, i maestri che partecipano a quell’intensivo (i maestri che partecipano sono sempre abbastanza numerosi e non si siedono sulle sedie, a meno che non chiedano espressamente di farlo o non vengano espressamente invitati dal grande maestro a farlo) cominciano a percuotere con tutta la loro forza degli strumenti che sono stati loro forniti in precedenza: tamburi, maracas, nacchere, tamburelli, bastoncini da battere uno contro l’altro, triangolo ecc. creando un rumore fortissimo. Le persone, per farsi sentire da quello che hanno davanti, devono urlare a squarciagola la domanda indicata dal grande maestro e non ci si può immaginare le scene a cui si assiste durante questo lavoro. Gente che piange, urla, si agita, butta le sedie a destra e a sinistra, si contorce…. Credo che nessuno di quelli che fanno questo lavoro per la prima volta si sia mai trovato davanti ad una situazione di questo genere. Il frastuono che c’è nella stanza, unito ad una sorta di follia generale di quelli che stanno intorno, alle urla, ai pianti e alle sedie che volano, sicuramente contribuisce a far crollare, in molti, l’autocontrollo e ad abbandonarsi anch’essi a urla e pianti.Quando il maestro percuote il gong, la domanda indicata deve essere ripetuta/urlata all’altro senza sosta e per ogni domanda si va avanti circa 15 minuti nel frastuono totale. Le domande che il maestro, di volta in volta, dice di porre all’altro sono, per quanto riguarda il lavoro sulla paura e più o meno in quest’ordine: “Mia madre mi ha insegnato che la paura è..”“Mio padre mi ha insegnato che la paura è…”“Quando ho paura io…”Per quanto riguarda il lavoro sulla rabbia le domande sono:“Per me la rabbia è…”“Mia madre mi ha insegnato che la rabbia è….”“Mio padre mi ha insegnato che la rabbia è…”“Quando sono arrabbiato io….”“Quando mostro la mia rabbia il sentimento profondo che provo è….”Dopo questo lavoro sulla rabbia e sulla paura, si passa al lavoro sulle emozioni profonde che si celano nelle relazioni con le altre persone, maschi e femmine. Prima di passare al “lavoro delle sedie”, questa parte viene preceduta dal lavoro chiamato “no limits”, che dovrebbe servire a focalizzare meglio le persone sulle problematiche di relazione.Dato che, viene detto dal maestro, il modo in cui noi ci relazioniamo con gli altri esseri umani è condizionato dal modo di relazionarsi con gli altri dei nostri genitori, le domande che vengono poste, sempre nelle stesse condizioni, sono:“Mia madre mi ha insegnato che una donna è….”“Mio padre mi ha insegnato che una donna è….”“Per me una donna è…..”“Mio padre mi ha insegnato che un uomo è….”“Mia madre mi ha insegnato che un uomo è…”“Per me un uomo è….”“Come donna/uomo quello che ho creato nelle mie relazioni con gli uomini/con le donne è….”

Tiresia


-continua-

Padre e Madre – teorie iniziali

Quando io ho cominciato a frequentare i seminari, il lavoro si concentrava molto sulle figure genitoriali e sulle emozioni represse (principalmente rabbia, ma anche paura e dolore emotivo) che si provavano nei confronti di queste due figure. Attraverso l’utilizzazione di varie tecniche, che sarebbe opportuno descrivere in modo più dettagliato in una sezione a parte, le persone venivano portate in uno stato di grande eccitabilità emotiva e a quel punto (solitamente il secondo giorno del seminario di primo livello) venivano formati dei cerchi composti solitamente da 20 a 60 o più partecipanti, in cui le persone, che dovevano tenere gli occhi chiusi durante l’esercizio, venivano invitate dalle parole del maestro a ritornare ai tempi della loro infanzia ed immaginarsi piccoli, fra i 3 e i 6 anni circa, davanti ai propri genitori. A quel punto il maestro chiedeva di “guardare” chi c’era vicino a loro e come si sentivano davanti a quella persona. Chi vedeva il padre, chi la madre, chi nessuno e, secondo la predisposizione e la storia personale di ognuno, le persone si mettevano a piangere di dolore o urlare di rabbia di fronte a quei genitori che avevano sentiti lontani, da cui si erano sentiti non protetti ecc ecc, secondo la direzione verso cui la voce e le direttive del maestro li portava. Era senz’altro uno spettacolo impressionante, sia per le persone che vivevano quell’esperienza per la prima volta che per quelle che ripetevano i seminari, vedere tutte quelle persone urlare con rabbia, rosse in viso, invettive contro i propri genitori o piangere disperate con singhiozzi irrefrenabili invocandoli spaventati, e questo spettacolo facilitava senz’altro l’espressione emotiva dei singoli partecipanti. Io sono convinto che non esistano genitori perfetti, come non esistono figli perfetti, e che ognuno di noi abbia vissuto nell’infanzia episodi frustranti o dolorosi nella relazione con i propri genitori. Sicuramente, trovarsi in una situazione come quella che ho descritto, e che come me hanno visto e vissuto in tanti durante i seminari, dà alle persone lo stimolo per esprimere emozioni che di solito si tende a reprimere nella vita quotidiana, ma che non sono necessariamente riconducibili al comportamento “cattivo” dei propri genitori durante l’infanzia. Però il livello di eccitabilità e credulità emotiva dei partecipanti diventa talmente alto, in una situazione del genere, che è molto facile pilotare le loro convinzioni circa l’origine delle forti emozioni che sentono emergere guardando quel tipo di spettacolo (credo che esistano anche diversi studi in campo psicologico su questo argomento e mi piacerebbe conoscere qualche titolo). Questi “sblocchi” emotivi venivano spesso e volentieri pilotati e indirizzati dal maestro verso la rabbia o il dolore emotivo (secondo quello che lui intuiva fosse più appropriato per la persona e sottolineo la parola “intuiva” perché non ha mai fornito spiegazioni riguardo ai criteri che lo portavano a propendere per un’emozione o per l’altra, se non un vago “collegamento e sintonia con lo spirito” che guidava le sue parole o azioni) attraverso varie tecniche. Per esempio, quando c’era una persona che presentava uno stato emotivo piuttosto eccitato, il maestro le diceva di chiudere gli occhi (a volte, prima le chiedeva se voleva andare a fondo nell’emozione che stava vivendo, a volte no) e metteva davanti a lei un’altra persona, maschio o femmina secondo i casi, e diceva alla persona con gli occhi chiusi “Hai davanti a te tua madre/tuo padre”. A queste parole, varie erano le reazioni di chi aveva gli occhi chiusi: a volte si metteva a singhiozzare più convulsamente, a volte urlava “No…NO…” a volte si immobilizzava ecc. A quel punto, il maestro cominciava a parlare nell’orecchio della persona che aveva messo davanti a quella con gli occhi chiusi e le suggeriva di fare o dire cose. A volte capitava che le dicesse di abbracciare forte e senza mollare la presa la persona con gli occhi chiusi sussurrandole all’orecchio le frasi che lui riteneva fossero più adatte a farla “andare profondamente nel suo processo”. Queste frasi erano abbastanza semplici e stereotipate: “Ti ho sempre voluto bene”, “Non ti ho mai amato”, “Scusami per esserti stata/o lontana/o”, “Ho sempre preferito Tizio o Caio a te”, “Scusami per non averti protetto”, per citare quelle che mi vengono in mente adesso.A volte il maestro evitava che vi fosse un contatto fisico fra le due persone e suggeriva a quella con gli occhi aperti quello che doveva dire o urlare a chi aveva davanti con gli occhi chiusi.Come si può facilmente intuire, si assisteva a scene molto forti, dal punto di vista emotivo. Le persone con gli occhi chiusi, la maggior parte delle volte urlavano e piangevano e sputavano, ma in alcuni casi si mettevano anche a tirare calci e pugni a chi avevano davanti ed era ammirevole vedere come quasi tutti i poveretti che ricoprivano il ruolo di genitore destinatario di quelle manifestazioni di rabbia fisica sopportavano stoicamente le percosse “per il bene dell’altro”.Certo, se la violenza fisica minacciava di diventare troppo incontrollabile, un gruppetto di volontari immobilizzavano la persona in preda a quel “processo di rabbia” e le permettevano solo di urlare finchè non si calmava. Spesso, durante questi exploit emotivi, ho visto il maestro premere la mano sulla bocca dello stomaco della persona con gli occhi chiusi per “aiutarla” ad andare più a fondo nell’emozione. Aggiungo, per chi non lo sapesse o non ne avesse avuto personalmente esperienza, che in quei momenti di grande eccitazione emotiva, la bocca dello stomaco si sente pulsare fortissimo e se qualcuno vi esercita sopra una pressione, come minimo viene da urlare. Lo so per certo perché anche a me è capitato di trovarmi in quella situazione, durante seminari o intensivi cui ho partecipato.Quando, dopo ore, le emozioni dei partecipanti si erano un po’ placate ed eravamo tutti più o meno stravolti dalla stanchezza e spossati da quell’esperienza emotiva intensissima, il maestro cominciava il lungo discorso di spiegazione di quanto era avvenuto, in cui esponeva la sua teoria (chiaramente non presentata come sua teoria ma come dato di fatto) circa le cause che avevano portato le persone a provare e reprimere, nel corso della loro vita, emozioni così intense:Alla nascita, il bambino è naturalmente giusto e retto, ma deve presto cominciare a confrontarsi con un mondo che tanto giusto e retto non è. Proprio dai genitori arrivano le prime delusioni in quanto è in famiglia che la maggior parte delle persone entra per la prima volta a contatto con:1) forme di comunicazione non sane: i cosiddetti “doppi messaggi” che hanno come scopo il creare confusione in chi ne è il destinatario e in questo modo renderlo facilmente manipolabile per piegarlo ai propri scopi. Durante i primi anni in cui ho frequentato questo gruppo, i primi esseri a propinare all’innocente creatura questi doppi messaggi erano entrambi i genitori; successivamente, è diventata prerogativa della madre. Verso la fine del 2000, infatti, l’uomo, nel suo ruolo di padre, cominciava a venir presentato come una specie di santo mentre la donna, e in particolare la donna nel suo ruolo di madre, veniva presentata come la summa di tutte le umane perversioni e causa prima del dolore e del fallimento della vita dei figli nonché dei mariti.Un esempio di doppio messaggio è il cominciare un discorso lodando una persona per qualcosa, continuando poi con una critica alla stessa (tipo: tu sei molto intelligente ma fai delle cose da stupido, oppure: ti voglio tanto bene ma non ti sopporto perché…..).2) forme di menzogna, inganni e sotterfugi che minano la fiducia del bambino nel genitore quando le scopre. (Non bisogna mai mentire ai figli, e su questo sono d’accordo! Ma credo che sia necessario raccontare loro la verità in modo equilibrato – mio commento).3) creazione del senso di colpa nel bambino attraverso varie tecniche, che ha come scopo quello di legare a sé i figli impedendo loro di essere liberi. In genere prerogativa della madre, anche se non si escludeva un uso del senso di colpa da parte del padre. Le frasi che venivano indicate come le più frequenti a far sorgere sensi di colpa nei figli erano: “Con tutto quello che ho fatto per te…” “Non vedi come soffre la tua povera mamma/zia/nonna ecc.” “Quando sarò morta allora vedrai/capirai…”, “Se continui così mi farai ammalare” “Se fai così fai piangere la tua povera mamma” ecc. ecc. 4) eredità del dolore della madre: (questo soprattutto per le figlie) la madre che lega a sé i figli attraverso una forma di vittimismo continuo e fornisce loro l’immagine costante di una donna che soffre, il più delle volte a causa del marito/padre del bambino, e in questo modo trasmette una visione distorta della vita e della relazione di coppia che è fatta di dolore e sacrificio. Questa “eredità di dolore” viene trasmessa di madre in figlia, di generazione in generazione. Se una donna non riesce ad essere felice, e non riesce a portarne a coscienza il motivo, sa dove andare a trovare l’origine di questa infelicità e chi ringraziare per questo.Nei comportamenti dei genitori venivano quindi rintracciate le cause dell’impossibilità delle persone ad essere libere e felici. Per riuscire a raggiungere libertà e felicità bisognava riconoscere queste emozioni represse “attraversandole consapevolmente”, (vale a dire ri-vivendole) e sbarazzarsi delle “eredità perverse” trasmesse in vario modo dai genitori e dalle famiglie di origine in genere. Questo si poteva fare in parte durante i seminari, ma vi era ed è un “lavoro” molto più profondo sulle emozioni che si può fare negli intensivi o, come si chiamano ora, seminari residenziali o walking the path o come diavolo sono stati rinominati (anche qui, cambia il nome ma non la sostanza).Non bisogna dimenticare, però, che in quegli anni molto spazio ed importanza veniva dato al Reiki, una forma di “energia intelligente” di origine divina che attraverso le iniziazioni praticate nei seminari dal maestro cominciava a fluire liberamente dalle mani degli iniziati. Questa energia non solo, veniva affermato, può guarire il corpo fisico ma, proprio passando attraverso il corpo fisico durante i trattamenti, ha la capacità di guarire il corpo emotivo facendo emergere le emozioni represse che hanno causato la malattia. Le emozioni represse venivano indicate, allora, come la causa di tutti i mali fisici e psichici. La loro azione, veniva spiegato nei seminari, non si limita alla realtà corporea della persona ma può trasferirsi agli eventi che capitano nella vita. Un’emozione repressa che non trova sfogo nel corpo trasformandosi in malattia, può dare luogo ad eventi incontrollabili che si ripetono nella vita con una certa frequenza (può essere il caso di chi viene di frequente derubato del portafoglio, o che viene spesso tamponato in macchina ecc), oppure attira verso la persona tutta una serie di individui e situazioni che hanno lo scopo di portarla a rendersi conto che sta reprimendo quell’emozione. Per fare un esempio, se uno aveva della rabbia repressa nei confronti di una figura maschile o “aveva un processo” con l’autorità, vi erano buone probabilità che avesse mal di fegato (il fegato è uno degli organi più disponibili ad accogliere la somatizzazione della rabbia, oltre al fatto che si trova nella parte destra del corpo che è legata al maschile/autorità) oppure poteva esser vittima di incidenti d’auto che andavano a danneggiare la parte destra della macchina, oppure poteva continuare ad attirare gente arrabbiata che interagiva con lui in modo antipatico, tale da far scattare la sua rabbia ecc.Non voglio qui entrare nel merito dell’inconscio e della sua capacità di creare situazioni o malattie perché non è l’argomento del mio intervento. Certo è che le cose venivano presentate in un modo tale per cui uno credeva davvero che, sbloccando le emozioni represse sarebbe riuscito ad avere una forma di controllo sulla sua vita e sugli eventi. Si arrivava a credere che le malattie potessero venire debellate attraverso i trattamenti di reiki (anche se non ho mai sentito dire esplicitamente che una persona non dovesse curarsi attraverso la medicina ufficiale o abbandonare le cure che stava facendo; ho sentito invece dire molte volte che si poteva fare un trattamento di reiki alle medicine e questo avrebbe avuto un’azione sugli effetti collaterali: non ce ne sarebbero stati se la medicina era quella giusta, si sarebbero amplificati se la medicina non fosse stata adatta a quella persona) e il lavoro sulle emozioni e si arrivava anche a credere che, con i trattamenti di secondo livello, si potessero influenzare gli eventi: il trattamento fatto ad una situazione per mezzo dei simboli che venivano “impressi” sulle mani degli studenti durante l’iniziazione di secondo livello, aiutava a far emergere, a livello emotivo o fisico o attraverso altri eventi collegati alla situazione che si stava trattando, le vere motivazioni psicologiche che spingevano o legavano una persona alla situazione “trattata”.Per fare un esempio, se si era stati lasciati dalla fidanzata/o e si voleva tornare insieme, si poteva fare il trattamento alla relazione con lei/lui e questo avrebbe fatto emergere in modo chiaro i motivi che avevano fatto sì che la relazione non funzionasse, motivi che potevano venire risolti, se questo era “giusto” o amplificati se non lo era (il reiki, veniva affermato, è un’energia “intelligente” che porta le cose a svilupparsi verso una direzione o l’altra seguendo le direttive dell’intelligenza divina, quindi, qualsiasi risultato sortisca il trattamento, esso è sempre valido, anche se non se ne capisce la ragione). Ci si poteva quindi rimettere insieme o si poteva venire addirittura trattati in malo modo dall’ex, se questo è quello che “doveva succedere” per farci capire qualcosa.Si può ben notare come, partendo da questi presupposti, il maestro può dare sempre e comunque un’interpretazione strumentale della realtà interpretando gli eventi a suo uso e consumo, in quanto viene sempre sottolineato che i risultati del trattamento si sviluppano secondo il volere di una non meglio precisata “intelligenza divina” che, nella sua manifestazione, è ben lungi dal seguire una logica “umana”. Ecco così che, avendo il maestro sempre pronta una bella interpretazione di quello che succede alle persone, egli diventa interprete indiscusso del “volere divino”, almeno per tutte quelle persone che hanno bisogno di trovare risposte e spiegazioni facili davanti agli eventi della vita e ai loro moti interiori.Spesso ci si trovava anche proiettati in un mondo magico dove fare i trattamenti di reiki alle cose aveva i poteri più svariati: si andava dal ricaricare le pile, al trovare parcheggio, al liberare un oggetto regalato dalla vecchia zia perversa e manipolatrice dalla sua infausta influenza e chi più ne ha più ne metta. Si potrebbe aprire un’intera sezione del sito del Cesap solo per raccogliere tutte le astrusità che sono state propinate dal maestro e dai suoi maestri sugli effetti dei trattamenti di secondo livello in quegli anni. E più il maestro ne raccontava e più gli studenti ne aggiungevano creativamente. Certo è che più si è portati in uno stato di eccitazione emotiva, più si è disposti a credere alle peggio fregnacce. E se riesco a credere che tracciando il primo simbolo di reiki troverò sicuramente un parcheggio in centro, posso anche credere che i miei genitori e la loro perversione sono la causa prima della mia infelicità e del fallimento della mia vita. Ricorda niente la parola “capro espiatorio”?Nei seminari, in quegli anni, veniva dedicato ampio spazio ai trattamenti e alla spiegazione di come e dove le emozioni represse potevano andare a creare danni, sia a livello fisico che negli eventi della propria vita. E venivamo tutti vivamente consigliati di farci trattamenti su trattamenti perché “ogni volta che si completa un ciclo di trattamenti (4) si fa automaticamente un salto di qualità a livello di consapevolezza: le emozioni represse emergono alla coscienza, devono venire riconosciute e la situazione originaria che le ha create e fatte reprimere può venire risolta, così non andranno a creare più disagi nel corpo fisico o nella vita.Per quanto riguarda il lavoro sulla comunicazione, veniva introdotto durante il seminario di secondo livello e utilizzato negli intensivi.Si lavorava sulla comunicazione per avere relazioni chiare e oneste con gli altri e, a questo fine, si lavorava per comprendere le proprie “risposte automatiche” agli stimoli che venivano dall’esterno. Durante i seminari di secondo livello venivano spiegate le 4 forme base della comunicazione: risentimento – se si esprimeva rabbia pura perché non si era stati ancora in grado di elaborarla e di capire cosa, effettivamente, l’aveva scatenata (in questa fase, a stimolo corrisponde risposta automatica)giudizio – se si sentiva ancora rabbia ma si era riusciti ad individuare che cosa, nell’altro sembrava non andasse o infastidiva (in questa fase c’è sempre una risposta automatica ma anche la coscienza, da parte di chi esprime il giudizio, che quello che sta dicendo può essere in certo modo una sua proiezione sull’altro. Non sempre, però. Il giudizio veniva anche usato per dare all’altro dei feedback che lo aiutassero a vedere e portare a coscienza una parte di sé.)condivisione – se si riconosceva che quello che si muoveva a livello emotivo era qualcosa che ci apparteneva e che l’altro, con il suo comportamento o atteggiamento che ci ricordava il nostro, ci aveva permesso di riconoscere (riconoscimento della propria proiezione sull’altro)apprezzamento – se c’era una qualità o capacità che si riconosceva nell’altro, a volte si poteva anche condividere che la si sarebbe voluta acquisire.Durante i seminari di secondo livello la comunicazione doveva avvenire attraverso queste forme. Se qualcuno aveva qualcosa da dire al gruppo si doveva inginocchiare davanti a tutti, all’interno del cerchio, prendere in mano una sfera di pietra e cominciare dicendo il suo nome e “voglio condividere che…”. Se qualcuno aveva qualcosa da dire ad un’altra persona doveva inginocchiarsi davanti a questa, che a sua volta si doveva inginocchiare, e cominciare con (secondo i casi) “io risento/il mio giudizio è/ti voglio condividere che/io apprezzo di te…”In linea di massima, negli anni Novanta, il lavoro consisteva principalmente nel liberarsi, attraverso lo “sblocco emotivo” delle due emozioni maggiormente represse nell’infanzia: rabbia e paura. Questo veniva fatto in modo molto violento durante GLI INTENSIVI. Durante i 5 o 6 giorni dell’intensivo, ben 3 giorni venivano dedicati ad esercizi volti a portare lo studente davanti a queste due emozioni represse. Varie tecniche psicologiche venivano (e probabilmente vengono ancora) utilizzate dal maestro di questo gruppo per creare nelle persone il “clima psicologico” adatto allo sblocco di queste emozioni. Si comincia col cercare un oggetto che possa rappresentare la propria paura e la propria rabbia e si fanno dei piccoli gruppi, chiamiamoli di “auto-coscienza” in cui, solitamente sotto la guida di uno dei maestri che partecipano a quell’intensivo o di persona di fiducia del grande maestro (che nomina personalmente i conduttori di questi gruppi – e che grande riconoscimento è questo… non ve lo potete immaginare finchè non lo provate!) a turno si dà la propria interpretazione del perché quegli oggetti rappresentino per la persona in questione rabbia e paura. Il lavoro fatto all’interno di questi gruppi comincia a focalizzare le persone su queste due emozioni e prepara il terreno ad un altro lavoro, molto violento a mio parere sia dal punto di vista emotivo che psicologico, che viene svolto nella fase successiva.
Tiresia

- continua -

sabato 25 luglio 2009

Senza Arkeon

Cara Emanuela, leggere il tuo scritto è stato come mettere un pò di sale su di una ferita ancora aperta.Mi sono ricordata delle crisi di panico che mi hanno accompagnata nei primi mesi "senza arkeon", panico privo di qualunque riferimento alla realtà e quindi ancora più difficile da comprendere ed affrontare.A quella sensazione di costante instabilità si accompagnava anche un senso di profonda solitudine e di estraneità dal mondo. Rendersi conto che fuori dal cerchio avevo lasciato solo macerie è stato molto doloroso e riparare i danni fatti stà prendendo tempo.In cambio però mi sono riappropriata della sensazione che il mondo è un posto sicuro e piacevole da frequentare.
Anche io ho dovuto fare i conti con la mia memoria amputata e ho pensato con rimpianto a tutti i diari e tutte le foto bruciate durante gli anni come se mi fossi accanita per tanto tempo a cancellare le tracce per poi ritrovarmi a fare una gran fatica a ritrovare il filo dei miei ricordi..La mancanza di memoria, mi sono poi resa conto dopo, è stata funzionale al mio accettare in modo acritico tutte le interpretazioni che mi venivano propinate azzerando il mio senso critico.
Sentire il mio senso critico tornare a nuova vita in questi mesi è stato una delle sensazioni più belle degli ultimi anni e mi ha portato come"effetto collaterale" una lucidità ed una fiducia in me stessa che pensavo di non provare più.
Mi sto godendo il mondo come mai prima d'ora e mi sento libera, senza più paura o timori se non quelli portati dal vivere in modo autentico e senza condizionamenti.
Grazie per lo spunto di riflessione e per l'opportunità di non dimenticare da dove sono uscita!

Manu


Caro Carlo e cara Manu,

grazie per avere risposto al mio intervento condividendo quello che avete sentito nel lasciare questo gruppo. Poter leggere le testimonianze di altre persone che hanno vissuto le stesse cose, ognuno con le sue personali peculiarità, aiuta in un certo modo a sentirsi meno soli.

Il senso di solitudine che ho provato uscendo da Arkeon è stato per fortuna di breve durata, devo dire che mi sentivo molto più sola quando ero lì dentro che non adesso che mi sono riaperta al mondo e mi sono data la possibilità di guardare tutte le belle persone che lo abitano e che per tanti anni avevo giudicato “perverse” ecc. solo perché non avevano fatto o non volevano aderire al “lavoro” che viene fatto nei seminari.

Anch’io, come Carlo, ho provato un senso di disagio e anche di vergogna nei confronti degli amici che negli anni ho abbandonato da un giorno all’altro dicendo loro cose anche tremende (alle amiche, che c’erano fra noi relazioni “insane” “omosessualità latente” ecc. che loro non erano capaci di vedere ma che io, dall’alto della mia nuova “consapevolezza” vedevo chiaramente; gli amici non li ho proprio più chiamati per paura di essere considerata “seduttiva” o “una che manda fuori un’energia erotica verso qualcuno che non è suo marito” – metto fra virgolette quello che ero arrivata a pensare in quegli anni ma che ora non condivido nel modo più assoluto -)…. A quante persone devo fare le mie scuse per averle trattate in modo così presuntuoso e arrogante!
Mi sto interrogando, in questi giorni, sul perché, frequentando questo gruppo, ho sentito questo impulso ad eliminare dalla mia vita tutte le persone che non lo seguivano o non condividevano la sua, come chiamarla? Ideologia?
Eppure ho sempre avuto amici che votavano partiti politici diversi dal mio, ho avuto amici che appartenevano ad un credo religioso diverso, che non credevano a cose fondamentali, per la mia religione, come la transustanziazione o la verginità della Madonna…. Nonostante queste divergenze si andava d’accordo, ci si divertiva, si parlava di tutto…..

Negli anni in cui ho aderito ad Arkeon, invece, nella mia vita non c’è più stato spazio per il “diverso” da me. Ma la discriminazione non era politica o religiosa. Era fra chi apparteneva al “lavoro” e chi non apparteneva, fra chi “aveva la consapevolezza” e chi non l’aveva.

Provo vergogna per questo, anche oggi che per fortuna sono fuori da quello status mentale, provo vergogna a ricordare come per anni io abbia agito e mi sia relazionata con gli altri interponendo il pregiudizio, non la sospensione del giudizio, ma il pregiudizio vero e proprio.

E vorrei chiedere, sono solo io che ho vissuto questo o c’è anche qualcun altro che ha avuto un’esperienza simile fra gli aderenti o ex aderenti al gruppo? Sarebbe interessante saperlo.

Emanuela




Premetto che non sto parlando di Arkeon ma di un suo surrogato, un gruppo creato da uno dei maestri di Moccia che si è "staccato" da Vito ed ha creato una situazione tutta sua. Sono trascorsi circa 4 anni dalla mia fuoriuscita ma sento di non essere ancora uscita: la crisi di panico l'ho riavuta solo un mese fa quando ho rincontrato presso un notaio il leader del gruppo con alcuni seguaci. Mi sono preoccupata di questa immotivata paura e mi sono detta, "se provo ancora questa paura, vuol dire che mi hanno ancora in pugno". Sto pian piano prendendo coscienza di tutte le atrocità vissute nel gruppo ma ho ancora un sacco di "buchi" nella mia memoria. Come hanno scritto alcuni di voi ho la sensazione di aver "bruciato" il mio passato, ho chiuso la porta in faccia a molte persone solamente perchè non erano del gruppo, al momento gli effetti collaterali più forti sono la paura, la rabbia, la solitudine. Ma è normale arrivarci dopo quattro anni? cosa mi hanno fatto?

Silviaba


Ciao Silviaba,
in questo topic trovi qualcosa sulle esperienze di fuoriuscita che non è affatto una passeggiata. Io ci ho messo un pò ad elaborare che qualcosa non andava... quindi aggiungendo pezzettino per pezzettino di situazioni che poco mi quadravano e con la grande potenza dell'informazione in rete sono arrivata a capire dove ero finita .
Tu hai partecipato a seminari e intensivi? Se si come stai vivendo la cosa?

Tritri


Ciao Triti,
ho partecipato a molti intensivi, dopo il mio secondo intensivo e premaster avevo il cervello talmente "lavato" che ho lasciato il mio lavoro, ho lasciato mio marito, la mia famiglia e ho cambiato regione per andare a vivere nel gruppo, in comunità. Da "dentro" ho partecipato ancora ad intensivi e premaster e riunioni dei maestri: la vita in comunità era molto più di un intensivo...... credo che tu capisca di cosa parlo. Vivevo tutto il giorno col terrore di fare o dire qualcosa di "sbagliato", secondo il maestro naturalmente, ed ero fortunata se la giornata si concludeva solo con la paura di aver mosso qualcosa di sbagliato perchè l'alternativa era sentirsi umiliati in pubblico o prendere una saccata di botte sentendosi ancora dire che era per il mio bene, che la mia "ombra" doveva essere punita, che mi si stava "donando amore".........

Silviaba


Leggendo il post di Silviaba sono imasto interdetto. Parto dal fatto che ammiro la sensibilità di Emanuela che chiede se Silvia se la sente di raccontarci. Dico questo perchè il mio carattere impulsivo vorrebbe capire, chiedere, sapere cosa è successo, perchè sempre più forte è la sensazione dell'inganno, dell'avere buttato via anni, avendo vissuto in una sorte di inganno permanente e sale sempre di più una rabbia enorme.
Detto questo mi unisco con rispetto alla richiesta di Emanuela e chiedo a Silvia se vuole raccontarci, anche perchè credo che abbia assistito veramente a cose tragiche.
Un abbraccio

Pietro


Caro Pietro, io credo che Silvia abbia vissuto quello che abbiamo sperimentato tutti noi, probabilmente con punte di sadismo che nel lavoro del moccia venivano nascoste da parole zuccherine, sorrisi suadenti e l'illusione che "lo stesse facendo per il tuo bene". Alcuni suoi maestri non sono stati così accorti e hanno semplicemente mostrato la vera natura delle dinamiche che agivano nel "lavoro".
Ciò non toglie che non sia facile per nessuno parlarne. Non è facile per me, non lo è per te, credo, non lo è per tanti.
Devi fare i conti con emozioni sgradevoli, con idee sgradevoli su te stesso: quanto sei stato stupido, come hai fatto a credere a quelle cose, soprattutto se ci sei stato a lungo; come hai fatto a spendere tutti quei soldi per seguire teorie deliranti, maestri senza alcun titolo, neanche in grado di riconoscere un transfert ma a cui davi il permesso di ballare la tarantella sulla tua interiorità.... Non sono sensazioni gradevoli. Non passano con un colpo di spugna. Ci vogliono mesi, anni per rielaborarle e spesso l'aiuto di un professionista serio e preparato. Devi anche fare i conti con quelli che minimizzano, ti insultano solo perchè racconti quello che hai visto e vissuto, con quelli a cui non interessa un fico secco dei danni che questo "lavoro" ha causato a tanti loro simili e lo usano come strumento per regolare i loro miseri "conticini in sospeso". Vedi gente che mente, che dice che certe cose non sono mai successe eppure tu sai che sono successe eccome e in tanti le hanno attraversate. Ma la menzogna è forse il meno, quello che pesa di più è il silenzio di tanti. Ci sono momenti in cui mi sono chiesta se valesse al pena parlare. Certe volte la risposta è sì, certe volte la risposta è no. Però non mi tiro indietro perchè è importante che le cose si sappiano, non per me, alla fine in tasca mi rimane più che altro la vergogna di aver dato credito a certe cose, ma per i miei figli e per tutti quelli che ancora non ci sono caduti, per tutti quelli che potrebbero avere bisogno di riconoscere gruppi distruttivi come è stato arkeon, per tutti quelli che magari un giorno ricorderanno quello che hanno letto su un forum e si risparmieranno dolori inutili e soldi.
A volte, anche perchè i ricordi sono così pesanti che ho bisogno di qualcuno con cui condividerli per alleviarne il peso. Sapere che è successo anche a qualcun altro ti fa sentire meno solo, almeno io mi sento meno sola.
E' per questo che le parole di Silvia mi fanno venire i brividi, perchè penso di sapere cosa c'è dietro. E le sono vicina, come lo sono a tutti quelli che hanno raccontato, non solo di arkeon ma di tutte le realtà da incubo come quello.

Emanuela

sabato 18 luglio 2009

La libertà



La libertà indica l'essere libero, la condizione di chi non è prigioniero e non ha restrizioni, non è confinato o impedito. La libertà in senso più ampio è anche la facoltà dell'uomo di agire e di pensare in piena autonomia, è la condizione di chi può agire secondo le proprie scelte, in certi casi grazie ad un potere specifico riconosciutogli dalla legge.

Riuscire ad essere non dipendenti da niente implica un concetto estremo di "freedom". Se si analizza questa parola "freedom" e la si scompone la si può interpretare come luogo di avvicinamento alla tanto bramata (cosa ancora più peculiare è che "freedom" è il contrario di feardom - vecchia parola inglese - da qui scaturisce che la libertà si può possedere solo se non si ha paura).

Oggi è la giornata dedicata a Nelson Mandela, auguri Nelson !
«Non vi è alcuna strada facile per la libertà.»

sabato 23 maggio 2009

Effetti della fuoruscita

come ho scritto nel mio primo intervento, sono stata legata al gruppo Arkeon per 12 anni, da quando i seminari non si chiamavano ancora seminari di Arkeon ma seminari di Reiki. Sono stata iniziata al primo livello di Reiki nel maggio del 1994 e ho rassegnato le dimissioni dal contratto di “maestra di Arkeon” nel febbraio del 2006. Al livello di “Reiki master” sono stata iniziata nel giugno del 1995.

In questi anni ho partecipato più volte a molti dei lavori proposti: intensivi (o come si chiamano ora, seminari residenziali), pre master, master training, innumerevoli seminari di primo e secondo livello, oltre che a quasi tutte le riunioni dei maestri e a 3 riunioni dei maestri di Arkeon.
In questi 12 anni la mia vita è stata totalmente condizionata dal credo di questo gruppo, generato dalle convinzioni personali del suo leader, a cui io ho aderito per anni acriticamente.
I motivi di questa mia adesione acritica sono molteplici, ma non è questo l’argomento del mio intervento di oggi.

Oggi vorrei parlare di quelli che sono e sono stati gli “effetti collaterali” da me avvertiti nel periodo in cui ho meditato di uscire e sono poi uscita dal gruppo Arkeon.

In primo luogo, da quando è cominciata a maturare in me l’idea di uscire da questo gruppo (un anno e mezzo fa), ho cominciato ad avvertire moti improvvisi di paura, completamente scollegati da qualsiasi situazione di pericolo realmente esistente. Erano attacchi di panico in piena regola che cominciavano con la sensazione di non riuscire a respirare fino in fondo. Qualche tempo fa ne avevo parlato con una mia ex-amica del gruppo, ma ancora non avevo compreso la causa di questi “attacchi”.
L’unica cosa che avevo notato, era la somiglianza di questi episodi con gli attacchi di panico che nel passato avevo avuto ogni volta che mi ero trovata a tagliare i rapporti con i membri della mia famiglia ritenuti “perversi”, o con tutte le amiche che avevo perché ritenute “lesbiche”.
Era anche la sensazione con cui convivevo quotidianamente negli anni più “bui” della mia esperienza con questo gruppo, quando ormai avevo reciso tutti i rapporti con le persone esterne al gruppo e con la mia famiglia di origine e mi ero trovata a vivere una vita quasi da reclusa, in cui le uniche persone che frequentavo erano mio marito e le nostre figlie (allora molto piccole) e in cui gli unici contatti con persone diverse da loro erano quelli con le persone che partecipavano ai seminari. Contatti che però, il più delle volte, si limitavano ai giorni del seminario.

Mi sono resa conto che questi attacchi di paura erano collegati alla mia decisione di lasciare Arkeon, quando ho potuto confrontare le mie sensazioni con quelle di altri fuoriusciti che avevano vissuto episodi simili.

In secondo luogo, un “effetto collaterale” bello è stata la sensazione di essere uscita da una sorta di bolla in cui mi sentivo rinchiusa da anni e che mi separava dalle persone e dal mondo. E’ bello guardare gli altri senza cucirgli addosso un “processo”, senza il pregiudizio che non si possano avere con gli altri relazioni profonde e soddisfacenti perchè “non hanno fatto il lavoro e sono quindi tutti preda di automatismi ed incantesimi”.
Mi sono trovata a vivere con una nuova fiducia negli altri, una fiducia che negli anni di appartenenza a questo gruppo avevo perduto perché, col lavoro di Arkeon, si crea una sorta di dicotomia fra chi appartiene al gruppo e segue il “lavoro” e chi al gruppo non appartiene e “vive la sua vita come una mosca cieca, preda inconsapevole di inconsci automatismi ed incantesimi”.

In terzo luogo, ho provato un grande rimpianto e dispiacere perché, negli anni di appartenenza a questo gruppo, ho bruciato tutti i miei diari, su cui per anni (dai 15 ai 30) avevo annotato scrupolosamente pensieri, eventi, riflessioni, sogni e speranze, su cui avevo scritto della mia vita, delle gioie e dei dolori, degli amori e delle illusioni, dei traguardi raggiunti e sognati…..
Ho buttato nel “sacro fuoco”, come chiamano la pira che arde durante i giorni dell’intensivo, i miei racconti, le mie poesie, le letterine ricevute nell’infanzia dalle prime amiche del cuore…. Insomma, tutto quello che, veniva detto, mi poteva tenere legata al mio “passato perverso” e impedirmi di progredire sul “cammino della consapevolezza” presentato dalle teorie di evoluzione della coscienza propagandate da Arkeon.
E’ come se, bruciando quegli scritti, avessi cercato di bruciare la mia vita passata; invece, così facendo, mi sono solo procurata una mutilazione. E’ come se al posto della fluente coda che erano quelle pagine redatte nel passato fosse rimasto un misero moncherino, doloroso memento dell’ amputazione che mi sono auto inflitta, una sorta di ferita della memoria che mi porterò dietro per sempre.

Infine, mi è tornata la voglia di leggere e studiare. Mi è tornata la voglia di ridare al mio cervello quel nutrimento intellettuale che per anni gli avevo negato. Non che in Arkeon venga detto di non leggere o studiare, ma un effetto spiacevole che la mia esperienza in questo gruppo mi aveva causato, è stato quello di “mettere a dormire il cervello”.

Lasciare Arkeon è stata per me una vera rivoluzione a livello emotivo e mentale, è stato un riappropriarmi del diritto di provare emozioni per tutto (non solo per quello che poteva essere “approvato” nel gruppo) ed esercitare il mio spirito critico su qualsiasi cosa, in primo luogo sulla mia esperienza in e di questo gruppo. E la sensazione è impagabile.

Ogni rivoluzione è sempre stata accompagnata dal grido: “Viva la Libertà” ed è proprio questo grido che sento ora di poter regalare alla mia vita.
Emanuela

lunedì 4 maggio 2009

il mio risveglio

grazie grazie e grazie ancora.da diverso tempo mi chiedevo se ero una delle poche persone ad aver avuto dei dubbi che ora son certezze.sono entrata in questo gruppo perché vivevo un momento triste e fragile.l’amica che mi portò ad una presentazione e con lei tutti gli altri presenti, mi diedero l’impressione di essere persone serene.si abbracciavano tutti, ti esaltavano dicendoti che eri una “grande donna” e che il “mio potere personale” mi avrebbe portato alla consapevolezza del mio io più profondo.mi son ritrovata totalmente ,in quanto plagiata, nella spiegazione che carlo fece nella terza puntata di “tutte le mattine”: la falls memory sindrom (se si scrive così, ma poco importa..) il disturbo da memorie innestate.
mi fecero credere per tantissimo tempo che solo ricordando l’abuso che secondo loro avrei sicuramente subito da piccola , avrei superato i miei problemi di rapporto con gli uomini. arrivai addirittura ad inventarmi una situazione e un nome perché mi lasciassero stare. tutto questo non in modo scientemente razionale…ne ero incredibilmente convinta!
credevo di aver trovato amici, ma quando ho cominciato a diradare la mia presenza anche loro cominciarono a prendere le distanze.
per fortuna qualche amico di quel giro è rimasto,ma naturalmente fuoriusciti.
tempo fa parlai con uno dei cosiddetti maestri, c’incontrammo per motivi di lavoro. mi disse che "il loro frigorifero faceva l’eco” …sua moglie aveva lasciato il lavoro (perché questo viene spesso suggerito) ed avevano due figlie. ne fui molto colpita e dispiaciuta. pensavo a quanto fossero promettenti e brillanti le loro carriere prima d’intraprendere questo “percorso di crescita e di guarigione” perché così veniva definito il sistema arkeon.
tornando a me, per diverso tempo sono stata gratificata con il ruolo di organizzatrice. ci venne richiesto il totale affidamento al maestro perché noi dovevamo rappresentare la sua immagine nel mondo.
ora, grazie alle letture suggerite da questo sito (il libro sulle psicoterapie folli è stato rivelatore ..) ho capito di esser entrata in una psicosetta.
devo ringraziare l’atteggiamento delle persone che credevo amiche nella setta perché con il loro atteggiamento di non considerarmi in quanto “zitella perversa” (così venivo definita perché senza fidanzato) mi han fatto sentire un’esclusa. Il mio lento risveglio è iniziato 3 anni fa e più precisamente il giorno del mio compleanno, ultimo giorno di una mia frequentazione a un seminario. mi son chiesta più e più volte come abbia fatto a dar loro tanti soldi in nero per farmi trattar male spesso e volentieri…ora che sono libera dai loro condizionamenti , posso felicemente affermare che c’è vita oltre la setta!!!!!

la fuoriuscita non è una passeggiata, si prende coscienza a poco a poco; per lo meno nel mio caso è stato così. C'erano degli episodi accaduti durante la mia frequentazione che la mia mente censurava in maniera totale. E' stato un pò come voler proteggere un segreto; parlare della mia frequentazione nella psicosetta con persone esperte come la dottoressa Tinelli, documentarmi e confrontarmi con altri fuoriusciti mi è stato di assoluto aiuto.

La paura e la vergogna di espormi in questo forum ad esempio ne è stato una prova, il coraggio mi è venuto per senso civico innanzi tutto, se nel mio piccolo e con la mia esperienza posso aiutare altre persone ad aprire gli occhi sento che è la cosa migliore che posso fare.
In questi due anni mi hanno contattata ex frequentanti e mi ha fatto molto piacere confrontarmi con loro. Anche se non scrivono qui c'è chi è andato spontaneamente a parlare con gli inquirenti e questo mi conforta molto perchè non mi sento sola.

Da questo primo post che hai portato in rilievo di lettura
ne sono successe tante e tante ne succederanno.
Basta avere pazienza, la verità verrà fuori ne sono sicura.

PAOLA

giovedì 26 marzo 2009

ho sentito più volte...

ho sentito più volte il maestro dire, durante i seminari, che bisogna stare attenti ai gesti caritatevoli e generosi che si fanno agli altri perché le motivazioni che stanno dietro a questi gesti potrebbero essere “perverse” e generare “debiti di gratitudine” che tengono gli altri legati a chi gli fa una gentilezza “senza che sia chiaro lo scambio”.
Questo non è del tutto sbagliato perché ritengo che un gesto caritatevole e generoso debba essere dettato da sincero e disinteressato amore verso il prossimo e non diventare strumento per generare debiti di riconoscenza, ma credo anche che in molti casi il piacere di farlo basti a se stesso e che quindi non ci si debba più di tanto arrovellare per trovare motivazioni circa lo “scambio”.
Ho sentito però profferire dal maestro alcune parole che ritengo non contribuiscano granchè a creare, negli appartenenti al gruppo, un sentimento di sincera compassione nei confronti del prossimo. Mi riferisco alle affermazioni più volte udite riguardo al fare la carità ai questuanti. Il maestro ha più volte detto che è inutile fare l’elemosina, in quanto chi la chiede odia comunque gli altri, sia che essi gli offrano l’obolo, sia che essi non gli diano niente.
Devo dire, per quanto mi riguarda, che questa affermazione mi aveva per un po’ effettivamente condizionato e avevo cominciato a guardare con sospetto i questuanti.
Mi chiedo, allora, quale può mai essere lo scopo dell’esercizio che viene fatto fare a chi partecipa al lavoro chiamato “The business of you” in cui le persone vengono spinte a chiedere la carità agli angoli delle strade….
Ma questi son dettagli.
Quello che invece ho visto in certe persone, è stato il diminuire i gesti di spontanea generosità per “paura” che vi fossero sotto secondi fini e applicare a loro stessi una sospettosità circa le loro reali intenzioni pari a quella che applicavano ai regali ricevuti dagli altri.
Vi sono certo cose più gravi e quello che racconto può sembrare un dettaglio superficiale, ma, secondo l’esperienza che ne ho avuto, questo atteggiamento mentale non contribuisce a creare uno stato interiore tranquillo in quanto, bloccare costantemente gli slanci di spontanea generosità che la maggior parte delle persone sente (per fortuna), per analizzare se sotto c’è una propria parte perversa ecc. determina, alla lunga, una condizione di stress interiore che non aiuta a vivere sereni.

Tiresia
- continua -